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Le finestre dell'anima di Guido BrunettiLe Finestre dell'Anima

di Guido Brunetti   indice articoli

 

Coscienza, colpa e perdono ai tempi di Papa Francesco.

La norma è una struttura biologica e ontologica profonda.

Quale morale per l’uomo di oggi?


Intervista al prof. Guido Brunetti
di Anna Gabriele
 
4 parte - Agosto 2014

 

Guido Brunetti ApolloDopo aver letto e ascoltato alcuni suoi interventi sul rapporto tra neuroscienze e religione, sulla rivoluzione di Papa Francesco e la grave crisi della Chiesa, persone di diversa formazione culturale hanno chiesto al professor Brunetti come mai l’attuale Pontefice insista nel sostenere che ‘Dio perdona sempre’ e che ‘non si stanca di perdonare’. Domandandosi se questa enfasi sul ‘perdono’ possa essere pienamente compresa, ovvero condurre a confusione concettuale, distorsione, negligenza, lassismo, e dunque a ripetere la trasgressione (il peccato). Su questo fondamentale tema, che riguarda tutti gli esseri umani, Brunetti risponde alle nostre domande come sempre in maniera documentata, articolata e approfondita.

 

Intanto, perdonare chi e che cosa?

“Perdonare il peccatore e il peccato, cioè la colpa” - risponde il nostro illustre interlocutore. Che cosa è il peccato? E’ un comportamento che infrange una legge morale. In teologia, è una violazione della legge divina compiuta deliberatamente, cioè con ferma intenzione, attraverso pensieri, parole, opere e omissioni. Il peccato nasce con la caduta primitiva, che poi ha originato, secondo la dottrina paolina, il male e la morte”.

 

Il peccato come male. E’ così?

“Il peccato come male, è un problema che da sempre angoscia l’essere umano. Secondo una vasta letteratura che va dai primi filosofi agli autori moderni e contemporanei - dichiara Brunetti - il bene e il male sono i due elementi che in ogni tempo e luogo hanno scandito la nostra vita. Già i Greci nelle forme letterarie e religiose mostrano una coscienza della tormentata presenza del male nel mondo.
L’essenza della natura umana sta nel suo cervello (anima) e in ciò che ci permette di diventare buoni (bene) o cattivi (male). Il bene è liberazione dal dolore universale umano. E’ virtù, per Platone, dalla quale nascono tutti i beni. Fatto che consente all’uomo di compiere ciò che il padre della filosofia occidentale chiama la ‘seconda navigazione’, una graduale ascesa verso la crescita, il bene e la vita eterna”.

 

Il bene esiste perché c’è il male?

“Il cervello, come mostrano le ultime ricerche di neuroscienze, è un mix di bene e male, egoismo e altruismo. Una natura umana integra dal peccato e una natura umana corrotta. L’ uomo - dice il filosofo latino Lattanzio - ha davanti a sé il bene e il male perché ‘sapesse scegliere’ il meglio e conoscere ciò che è male e ciò che è bene.
Il male, che per Freud è una pulsione diabolica, va giustamente ‘punito’ altrimenti, precisa Lattanzio, ‘tutto sarebbe lecito’ e il mondo andrebbe ‘in rovina’. Il peccato, infatti, è ‘privazione’ del bene, allontana, precisa s. Ambrogio, dal bene e da Dio e ‘scivola’ sempre più in giù. A sua volta, s. Agostino sostiene che ‘ due sono i generi dei mali: il peccato e la pena del peccato. Dio come è buono, così è ‘giusto’. Solo la giustizia di Dio ci può salvare. Per s. Tommaso, il peccato è ‘il male massimo’ perché è ‘rinuncia’ a una vita migliore. E’ il peccato in sé che è male. Un crimine punito per la legge mosaica con la pena di morte, come ad esempio l’adulterio. Il peccato è una tendenza al male, autolesionismo, scissione dell’Io, diminuzione dell’essere umano, depravazione”.

 

Il concetto di colpa ha altri significati?

“Certamente. In filosofia, il termine indica l’atto dell’uomo in opposizione alla norma. Per Kant è una trasgressione della legge morale. Nel diritto romano, la colpa designa l’imputabilità di un illecito, il comportamento di chi causa un evento dannoso o pericoloso per negligenza, imprudenza, imperizia o per violazione di leggi. A sua volta, Freud parla di senso di colpa, intendendo il fatto che l’uomo può sentirsi “malvagio peccatore”.

 

La colpa come violazione di una norma. Che cosa è la norma?

“La norma - risponde il professor Brunetti - ha una molteplicità di valenze:
1) ha una natura storica, la norma cioè nasce con l’uomo;
2) una natura genetica, è una caratteristica dell’uomo;
3) una natura ontologica, poiché il suo “nascimento” è interno alla natura umana;
4) ha infine una natura fenomenica: è ciò che appare”.

 

Perché la norma è un fattore fondamentale?

