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Le finestre dell'anima di Guido BrunettiLe Finestre dell'Anima

di Guido Brunetti   indice articoli

 

L'uomo che vuole sostituirsi a Dio

Ottobre 2015


“La scienza non ha bisogno di Dio” è il titolo categorico del libro di Edoardo Boncinelli. Che è un viaggio sulla vita lungo quattro miliardi di anni. Invero, si tratta di una idea che rappresenta l’ eterna sfida dell’ uomo a Dio e si colloca nell’ alveo di una concezione che enfatizza la potenza della scienza e della tecnica messa al servizio di un mondo dove l’ individuo, preso da un delirio di onnipotenza, si sostituisce a Dio. Nell’ ambito della ricerca scientifica si è venuta affermando una dottrina positivista, la quale non soltanto si è allontanata da ogni riferimento alla visione spirituale (e cristiana) del mondo. Ma ha anche lasciato cadere ogni richiamo all’ idea metafisica e morale. La conseguenza di ciò è che gli scienziati, privi di ogni riferimento etico ed esistenziale, rischiano di non avere al “centro” del loro interesse la persona umana e la totalità della sua vita, cedendo in tal modo alla “tentazione” di un potere demiurgico.
Il pensiero contemporaneo tende sempre più a basarsi sulla “perdita” o “rifiuto” dell’ assoluto e sui vari tentativi di trovare percorsi alternativi alla concezione metafisica, oscillando tra visioni prometeiche di grandezza e tragiche negazioni della propria identità. L’ uomo vuole così sostituirsi all’ assoluto, diventando uomo- Dio o vuole negarsi all’ abisso del nulla.
La negazione della dimensione metafisica e l’ affermazione del relativismo della nostra epoca conducono al rigetto dei valori perenni. La frase di un personaggio di Dostoevkij: “Se Dio non esiste, tutto è permesso” sta a significare il venir meno di ogni fondamento obiettivo, valido per tutti, a vantaggio di scelte soggettive. Negando la dimensione metafisica, la stessa distinzione tra il bene e il male, tra il cervello rettiliano e il neocervello si ottenebra. Così, l’ immagine di un mondo senza Dio appare un mondo senza progettualità e finalità, senza speranza. Una condizione che può portare alla disperazione, all’ angoscia e al disordine esistenziale, e trasformarsi in cultura del malessere e della morte.
Si cede in tal modo alla tentazione di passare dalla scienza allo “scientismo” che parafrasando un gergo consueto per i neurologi, è - scrive Vizioli - “una vera e propria malattia degenerativa della scienza”, un nuovo sistema di dogmatismo, ortodossia, feticismo ((Benn). Che, “se ha riempito il mondo di macchine - aggiunge il genetista Sermonti -, ha impoverito la vita umana, degradandola al puro soddisfacimento dei bisogni fisiologici”.

 

Invero, nel solco di una concezione millenaria, la scienza occidentale è fondata - afferma Jacob, premio Nobel per la medicina - sulla dottrina di “un universo ordinato, creato da un Dio che rimane fuori della natura e la governa per mezzo di leggi accessibili alla ragione umana”.
La cultura (scientifica, filosofica e letteraria) contemporanea invece si oppone sempre più ad ogni pretesa metafisica ed ontologica e sta perdendo il senso della trascendenza e del sacro. L’ idea filosofica e teologica della “morte di Dio” elaborata da Nietzsche esprime una “nichilistica” assenza di valori; e rappresenta la fine di tutte le illusioni e delle certezze assolute; il tramonto di codici etici o teleologici; il collasso della trascendenza; la scomparsa di essenze e di contenuti morali consolidati; la crisi della civiltà d’ Occidente.
Il vuoto lasciato dalla “morte di dio” viene colmato dal filosofo tedesco con il concetto di “volontà di potenza”, il “nichilismo” e il mito del “superuomo”. Un uomo che pretende per l’ appunto di sostituirsi a Dio. Quando l’ Uomo si è fatto Dio, o ha creduto di esserlo, ha fallito.
L’ uomo (e lo scienziato) di oggi si muove così tra “relativismo” (rifiuto di verità assolute e certezze soprannaturali) e “riduzionismo” scientifico. Nel nostro campo, che è quello delle neuroscienze, il concetto di riduzionismo (fisicalismo) significa “riduzione” della mente e della coscienza a eventi della materia cerebrale.
Sta di fatto che è manifesta chiaramente nella ricerca sul cervello l’ intenzione di abbandonare ogni ipotesi spiritualistica che affermi la supremazia di forze misteriose sullo psichismo. I nostri pensieri, i nostri comportamenti, le nostre emozioni- scrive il neuro scienziato Shangeux, - “ hanno origine in fenomeni chimici e fisici prodotti nel nostro cervello”. Tutte le rappresentazioni mentali, percezioni, immagini o persino concetti non sarebbero altro che “oggetti mentali”, cioè combinazioni di neuroni.
Il “primo principio” alla base dell’ attuale pensiero dei neuro scienziati sul cervello e la mente è che “Tutti i processi mentali, perfino i processi psichici più complessi, derivano – rileva Eric R. Kandel, premio Nobel per la medicina - da operazioni del cervello. L’ assunto cardine, al riguardo, è che ciò che comunemente chiamiamo mente rappresenta un insieme di funzioni svolte dal cervello”. Un principio correlato è che i “disturbi del comportamento che caratterizzano la malattia psichiatrica rappresentano - aggiunge l’ illustre scienziato - parimenti disturbi del funzionamento cerebrale, anche quando le loro cause sono chiaramente di origine ambientale”.

