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Ospite abituale
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A formare la concezione di dio, propria del cristianesimo, hanno contribuito, durante i primi cinque secoli dopo la morte di Gesù, mescolandosi all’idea monoteistica ebraica, le filosofie del neoplatonismo, del filonismo e dello gnosticismo.
Le speculazioni filosofiche posteriori hanno cercato di mettere ordine in questa confusione e – almeno da parte della teologia ufficiale – ci si è avvicinati sempre più all’idea di dio come di un concetto astratto di sommo bene e di perfezione assoluta, di cui, tuttavia, si afferma l’esistenza reale.
Il merito di tale affermazione spetta ad Anselmo d’Aosta (1033 - 1109), arcivescovo di Canterbury, una delle figure più eminenti della prima scolastica. Espresso nel modo più succinto l’argomento ontologico di Anselmo si riduce a questo ragionamento: - noi possiamo mentalmente concepire un essere perfettissimo di cui non si possa pensare nulla di maggiore (quo nihil maius cogitar potest); ma se ammettiamo questo, dobbiamo anche ammettere che questo ente esista, poiché in caso contrario gli amicherebbe l’attributo dell’esistenza, quindi non sarebbe perfettissimo.
Già il monaco Gaunilone, contemporaneo di Anselmo, ne confutò l’argomento ontologico, obiettando che l’esistenza non è un attributo e che con lo stesso sofisma si potrebbe affermare l’esistenza reale, per esempio, di un’isola meravigliosa, sede di tutte le delizie, in mezzo all’oceano.
Il progresso moderno sconcerta l’uomo, dimostrandogli la provvisorietà e la precarietà di tutte le sue convinzioni e la possibilità di sempre nuove scoperte, in ogni campo. Ciò da all’uomo il senso della propria limitatezza di fronte all’infinito e all’ignoto che lo circondano. Ne nasce uno stato di angoscia, perché l’uomo sa di essere condizionato, inserito in una situazione transitoria che egli non può che assumere come propria, anche se non l’ha scelta. La fede in dio, secondo questa “teologia della crisi”, più che aspirazione ad un ideale perfetto, come nella religione tradizionale, è diventata per l’uomo moderno un bisogno di distogliersi da se stesso e dal mondo disponibile, di rinunciare a farsi valere, di abbandonare la fiducia in questa esistenza, per affidarsi, ciecamente all’invisibile. Si è tanto esasperato questo aspetto negativo della presenza di dio, che si insiste sulla necessità di una “fede” di per se stessa, in qualche cosa di indeterminato, in quanto “dio è e rimane per noi l’assolutamente altro, l’estraneo, lo sconosciuto, l’inavvicinabile”, come dice Karl Barth. (tratto da "La vita di Gesù" di Marcello Craveri.)

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Ma io sono fiero del mio sognare di questo etrno mio incespicare.... fare l'amore, tirare tardi, la fantasia .....
da "Quattro stracci" di Francesco Guccini
Ultima modifica di VanLag : 05-11-2005 alle ore 20.53.17.
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