“La norma è anzitutto un’esigenza dell’essere umano, è un diritto; è un ‘esserci nel mondo’ (Heidegger, Jaspers); è poi un ‘con-esserci’ con l’altro mediato dalla norma del diritto; è universale: dove c’è la norma (il diritto) c’è l’uomo: è una virtù, un valore. Chi allora rispetta la norma è un soggetto giuridico, chi viola la norma, la legge, è un soggetto antigiuridico”. Nel pensiero greco-romano viene affermata non solo l’essenza morale della norma, ma anche il suo fondamento ontologico. Essa viene dichiarata quale iusti et iniusti scientia, addirittura quale divinarum atque humanarum rerum notitia.

 

E’ un problema dunque che coinvolge tutti gli esseri umani.

“La norma, la sua violazione, il comportamento della persona… Sono aspetti connessi con la regolarità naturale e universale che regna nel cosmo. La norma è riferito all’essere, all’unità del mondo come kosmos, come ordine permanente ontologico delle cose (W. Jaeger).
Sono temi universali che non riguardano solo la Chiesa, ma l’individuo, la famiglia, la scuola, le istituzioni, la società. L’elemento centrale è dunque lo sviluppo biopsichico e mentale, l’educazione e la formazione della persona, a partire dalla prima infanzia.
La crisi della modernità e il tramonto delle grandi ideologie - sottolinea Brunetti - esprimono l’urgenza di principi forti e chiari per formare l’individuo e per ridefinire l’identità individuale e collettiva.
Certamente, i segni di un’educazione di tipo autoritario sono negativi, ma la rinuncia a un’educazione autorevole sembra produrre effetti dannosi. ’Niente è permesso’, ‘tutto è permesso’: sono i due estremi della funzione pedagogica e formativa”.

 

C’è il pericolo di forme di lassismo e permissivismo?

“Il concetto riguarda un orientamento che postula ‘la non obbligatorietà’ della norma morale e che tende dunque ad ‘attenuare’ con indulgenza il rigore morale. Pascal si scaglia con forza contro la morale lassista identificata con quella dei gesuiti. Per quanto riguarda l’aspetto propriamente educativo e formativo, dobbiamo sottolineare che fin dagli anni Settanta del secolo scorso siamo passati dal modello ‘autoritario’ a quello ‘permissivo’. Una mentalità indulgente e di indifferenza verso comportamenti ritenuti ‘riprovevoli’.
Il genitore che dice sempre di sì, l’insegnante che dà la sufficienza a tutti ottengono senz’altro approvazione e successo, ma è un consenso effimero. In pratica, quel genitore e quel docente producono danno. Come si installa allora il principio della responsabilità? E’ un sistema che deresponsabilizza il bambino e non lo aiuta a crescere e a sviluppare pienamente le sue capacità mentali, emotive e sociali”.

 

Bisogna educare e riprendere, cioè ‘correggere’.

“Storicamente, sia la cultura greco-latina che la Bibbia hanno sostenuto che il genitore e l’insegnante che non ‘correggono’ danneggiano il bambino.
In verità, il tema dell’educazione e della ‘correzione’ è ricorrente in tutto l’‘Antico Testamento’, soprattutto nei libri sapienziali. I quali rilevano con fermezza per l’appunto l’importanza della ‘disciplina’ come sistema per ‘correggere’, educare e guidarci ‘lungo il retto sentiero’. Una ‘disciplina’ amorevole per apprendere ciò che è bene e ciò che è male. Noi però poniamo l’accento sul concetto di ‘disciplina’ interiore, di un percorso dell’anima e con l’anima, e non di un metodo formale fatto di prescrizioni e punizioni.
Possiamo dire che l’opera pedagogica di Dio è un filo diretto che unisce l’azione educativa dei genitori con tutte le altre agenzie educative”.

 

Non ritiene che stia emergendo un individualismo della coscienza?

Alcune correnti del pensiero moderno sostengono che la coscienza è autonoma. E’ un concetto affermato anche da Papa Francesco, il quale ha così dichiarato: ‘Ciascuno deve obbedire alla sua coscienza’ perché ‘la coscienza è autonoma’. Si tratta di un orientamento che attribuisce alla ‘coscienza individuale’ il carattere di una esigenza suprema del giudizio morale. Il quale ‘decide’ categoricamente e ‘infallibilmente’ del bene e del male. Ci troviamo di fronte a una netta tendenza individualistica nella formazione della ragione morale. E’ una concezione ‘radicalmente soggettivista’ del giudizio morale, come concordano autorevoli pensatori, fra i quali ci piace citare Woytila. Come allora conciliare - ci chiediamo con altri autori - Papa Francesco con Papa s. Giovanni Paolo II ?”.

 

Professor Brunetti, come ne usciamo?

