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Ospite abituale
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L’importanza di Paolo di Tarso è fondamentale per la nostra storia infatti fu lui il maggior artefice dell’approdo della nascente religione in occidente, con il sincretismo “strano” che ne è seguito.
Chi spingerà fino alle estreme conseguenze l’evoluzione del cristianesimo da religione etnica a religione universalistica sarà Paolo.
Paolo (in latino Paulus ma in ebraico Shaul) con una coincidenza certo non casuale ci è presentato dagli atti degli apostoli come il giovinetto ai cui piedi deposero le vesti i lapidatori di Stefano, accingendosi all’esecuzione del proto-martire. In quel momento Paolo era ben lungi dall’aderire alla setta di Gesù; anzi, consenziente alla condanna di Stefano continuerà ad essere ancora per qualche anno persecutore dei cristiani.
Nato a Tarso in Cilicia, da una famiglia di artigiani ebrei colà emigrata, a quanto è tradizione, ebbe una buona formazione rabbinica: egli stesso si vanta di essere stato “un fariseo irreprensibile”. Ma è proprio una vanteria sciocca perché anzi, Paolo si mostra sempre straordinariamente lontano dalla mentalità farisaica. La corrente giudaicizzante più spinta, nel primitivo cristianesimo, quella degli ebioniti, lo accuserà di essere “apostata della legge”. Egli è imbevuto di cultura greca, anche se confusamente assimilata, tanto da fare nei suoi scritti una mescolanza di autentica filosofia e di magia espressa in una forma di ragionamento tortuoso e sconcertante.
Da qualche accenno che fa egli stesso, nelle lettere, alla sua persona, dagli “Acta Pauli et Teclae” e da altri apocrifi, si ricava l’impressione che fosse assai brutto, basso di statura, tarchiato e curvo nelle spalle, con una testa piccola e calva.
Orgoglioso di essere cittadino romano, fino al punto da latinizzare il proprio nome, Paolo è così poco ebreo da deridere, egli per primo, gli scrupoli dei suoi correligionari e da considerare “sterco” le prerogative della sua razza. Dopo la conversione si riserverà la propaganda all’estero, quale “apostolo dei gentili” e “collaboratore di Dio” di un cristianesimo notevolmente diverso da quello dei discepoli di Gesù.
Di sua iniziativa e non senza fieri contrasti con costoro, che egli chiama per scherno “le colonne” e “I superdiscepoli”, Paolo, non solo modifica spesso, (come vedremo) il messaggio del maestro, ma ne altera radicalmente la figura stessa.
A quanto narrano gli Atti e le Lettere paoline la sua conversione sarebbe avvenuta all’improvviso, pare verso l’anno 43 o 44 in seguito ad una specie di visione avuta nel deserto, lungo la strada per Damasco. In pratica un’insolazione che lo tramortì e lo tenne tra la vita e la morte per 3 giorni. Insomma: fu convertito da un certo Anania, capo della comunità cristiana di Damasco, il quale avendolo assistito durante la malattia non mancò di fargli credere che era stato guarito per volere di Dio. Appena ristabilito in salute Paolo ricominciò a predicare nella sinagoga di Damasco una fede del tutto personale, e non si curò, se non tre anni dopo, come egli stesso dichiara, di ritornare in patria e di prendere finalmente contatto col centro di Gerusalemme. Ma anche allora vi rimase solo 15 giorni e non vide che Simone Pietro e Giacomo, il fratello di Gesù. Non aveva conti da rendere a nessuno e non voleva accettare consigli nemmeno dagli apostoli.
Tornò a Gerusalemme solo quando furono trascorsi altri anni, per definire l’importante questione se i non-ebrei, che si convertivano al cristianesimo, dovessero essere circoncisi e quindi obbligarli a prestare ubbidienza alla legge mosaica, oppure no. E’ evidente che il punto cruciale non era il rito della circoncisione in se e per se ma l’accettazione di proseliti provenienti dal paganesimo, cioè l’estensione del cristianesimo a tutta l’umanità, teoricamente e non soltanto al popolo eletto.
A Gerusalemme si ebbe un violento scontro tra Paolo e l’amico Barnaba da una parte, Pietro e Giacomo dall’altra. Gli atti degli apostoli tentano di minimizzare l’incidente, facendo credere che Pietro abbia aderito subito al punto di vista paolino e Giacomo abbia soltanto raccomandato ai neoconvertiti non circoncisi venisse almeno vietato di mangiare i cibi proibiti dalla legge.
Una specie di compromesso quindi: non circoncisione, ma inserimento legale degli stranieri nel popolo eletto. Sennonché lo stesso Paolo da una versione diversa dei fatti: egli afferma che nell’incontro di Gerusalemme si venne nella determinazione di separare nettamente i due ambienti: quello degli ebrei circoncisi, rispettosi di tutte le loro prescrizioni legali, e quello dei gentili non circoncisi ai quali tali prescrizioni non interessavano.
Con molta spudoratezza, egli che non ha mai conosciuto Gesù, sostiene che “colui che ha incaricato Pietro di predicare tra i circoncisi, con la stessa autorità ha incaricato lui, Paolo, di predicare tra i non circoncisi” e si auto definisce del titolo di apostolo.
Da quel momento ciascuno dei due continua a predicare per proprio conto e a proprio modo. Ad Antiochia si forma il primo nucleo di cristiani secondo l’indirizzo paolino, che finirà per prevalere. Ciò che li distingue soprattutto non è più la religione predicata da Gesù ma il culto del Cristo come divinità.
Gli atti degli apostoli e le sue stesse lettere ci permettono di seguire i successivi avvenimenti della vita di Paolo: i suoi viaggi missionari, la sua infaticabile attività, alterna di successi ed insuccessi. Probabilmente nel 60 egli compie la sua ultima visita a Gerusalemme. Qui Giacomo lo prega, onde evitare incidenti, di dare una dimostrazione di lealismo verso le religioni degli avi, recandosi al tempio.
Paolo acconsente ma la sua presenza nel tempio solleva l’indignazione dei fedeli: “Questo è l’uomo che va predicando contro il nostro popolo! Deve sparire dalla faccia della terra!” Evita a stento il linciaggio per l’intervento di un manipolo di legionari romani, che però lo arrestano come perturbatore della quiete pubblica. Paolo cerca di sottrarsi al processo in quanto sostiene di essere cittadino romano, in quanto lo “Jus civitatis” lo esentava dalle pene corporali. Nel dubbio viene fatto imbarcare per l’Italia, affinché la sua situazione venga esaminata dalla capitale.
Gli atti degli apostoli terminano bruscamente con la notizia che a Roma Paolo dimorò due anni interi, senza ricevere noie. Siamo ridotti alle ipotesi per quanto riguarda il processo, le circostanze e la data del martirio che la tradizione gli assegna a Roma stessa.
Sicuramente falsa è la credenza che a Roma, in quegli anni, si trovasse anche Pietro e che i due vecchi avversari abbiano trascorso e chiuso assieme, nello stesso martirio, l’ultimo periodo di vita.
E’ vero invece che anche la morte dei due esponenti non fece cessare i contrasti tra “petrinisti” e “paolinisti”. L’atteggiamento rigido, che sconfessava addirittura Paolo come apostata, durerà nei gruppi cristiani giudaiccizanti fino al 5° secolo.

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Ma io sono fiero del mio sognare di questo etrno mio incespicare.... fare l'amore, tirare tardi, la fantasia .....
da "Quattro stracci" di Francesco Guccini
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