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Vecchio 04-12-2005, 21.46.30   #58 (permalink)
VanLag
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L'ultima cena

L’ultima cena

Dopo avere descritto molto bene l’origine della Pasqua ebraica ed avere tratteggiato, in base alle conoscenze storiche, luoghi e modalità con cui poteva essere avvenuta l’ultima cena, (fino a descrivere con precisione visiva come doveva essere “la camera alta” cioè il luogo nel quale secondo i vangeli avvenne quell’evento evangelico), Marcello Craveri, con la sua solita precisione e competenza storica, passa a fare una interessante analisi sull’influenza paolina rispetto al modo con il quale quell’evento è arrivato a noi.

Continuo a trovare estremamente interessanti e stimolanti queste conoscenze che danno una visione realistica ad un qualche cosa che volenti o nolenti è così presente nelle nostre vite e paradossalmente direi che se fossimo veramente civili sarebbero queste le informazioni che daremmo nelle scuole ai bambini, cioè da dove nasce la nostra storia, come si è formata, quali le influenze che l’hanno forgiata. Purtroppo si continua a ritenere che un bel sogno è preferibile alla realtà e si preferisce insegnare nelle scuole il mito invece della verità
Non saranno i miei patetici sforzi a incidere sul mondo e sulla verità storica, il libro stesso di questo grande autore, (che fu anche tradotto in più lingue), ai tempi che usci, (nel 1966) suscitò un certo scalpore ma poi venne riassorbito nel silenzio…. Ma la verità in qualche modo sopravvive e si muove in mezzo a noi e speriamo che dilaghi sempre più.

Bah….. buona lettura a chi ancora stà seguendo……


Il codice D (o codice Beza, di Cambridge) ci dà il testo primitivo, nel Vangelo di Luca, che doveva essere anche quello degli altri evangelisti:

XXII, 14. Quando l’ora fu venuta, egli si mise a tavola e gli apostoli con lui.
15. Ed Egli disse: - Vivamente ho desiderato di mangiare questa Pasqua con voi;
16. poiché vi dico che non ne mangerò più fino a che venga il regno dei cieli.
17. E avendo preso una coppa disse: - Prendete e dividetelo tra voi.
18. Vi dico infatti che di questo succo della vite non ne berrò più fino a che venga il regno dei cieli
19. Prese allora il pane, lo ruppe e disse: - Fatelo anche voi in mia memoria –


Nelle intenzioni di Gesù vi era soltanto il desiderio di fare della cena pasquale, oltre che un rito di ringraziamento a Jahve per i “beni” fino allora largiti, secondo l’antico patto, un ringraziamento per la promessa del regno (nuovo patto) in cui quei beni sarebbero stati eterni e sovrabbondanti.
La cena voleva essere, perciò, una speranza e un augurio della concordia e della felicità che si sarebbero godute nel regno di Dio.
La radicale trasformazione dell’eucaristia, da rito commemorativo di Gesù e di ringraziamento a Jahve, in rito misterico è avvenuta in seguito all’affermarsi della cristologia paolina.
La fortuita incidenza della morte di Gesù, vittima innocente dei timori politici dei romani e della classe dirigente giudaica, in prossimità dell’ultima cena, in cui erano consumate le carni di un animale sacro (l’agnello), immolato a Jahve come offerta propiziatoria ed espiatoria, ha suggerito a Paolo l’idea di fondere i due avvenimenti e di costruire un parallelo tra Gesù e l’agnello pasquale.
Su questo piano di semplice confronto simbolico tra due vittime innocenti, sacrificate per l’interesse degli offerenti, l’idea di Paolo non avrebbe nulla di straordinario. Come a molte altre religioni anche a quella giudaica non ripugnava la concezione del sacrificio vicario. Abbiamo già avuto occasione di ricordare la credenza ebraica nel capro espiatorio che, come in analoghi riti babilonesi, hittiti ed egiziani, era una vittima passiva su cui, nel giorno del Kippur, il Sommo Sacerdote trasferiva, per virtù magica, tutte le colpe del popolo e la cui morte perciò significava la cancellazione delle colpe stesse.
Ne era estranea ai giudei l’idea che si potessero scegliere vittime innocenti anche tra gli esseri umani (la figlia di Ieptè, Isacco, ecc), come non era estranea alla religione greca, (Ifigenia, Alcesti, ecc…)

