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Papa Francesco e “lo sterco del diavolo”


Intervista al prof. Guido Brunetti
di Anna Gabriele
 
- Marzo 2015

 

Il consumismo ossessivo e la modernità liquida, la solitudine e il disagio dell’uomo postmoderno. Aspetti neuro scientifici del demone della paura. Una civiltà  esausta e stressata. Nella presente intervista, il professor Guido Brunetti, con la consueta chiarezza e ampiezza culturale e scientifica, ci parla di questi ed altri importanti temi, che sono di grande attualità e al centro della riflessione dei maggiori pensatori.

 

Professor Brunetti, partiamo dal Papa. In questi giorni Francesco ha parlato di consumismo e di denaro come “sterco del diavolo”.

Parole forti ed inconsuete quelle pronunciate dal Papa. Parole inquietanti pur dette con disincanto e apparente leggerezza. Ha ricordato infatti il pensiero dei primi padri della Chiesa, secondo cui ‘Il denaro è lo sterco del diavolo’, espressione poi ripresa da San Francesco. E’ l’Homo consumens del filosofo polacco Bauman. Il consumismo ci ha portati all’ansia di perdere una sana cultura, l’arte, la letteratura, la conoscenza. Il denaro, per Bergoglio, ‘ammala il pensiero ed è la radice di tutti i mali’, produce malattie e tormenti.

Ci troviamo - ha aggiunto - in un tempo di ‘miopia spirituale’ e di ‘piattezza morale’, perciò cresce l’insicurezza, l’angoscia e l’impotenza del mondo di fronte alla confusione e allo smarrimento  dell’umanità.

 

Queste idee hanno origini culturali che spaziano nelle opere di altri studiosi?

Esse trovano riscontro nella concezione dei pensatori più influenti del Novecento sugli effetti  socio-culturali, politici ed etici della postmodernità. In relazione soprattutto a questioni legate  al tramonto della civiltà, al disagio, la solitudine e le paure dell’uomo contemporaneo e della modernizzazione.

La crisi della famiglia e della scuola, ad esempio, rappresenta la metafora di una civiltà ormai esausta e stressata. Che affida agli oggetti - come rileva lo scrittore statunitense Don De Lillo - il compito di “coprire il vuoto di idee, di valori, di aspirazioni su cui essa drammaticamente poggia”.

 

La ricerca di questi studiosi  disegna un affresco impietoso della società contemporanea, fatta di ‘miseria morale, di inconsapevolezza profonda, di arroganza, che ‘gli afflati apocalittici di pochi, inascoltati profeti di sventure non valgono certo a riscattare’.

Dobbiamo sottolineare al riguardo che le  varie concezioni sono sostenute da un tenace impegno etico e da una presa fortemente consistente su una realtà definita ‘franta, disumanizzata, per molti versi incomprensibile’. Sono idee che raffigurano in sostanza l’espressione più matura delle problematiche sociali, culturali e morali legate al post-moderno.

Sono infatti numerosi gli elementi che appaiono in molteplici campi, dalla storia alla politica, dalla modernità alla postmodernità, dai problemi dell’ etica a quelli della globalizzazione.

 

Che cosa emerge?

Affiora una sorta di radiografia del deserto quotidiano, che spinge la nostra attenzione a serie riflessioni e ad individuare conseguenti strategie di ampio respiro.

Anzitutto, compare il tema della cultura. Ogni cultura - sostiene il pensatore tedesco Spengler - ‘nasce, cresce e muore, come tutti gli altri organismi’. Di conseguenza, la decadenza della civiltà occidentale è un processo ‘necessario e inevitabile’.

A delineare questa ‘cultura della crisi’ concorre anche l’opera letteraria di Thomas Mann e le teorie del padre della psicoanalisi Freud, nel riconoscere che il disagio, il male, l’infelicità sono fattori presenti nell’individuo e nella società. Questa si configura come ‘campo di battaglia’ di forze contrapposte, che Freud, in particolare, individua, nel solco del pensiero di Platone, in bene e male, Eros e Thanatos,  odio, amore e morte, distruzione e autodistruzione.

In questa linea si pone anche Adorno, il quale rileva che la società è una struttura meccanica fondata sul ‘potere e sulla tecnologia’. Ciò che preoccupa il filosofo tedesco è il processo di ‘massificazione, alienazione, rassegnazione e auto-mistificazione del mondo moderno’.

Da questa impostazione, discende il carattere fondamentalmente “repressivo” della società industriale, la quale - argomenta Marcuse - ‘appiattisce’ l’uomo alla dimensione di consumatore euforico ed ottuso, la cui libertà è solo la libertà di scegliere tra molti prodotti diversi. E’ la teoria dell’uomo ‘a una dimensione’ di questo autore tedesco.