“Noi riteniamo che l’origine della bontà, e dunque del perdono, stia nella giustizia. Lo abbiamo detto all’inizio, riprendendo un concetto caro alla stessa Chiesa: ‘Solo la giustizia di Dio ci può salvare’. Egli - afferma la Bibbia - interviene e punisce e non sono sufficienti semplici atti esteriori o ritualismi perché Dio esige la pratica della giustizia. Per noi, giustizia e misericordia si situano in un processo di interazione: l’una non esclude l’altra.
L’individuo non può dire ‘faccio quel che voglio perché poi c’è il perdono, la misericordia’. Può questo comportamento essere giudicato espressione di maturità e di crescita morale, sociale, mentale e spirituale?
Sta di fatto che il perdono della confessione è legato a tre precise condizioni: capire, (avere coscienza) la trasgressione, l’errore; pentimento di averlo commesso; ferma volontà di evitarlo. Cristo salva l’adultera dalla lapidazione, l’assolve, ma le intima: ‘Va e non peccare più’. Non le dice: ‘Va e sta tranquilla’.
Natura divina, natura morale e natura umana in sostanza coincidono: certi comportamenti non possono essere tollerati e hanno bisogno di certe forme di sanzioni. La norma, come abbiamo detto e come mostrano le neuroscienze, ha una natura genetica, biologica, universale, e una parità ontologica di tutti gli esseri umani. E’ un’esigenza dell’Io, un ‘esserci’ nel mondo (Heidegger). E’ dunque un valore, una delle massime virtù (Aristotele)”.

 

Quindi una coscienza che deve essere sorretta e guidata dalla norma, dalla legge?

“Se dico: ciò che faccio io è giusto e ciò che fanno gli altri è sbagliato è un’idea molto pericolosa, in quanto sintomo di prepotenza morale e di faziosità intollerabile. E’ come dire: basta soltanto fare ciò che ci dice la nostra coscienza. Eh, no. Non è così. Come abbiamo dimostrato, ci sono fatti obiettivi contro la pretesa autonomia della coscienza (individuale). Inoltre, la coscienza, come la mente e il cervello, è avvolta ancora da molti misteri, ha una natura soggettiva, personale e privata, è ‘un abisso di peccati’ (sant’ Agostino) e schiava delle passioni. Infine, la maggior parte dei processi mentali e dei nostri comportamenti ha luogo senza che noi ne siamo coscienti. La coscienza rappresenta, come dimostrano le neuroscienze, solo una parte della vita mentale. Essa deve essere guidata da principi universali, che abbiano cioè validità assoluta. Solo una legge universale (la norma, il diritto) può infatti garantire a un individuo ciò che è lecito (bene), ciò che è obbligatorio e ciò che è proibito (male). Diversamente, come sostengono autorevoli studiosi, tutto diventa assuefazione (al male, cioè al peccato). Un male, essi aggiungono, che alimenta se stesso in un processo devastante e all’infinito.
La fine delle certezze, la crisi etica e religiosa (‘un’ emergenza storica’ secondo il Papa), la fine delle grandi narrazioni, la frammentazione delle coscienze e della storia di Dio possono portare la Chiesa a porsi in una condizione di ‘impotenza crescente’, su livelli di permissivismo, rassegnazione e ‘distribuzione di facili perdoni’.
Si elabora in tal senso una forma di ‘messaggio debole’ nell’ intento di raggiungere un ‘controllo’ sull’ individuo e sulla gente. La grande sfida che la Chiesa ha dinnanzi è la ricerca di una nuova identità, cha sappia esprimere un messaggio alto, ampio e forte attraverso racconti, parabole, similitudini e comparazioni che esprimano un fecondo e penetrante insegnamento morale, sociale e spirituale.
Dobbiamo cercare, definire e attuare un’etica universale che comprenda principi assoluti e inderogabili, per illuminare il sonno della ragione. A partire dall’infanzia”.

 

Norma, violazione della norma, peccato e perdono. Come concludere?

“Alla luce delle moderne ricerche neuroscientifiche, è possibile sostenere che la norma (e dunque la sua violazione) è ‘stabilmente impiantata nella mente’ (Gazzaniga). C’è una struttura biologica profonda che guida i nostri valori e la nostra vita individuale e sociale (Green). Secondo molti neuro scienziati, abbiamo un senso morale e soprattutto un senso di giustizia, una ‘predisposizione’ a cooperare e a punire che viola le norme.
Il sistema delle punizioni e delle remunerazioni è un modo per migliorare la nostra vita (Churchland). In questo senso, la norma è sinonimo di legge, un concetto fondamentale per definire il diritto.
Queste tendenze morali poi non sono una caratteristica umana, ma si manifestano, come mostrano gli ultimi progressi delle nuove neuroscienze, anche negli animali (de Waal). I valori di certi animali, come ad esempio il bonobo, ‘non sono del tutto diversi da quelli che sono alla base della moralità umana’.
Niente norma morale e giuridica, niente regole e tendenza al perdono (perdonismo): tutto ciò porta a ‘nessuna decisione (comportamento) morale’, vanificando ‘l’essere e l’unità del mondo come kosmos.

 

Concludendo: la morale è un insieme di norme che guidano la condotta di una persona. A sua volta, la coscienza, ma così anche la mente e il cervello, è ancora un concetto sfuggente e secondo autorevoli neuro scienziati ‘inafferrabile’.

 

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