Ma nella cristologia Paolina non vi è soltanto l’intenzione di considerare Gesù una vittima espiatoria. Con ben altra ricchezza di fantasia, Paolo, per suggestione dei culti misterici, molto diffusi nell’ambiente greco-orientale in cui egli visse, accomuna Gesù alle divinità esoteriche (Orfeo, Dionisio, Attis ecc..), adorate da tali religioni. La funzione di queste divinità era stata di soffrire e morire per dare agli uomini la possibilità di accedere, spiritualmente alla beatitudine divina. I fedeli dovevano essere “iniziati” al culto segreto (mystérion) tramite la catechesi (conoscenza del significato del rito), il digiuno e la purificazione. Erano allora introdotti tra i membri della comunità religiosa che godeva della protezione del dio e potevano attuare l’unione mistica o comunione col dio stesso, mediante il pasto di un animale sacro che lo simboleggiava. La carne e il sangue dell’animale trasferivano in coloro che li avevano ingeriti le virtù della divinità.

Anche Paolo pensa ad un potere magico insito nel pane dell’eucaristia, come i pagani negli idolotiti (le carni sacrificate ai loro dei). Non occorre grande sforzo per riconoscere l’affinità tra i gradi dell’iniziazione orfica (catechesi, digiuno, purificazione) e quelli cristiani: preparazione al “mistero” dell’eucaristia, digiuno, confessione e assoluzione dei peccati.
Ma la sostituzione dell’animale sacro colla persona stessa di Gesù fa diventare macabra e orripilante la cerimonia: se Gesù è da considerare essere umano essa assume le caratteristiche di un rito cannibalesco; se Gesù è da considerare figlio di Dio, diventa inconcepibile come l’immagine pura ed elevata che Gesù stesso aveva di Dio abbia potuto degenerare nell’opinione di un dio spietato che pretende il cruento sacrificio, sempre rinnovatesi, del suo figlio diletto.

Una volta accettata l’innovazione di Paolo, anche l’agàpe degli apostoli perse il suo significato eucaristico (ringraziamento alla divinità) e commemorativo (ricordo di Gesù) per divenire parte del “mistero” della comunione.
Il pane ed il vino vennero assunti a simbolo della persona di Gesù e precisamente del suo corpo e del suo sangue.

Il resto dei vangeli si completò allora con le aggiunte fatte da Paolo, il quale, violando la realtà storica per un’esigenza teologica, ed asserendo con molta impudenza, che tutto ciò gli era stato direttamente riferito da Gesù stesso, gli faceva dire, dopo la fractio panis: - Questo è il mio corpo, che è dato per voi” e al momento della libagione del vino: - Questo è il mio sangue del nuovo patto, che si versa in favore di molti. –

L’agàpe apostolica, come anticipazione della beatitudine del regno promessa da Gesù, aveva un carattere festoso. Paolo invece, ha posto l’accento sulla sua relazione colla morte di Gesù: l’ultima cena è per lui “l’annuncio della morte del Signore”, e il lieto banchetto fraterno si è mutato in un sacramento, circondato da un alone di terrificante mistero. Infatti analogamente ai riti soteriologici greco-orientali, anche nella “comunione” cristiana Paolo introduce il concetto della punizione divina (fino alla morte) per chi osi accostarsi al pasto, senza l’opportuna iniziazione: - Chiunque mangerà il pane e berrà il calice del signore senza esserne degno, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore…. Per questa cagione molti fra voi sono infermi e malati e parecchi muoiono. –


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Ma io sono fiero del mio sognare di questo etrno mio incespicare.... fare l'amore, tirare tardi, la fantasia .....

da "Quattro stracci" di Francesco Guccini
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