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L'invasione dei “poeti alieni”.
Una indecente presunzione

Agosto 2013


Una indecente presunzione. E’ quella esibita da tanti che si autoproclamano “poeti”  o “scrittori”. Tutti -  scrive Montale - si sentono poeti. Una “massa sconfinata” di poeti. Nemmeno “un incendio universale” –  aggiunge l’autore di Ossi di seppia - potrebbe far sparire “la torrenziale produzione poetica dei nostri giorni”. L’Italia è un popolo di “poeti”. Spuntano continuamente siti su internet che celebrano la saga di questi poeti. Il portiere del mio condominio mi assilla continuamente nel farmi leggere le sue “poesie”.

 

Parole carpite e affastellate. Una grossolana, indecorosa, banale, insignificante scrittura. Una noia mortale. Un insulto alla lingua italiana, la quale “piange umiliata e offesa” di fronte a “tanta robaccia” di scritti spacciati per “poesia”. Penose trame di plastica, perverse e pseudo trasgressive, improbabili e ridicole. Un materiale orrendo, dove non devono mancare scene “hot”, erotiche, volgari, droga e alcol. Talora in cima alla classifica finiscono  il trash, la mediocrità, il peggio. E’ la promozione - precisa Paolo Di Stefano - della “spazzatura gratuita”, della “schifezza”. Per dirla con Fantozzi, è “una boiata pazzesca”.

E’ “L’invasione dei poeti alieniscrive La Capria. Il territorio della scrittura – aggiunge - è invaso da una folla di “alieni”, una “vera invasione barbarica”. Che cosa hanno a che fare con la letteratura? “Niente”. Da noi, la  letteratura - quella vera - è “l’ultima ruota del carro”. Non viene “mai riconosciuta e promossa” per l’importanza che essa ha nello sviluppo dell’individuo e della società. L’invasione di questi “alieni” e la cattiva scrittura “immeschiniscono”. Si rimane “indignati e disgustati” dalla lettura di certi testi. Così non va bene. “Non va bene - sostiene con forza La Capria - non solo per “i veri poeti e scrittori, ma per la civiltà del nostro Paese”.

 

Leggere taluni scritti -  dichiarava già Virginia Woolf -  “è cosa che mi irrita”, come di fronte a “un disgustoso studente universitario che si schiaccia i brufoli”. Una scrittura “indigesta”, che fa venire - osserva O’ Brien -  “la bava in bocca”. Un materiale che fa male allo spirito, alla cultura e alla decenza.

La poesia - ha sostenuto il premio Nobel Szymborka - “non è per tutti”. Essa tuttavia sembra appartenere alla terra di nessuno, aperta ad ogni incursione e vaniloquio. L’ingresso nella Rete è gratuito e tutto appare facile, accessibile, a portata di mano. Allora, giochiamo tutti a fare i “poeti”. “Poeti” dilettanti allo sbaraglio. Sul Web - ha  affermato Pieluigi Battisti - “si legge di tutto, si veicolano messaggi deliranti, si vomitano malvagità, cattiverie, molestie, invidie, idiozie”. Si inculca il virus dell’odio e della violenza. Si scaricano frustrazioni e aggressività repressa Una pulsione distruttiva e autodistruttiva. La Rete - ha rilevato a sua volta Claudio Magris - sta diventando “una fissazione solipsistica e maniacale”. Una deriva del linguaggio e della volgarità, che produrrà “disastri sempre più gravi”. Molti autori invocano una nuova normativa e una nuova educazione. Un’opera grandiosa di bonifica. Che, visti i tempi, appare mera utopia.

 

E che dire poi dei premi letterari, che crescono in ogni piccolo e sperduto borgo italiano?  Essi sono una “vuota cerimonia”, inventati più per il turismo, i politici locali, la vanagloria o il narcisismo di persone frustrate che per il “vero poeta o scrittore”, più per “usare” la letteratura che per “onorarla”. I premi letterari - rileva Umberto Saba - “sono una crudeltà”.

 

Infine, un breve cenno al  fenomeno della compulsione a scrivere. Si tratta, sul piano clinico, di un impulso irrefrenabile che viene indicato con il termine “graforrea” o “grafomania”, cioè la frenesia “morbosa” a scrivere. E’ un bisogno che si manifesta negli stati di “mania” e “ipomania”, un eccitamento maniacale che è collegato ad “una verbosità insopprimibile”.

 

   Guido Brunetti

 

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