 

Mente, coscienza, conoscenza sono eventi dell’ attività cerebrale. L’ uomo è cerebrale e nient’ altro che cerebrale (Hagner). “Noi non siamo altro – avverte Crick - che un insieme di neuroni”. In realtà, ciò non è ancora dimostrato (Benini). Dall’ attività elettrochimica dei neuroni e delle aree cerebrali non è possibile “dedurre” infatti quali siano i contenuti della coscienza e della mente. Inoltre, egli tralascia di chiedersi chi siano i “noi” che dovrebbero capire come funziona “il pacco di neuroni” che noi siamo, se non cellule nervose, altri pacchi di neuroni, in “una regressione infinita”.
Le neuroscienze hanno fornito e continuano a fornire una mole di dati di notevole interesse, senza tuttavia essersi “avvicinate” alla comprensione di come emerga l’ immaterialità della coscienza, e sono ancora alle prese con gli stessi dilemmi dei loro inizi.
Il riduzionismo o fisicalismo delle neuroscienze non è una filosofia sulla quale discettare, ma - spiega Kandel - un metodo. Il criterio dello studio naturalistico della mente è - lo ribadiamo - la “riduzione” degli eventi mentali a eventi della materia del cervello. Le neuroscienze come tutte le scienze empiriche procedono con il metodo “riduttivo”, altrimenti - nota Breitenberg - non formerebbero dati da interpretare ma fantasie. L’ attività della mente e della coscienza può essere studiata solo se “ridotta”. Se dunque gli eventi mentali sono ridotti a meccanismi fisico - chimici, la coscienza e la mente non sono altro che un “processo materiale”.
Il “riduzionismo” pertanto comporta:
1. L’ identità fra coscienza e cervello. Pensieri, emozioni, stati d’ animo, qualia, immaginazione, affettività, intenzionalità, tutto è “ridotto” a meccanismi neurali;
2. Coscienza e autocoscienza sono dovute all’ attività di “una parte” della corteccia cerebrale, la corteccia associativa (Kim). I suoi neuroni producono idee, progetti, convinzioni. Non è stata individuata nessuna istanza superiore che regoli e coordini (Singer).
Presupposto delle neuroscienze è che ci deve essere – chiarisce Koch - “un’ esplicita corrispondenza fra ogni evento mentale e i suoi correlati neurali (“NCC, Neural Correlates of Consciousness”).
Le scienze, con la loro metodologia fisicalista, pur avendo procurato un’ enorme quantità di conoscenze sul cervello come organo della mente e della coscienza “non possono superare il limite dell’ autoreferenzialità del cervello che studia se stesso”. Di qui, “l’ impossibilità di chiarire la contraddizione fra la natura rigidamente determinata” della mente e della volontà, e il nostro sentirci liberi ma sentirci costretti se la scelta ci è imposta. Il libero arbitrio, come aspetto della causalità mentale, sfugge in tal senso alla mente che lo indaga.

