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Ospite abituale
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The End
Nonostante la chiarezza con cui Paolo ha voluto dichiarare l’assoluta arbitrarietà di Dio nel concedere la “grazia” della salvezza, fino al quarto secolo di preferiva attenuare la sua dottrina intendendo che Dio predestinasse e giustificasse, almeno, coloro di cui “aveva preveduto i meriti futuri”. Ma sul finire del secolo stesso, Agostino divulgò la sua rigida interpretazione del pensiero Paolino: - essendo tutta l’umanità senza eccezioni “massa perditionis” da Adamo in poi per il peccato originale, non è possibile che la scelta di Dio possa essere motivata dai nostri meriti; la “grazia” è liberamente concessa da Dio, anche se non ne siamo degni.
La pessimistica opinione di Agostino sollevò scalpore. Molti protestarono, e soprattutto il monaco bretone Pelagio, il quale in un commento alle Lettere di Paolo, sostenne che il peccato di Adamo può avere nociuto a lui solo, non a tutti i suoi discendenti, che l’uomo, quindi, non ha perduto il libero arbitrio di scegliere tra il bene ed il male e perciò di salvarsi o di dannarsi con le sue forze naturali. La “grazia” serve soltanto a “nos adiuvare ad non peccandum”.
La dottrina pelagiana fu condannata dal Concilio di Caratgine, dei 412. Ma ormai la polemica tra agostiniani, sostenitori della “grazia”, e pelagiani, sostenitori del “libero arbitrio” era avviata.
Sul finire del Medio Evo, Tommaso d’Aquino tentò di nuovo di smussare le asperità della dottrina agostiniana con una conciliazione tra “grazia” e “libero arbitrio” che la chiesa ha accettato.
Invece fu proprio riferendosi ad Agostino che nel secolo XVI Martin Lutero iniziò il movimento della Riforma. L’uomo – egli disse – decaduto col peccato originale è irrimediabilmente corrotto sicché da esso non può procedere che il male: ogni sua opera è necessariamente peccato. Solo chi è predestinato avrà vita eterna, e in tal caso “etiam volens non potest perdere salutem suam, quantiscumque peccatis”. L’affermazione di Paolo, “l’uomo è giustificato solo dalla fede” diventa paradossalmente, per Lutero, “Pecca fortiter, sed crede fortius!”
Sulle orme di Lutero l’altro grande riformatore, Calvino, giunge ad un predestinazionismo ancora più radicale: l’uomo è predestinato ab aeterno alla salvezza o alla dannazione, quindi anche colui che pecca lo fa perché così è prestabilito; ma la sua caduta nel peccato è la prova che Dio non l’ha eletto, è la certezza terribile della propria condanna!
Sconfessate dal Concilio di Trento, le dottrine di Lutero e di Calvino hanno subito invece un
approfondimento sempre maggiore da parte protestante.
Attualmente, percorsa dalle crisi mistiche dei primi riformati e poi di spiriti inquieti come Giansegno, Biagio Pascal, Giacomo Spener, la teologia protestante più avanzata, specie di indirizzo esistenzialista, ha ridotto il fatto religioso all’ossessionante incertezza del nostro destino futuro. Per Sòren Kierkegaard Kierkegaard il timore del peccato (che sarebbe la prova sicura della nostra non elezione da parte di Dio) ci condanna alla via “paradossale” della negazione del mondo, della solitudine e della disperazione.
Heidegger Heidegger ed i suoi seguaci considerano la vita umana come provvisorietà, coscienza della nostra limitatezza e della nullità dei nostri mezzi. L”esserci” di Heidegger, cioè la nostra presenza nel mondo, è “pura, angoscia continua, sospensione, insoddisfazione, esistenza in autentica”. Tuttavia – dice Karl Barth – proprio questa “angoscia”, questa sensazione di smarrimento e consapevolezza di peccaminosità è il segno positivo del nostro bisogno di Dio, sentito precisamente come netta antitesi di tale nostra insufficienza.
Si arriva pertanto alla conclusione, davvero madornale, che è bene che l’uomo sia peccatore, altrimenti non avrebbe sete di Dio.
Così la “lieta novella” predicata da Gesù che conteneva una speranza di felicità, di pace e di giustizia per tutti gli uomini, in questa vita, si è mutata, attraverso i secoli, nella perversione di una fede che non serve più per la vita, perché anzi la rifiuta, la maledice, la condanna ad una tormentosa inquietudine.
------------------------------------------> The End
Qui finisce il mio “sforzo” che spero qualcuno abbia seguito. Vi lascio con le tristi parole con cui Marcello Craveri chiude il suo libro, (quelle sopra in neretto), che ovviamente condivido in toto. Laddove l’amore ci avrebbe condotto alla gioia di vivere, una assurda “pretesa di perfezione” ha prodotto una dottrina cristallizzata e dogmatica, tesa più a preservare la forma che la sostanza del messaggio di Gesù, che ha finito per soffocare l'uomo chiedendogli di essere un qualche cosa che non è e che non potrà mai essere.

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Ma io sono fiero del mio sognare di questo etrno mio incespicare.... fare l'amore, tirare tardi, la fantasia .....
da "Quattro stracci" di Francesco Guccini
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