 

Una definizione suggestiva. Che cosa significa?

Avviene che la società ‘condiziona’ i vari bisogni umani, sostituendoli con altri bisogni artificiali. In questo mondo di consumatori, sorge l’Homo consumens,  l’uomo del consumismo teorizzato da Bauman. Prendendo ispirazione dal ‘Disagio della civiltà’ di Freud, il filosofo polacco asserisce che sono le varie forme della modernità a causare una sofferenza crescente nell’uomo contemporaneo. Si tratta di una realtà che pone un fondamentale problema etico.

I fenomeni sociali hanno trasformato una grande possibilità di progresso in ‘una macchina soffocante’, che produce solitudine. E’ il disagio della postmodernità.

 

Che cosa è la postmodernità?

La postmodernità viene spiegata attraverso la metafora di società liquida. Viviamo cioè in una società insicura, individualista, privatizzata, vulnerabile. Una modernità liquida attraversata da stress, consumismo ossessivo, paura sociale e individuale, città alienanti, legami fragili e mutevoli. Un mondo che presenta una fisionomia sempre più effimera e incerta. E’ dunque un mondo liquido . Una società può essere definita liquida e moderna se ‘le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescono a consolidarsi in abitudini e procedure’. Dall’uomo a ‘una dimensione’ di Marcuse, siamo pervenuti alla concezione baumiana della ‘modernità liquida’ di una società inafferrabile.

 

Di qui, il passo successivo alla nascita di processi quali la spersonalizzazione  e l’alienazione, dunque, una vita liquida  caratterizzata dal ‘demone della solitudine’ evocato da molti autori. La paura della solitudine è il demone più sinistro, per Zygmunt Bauman, tra quelli che si annidano nelle società aperte del nostro tempo.

 

In breve, che cosa è la paura?

La paura è una delle principali emozioni. Gli splendidi esperimenti neuroscientifici   condotti su animali, mostrano che a generare stati di paura, di ansia e di angoscia  sono le aree primitive e più profonde del cervello. Più degli animali, si è scoperto che gli esseri umani sono le creature più timorose sulla faccia della Terra. Paure  persistenti  possono causare disturbi psichiatrici.

 

Professor Brunetti, come uscire da questa condizione? Chi salverà il mondo?

Il governo dei filosofi, secondo Platone, mentre per Dostoevskij, è la bellezza a salvare il mondo. Qui, la bellezza è intesa come espressione del bene e del sapere contro la malvagità, l’ignoranza e l’invidia. Essa coincide con la moralità, la spiritualità e la tranquillità dell’animo nel senso già indicato da Seneca.

Questa concezione trae origine soprattutto da Socrate, il quale  sosteneva che l’essenza dell’uomo sta nel suo cervello, ossia nella sua anima e dunque in ciò che gli permette - precisava Platone - di diventare buono o cattivo.

 

Lei, professor Brunetti, è stato definito un ‘umanista-scienziato’ perché riesce mirabilmente a fondere nei suoi libri cultura umanistica e cultura scientifica. Può indicarci un itinerario?

Con la nostra cultura e la nostra condotta, dobbiamo promuovere - d’accordo con l’insigne neuroscienziato e premio Nobel per la medicina, Eric Kandel - la nascita di ‘un nuovo umanesimo’ che porti al progresso sociale in modo nuovo, più profondo e a misura d’uomo.

Ci rifiutiamo di accettare - conclude il nostro insigne interlocutore - che il mondo non possa essere cambiato. Per avviare questo processo occorre  sviluppare, a partire dall’infanzia, tutte le potenzialità umane, riappropriarci dei valori fondamentali ed universali, fornendo un congruente atteggiamento di vita etica.

Dobbiamo elaborare il concetto di una società ‘libera, aperta e non oppressiva’. Una società, per Marcuse, fatta di uomini ‘solidali fra loro’, capace soprattutto di ‘liberare’ le energie creative dell’essere umano. Il demone della paura e dell’ansia non sarà esorcizzato finché non avremo trovato e costruito una società più umana e umanizzante.

Noi faremo meglio - ha dichiarato il grande neuroscienziato Frans de Waal - a ‘procedere insieme’, a connettere i nostri cervelli nel solco dell’empatia, dell’altruismo e della capacità di prendersi cura degli altri.

Come dimostrano le meravigliose scoperte delle neuroscienze, dobbiamo lavorare per il predominio del neocervello (il bene) sul cervello rettiliano (il male). Si è veramente uomini - è il principio di tutto il pensiero socratico - soltanto se si riesce a occuparsi della propria anima, in modo che essa diventi migliore il più possibile”.

 

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