 

Ci troviamo così all’ interno di quello che ancora è considerato un “abisso insondabile”, il mistero dei misteri, il “grande profundum” di Sant’Agostino. Il problema è che se il concetto di mente è “sfuggente”, quello di anima è addirittura “inafferrabile”. Non è possibile in sostanza “derivare” le sensazioni soggettive - i “qualia”- dallo studio del sistema nervoso (Nagel). Mi è precluso il mio stesso mondo interiore, così come mi è precluso il mondo interiore di un altro essere umano.
Una prima conclusione è che i fenomeni riguardanti la mente e la coscienza “non potranno mai essere spiegati”- affermano autorevoli neuro scienziati - in termini di strutture o di processi che abbiano una base fisica e materiale. Questo non significa che si possa un domani arrivare a “comprendere” l’ origine della mente e della coscienza a partire dalla neurofisiologia. Esiste infatti tutta una schiera di scienziati, i quali sostengono che presto saremo in grado di comprendere le funzioni mentali.
Invero, lo scetticismo sulle possibilità di colmare lo hiatus fra mente e cervello - evidenzia Vizioli - è prova di una grande umiltà. Non c’ è da stupirsi che la cautela nell’ affrontare problemi così complessi la si trovi negli spiriti più illuminati. Già Sherrington, il fondatore della neurofisiologia, aveva affermato che manchiamo di qualsiasi base che permetta di iniziare le ricerche in tale direzione ed escludeva che i rapporti tra mente e cervello potessero trovare una soluzione. Altri autori come Jackson e Penfield non hanno esitato a dichiarare che i fenomeni psichici “si sottraggono a qualsiasi spiegazione meccanica”. Non abbiamo attualmente - hanno precisato - elementi per una spiegazione scientifica dei rapporti fra mente e cervello e nessuno conosce la natura dell’ attività mentale.
I più autorevoli neuro scienziati, da Penfield ai premi Nobel Eccles e Sperry, dopo aver dedicato le loro vite allo studio del cervello, si sono inchinati di fronte al mistero della mente. Di come cioè una struttura materiale (il cervello) possa produrre un’ attività immateriale (la mente).

 

In ogni caso - scrive Rose - quantunque limitata, la nostra capacità di spiegare il cervello sta già offrendo “potenti strumenti nello sforzo di comprendere la mente. Il neuro scienziato John Eccles ha infatti sostenuto che poiché la soluzione materialistica non riesce a spiegare la nostra anima, siamo costretti ad attribuire l’ unicità dell’ io o Anima a una creazione spirituale soprannaturale. Sono proprio le indeterminazioni dei meccanismi neurali ad offrire una via d’ uscita dal fisicalismo, un vero e proprio “Dio tappabuchi” (“God of the gaps”). E ha invocato una speciale regione del cervello, che ha chiamato “cervello di collegamento” nell’ emisfero sinistro, come il punto in cui l’ anima, e quindi la divinità, può intervenire e armeggiare con i meccanismi neurali.
L’ anima, per Eccles, è creata da Dio e interagisce con il cervello. Un’ altra spiegazione – aggiunge - “non è possibile”: né l’ unicità genetica né le differenziazioni ambientali. Questa conclusione rafforza la “credenza” in un’ anima umana e nella “miracolosa origine in una creazione divina”. Eccles riconosce dunque un “Dio trascendente”, il Dio nel quale credeva Einstein, ma anche nel Dio immanente al quale dobbiamo “la nostra esistenza”. L’anima è perciò concepita come “principio spirituale” e il cervello il tramite per l’ io spirituale.
La presenza di un “Centro di Dio” nel cervello è stata sostenuta anche da Schacter, mentre il grande matematico tedesco Kronecker ha detto : “Dio ha creato i numeri interi. Sono gli unici numeri la cui esistenza è certa. Ci vengono dati dall’ Onnipotente. Tutto il resto è opera dell’ uomo”.
Le neuroscienze indagano con metodi sempre più sofisticati le esperienze e i “sensi spirituali” che agiscono nel cervello. Sono state scoperte alcune aree del cervello che si attivano durante esperienze religiose.
Il primo ad esplorare le basi neurologiche dell’ esperienza mistica è stato il neurologo James Austin, il quale ha ammesso che “finché il nostro cervello avrà questa struttura, Dio non andrà via”. Andrew Newberg, dell’ Università di Pennsylvania, lo scienziato che ha introdotto il termine “Neuroteologia”, ha applicato sofisticati metodi di brain imaging su uomini (monaci buddisti) e donne (suore francescane) mentre erano in preghiera. Il risultato cui è giunto è che il cervello umano è stato geneticamente configurato per incoraggiare la fede religiosa, ed ha una capacità innata (built-in) di trascendere l’ io. Gli esseri umani - precisa Newberg - sono “predisposti al pensiero religioso, per cui i nostri cervelli si rivolgono a Dio”. L’ idea di Dio ha dunque una radice biologica. Abbiamo un innato cervello spirituale. L’ area del cervello implicata nell’ idea di Dio è quella dell’ associazione e dell’ orientamento (OAA).
Il nesso fra esperienza religiosa e cervello viene studiato a partire da W. James, il quale asserisce che una mente sana pensa Dio in positivo come un sostegno, mentre la mente malata vive la fede come sintomo di ansia e angoscia. Successivamente, l’ americano Leuba trova nella religione l’ espressione del funzionamento della mente, mentre Penfield scopre che una stimolazione elettrica del lobo temporale destro “produce stati estatici”. Da parte loro, Dewhurst e Beard mostrano l’ esistenza di una relazione fra epilessia e conversioni, e Waxman e Geschwind dimostrano l’ esistenza di una base neurologica dell’ interictal religiosity nei pazienti con TLE (epilessia del lobo temporale).
La Neuroteologia si consolida negli anni Ottanta ed entra per la prima volta in una pubblicazione di L. O. Mckinney, “Neurotheeology: virtual religion in the 21 St century”, la quale mostra che il sentimento religioso è “tipicamente umano e universale”. Ulteriori ricerche indicano che la religione è il prodotto dell’ evoluzione del cervello da interpretare come “prova” dell’ intelligent design (Alper) e che il lobo temporale del cervello farebbe “esperienza” di un Dio – rileva Persinger - finalmente “smascherato”. Gli esperimenti di Graham mostrano poi la presenza di un nesso fra lesione del lobo temporale destro e manifestazioni di iperreligiosità, mentre Ramachandran sostiene che è l’ area di Broca quella nella quale si attiva l’ esperienza religiosa.
Nuove dimostrazioni del rapporto tra religione e cervello vengono effettuate dalle ricerche di altri autori, le quali dimostrano in pazienti con TLE un nesso tra psicosi e delirio mistico e un ulteriore nesso fra atrofia dell’ ippocampo e iperreligiosità (Dawkins, Newberg, Freeman). A tornare infine sull’ idea dell’ imago Dei come modo di descrivere un’ attitudine specificamente umana è W. van Huyssten. La religiosità è una “funzione” del cervello, una funzione “benefica” come dimostrano le ricerche di Sternberg e Konig di una minore incidenza di malattie nella popolazione religiosa.

 

Concludiamo, dicendo che l’ esame della letteratura sperimentale e clinica mostra che la spiritualità, la moralità e la religiosità hanno una base organica, innata (Hauser). Fatto che poi conduce al concetto di Dio e alla fede (Gazzaniga). Esse hanno avuto origine da “reazioni biologiche comuni a tutti gli esseri umani” e sono proprietà misurabili della nostra vita mentale.
Esperimenti effettuati su pazienti con il cervello diviso (split brain) dimostrano che a produrre credenze religiose e morali sia l’ emisfero sinistro. Ulteriori ricerche di brain imaging mostrano inoltre che nell’ esperienza religiosa sono implicate aree temporali, parietali (LaPlante) e frontali (Azari). Alcuni scienziati ritengono poi che i lobi temporali siano l’ area che si attiva quando si sente “la voce di Dio” (Bental).
Una vera e propria esplosione di prove scientifiche recenti infine confermano che Dio, spirito, credenze religiose e sistemi etici sono compatibili con le innate capacità cognitive del cervello. Possiamo parlare in sostanza della presenza di una sorta di “grammatica universale”, di una scintilla spirituale e morale, che agisce in base a principi evolutivi (Green). La tendenza del nostro cervello a formare credenze (beliefs ) morali e religiose esprime il bisogno dell’ essere umano nel dare “senso” all’ esistenza, alla sofferenza e alla morte. Riteniamo che la nostra specie - come concorda Gazzaniga - abbia bisogno di credere in qualcosa, in qualche ordine superiore. Alla fine, anche il filosofo del nichilismo e del super-Uomo, Nietzsche, ha dovuto risolvere la sua idea della “morte di Dio” con una invocazione liberatoria: “Cerco Dio! Cerco Dio!”.

 

   Guido Brunetti

 

Edoardo Boncinelli
La scienza non ha bisogno di Dio
Rizzoli, Milano, 2012

 

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