Salve, sono nuova del forum. Sono approdata in questo sito cercando materiale sull’elaborazione del lutto e mi sono imbattuta in questa lettera di bruno savino, bella e intelligente. E mi è venuta voglia di commentarla. Condivido la tesi dell’autore. Mio padre è morto quasi 5 mesi fa per un cancro ai polmoni. Io sono atea, appartengo a quei 900 milioni di esseri umani che non credono nell’esistenza di dio. Dell’ateismo si parla poco e se se ne parla lo si fa male. Mio padre mi diceva sempre quando mi lamentavo con lui per qualcosa, che non dovevo, che l’unico problema al quale non c’è soluzione è la morte, tutti gli altri si possono risolvere. Io mi arrabbiavo perché credevo volesse sminuire i miei problemi. Oggi, dopo la sua malattia, dopo i giorni passati accanto a lui, non posso che dargli ragione. L’unico problema che non ha soluzione è la morte. L’idea di una vita oltre la morte è una soluzione facile, per me inaccettabile. La morte non è niente? La morte è il problema, la morte è il nostro problema. Mentre mio padre stava male cercavo di sforzarmi di pensare che in fondo l’avevo avuto accanto per tanto tempo, che aveva quasi 69 anni. Ci sono persone che hanno perso i genitori prima di me, che hanno perso persone che amavano in modi ancora peggiori di quello in cui è morto papà. Anche questo pensiero non mi calmava. La morte fa rabbia, la morte è un’ingiustizia. Nessuno è sereno, nessuno può sorridere, nessuno che ha visto morire qualcuno che amava può rimanere uguale a quello che era prima. Se ciò avvenisse sarebbe orribile, sarebbe inumano. La morte ti cambia. Ti fa entrare in contatto con la tua morte e prima della morte c’è la malattia. La fragilità di mio padre, la debolezza, l’impotenza sua e mia mi hanno fatto guardare alla mia fragilità, alla mia impotenza. Fragilità, impotenza, debolezza fanno parte della vita. Strategie di evitamento non portano lontano, semmai portano lontano dalla vita. E io la vita di mia padre l’ho voluta sentire finché ho potuto, finché non è finita. Mio padre non è nella stanza accanto. Il suo corpo è in un cimitero. La sua vita come la sua morte è nei miei ricordi, fa parte di me, vive dentro di me e delle persone che lo hanno amato. ‘Tenerezza purificata’… La tenerezza io l’ho vissuta con lui e non era da purificare era già pura di suo. E se penso alla tenerezza non posso fare a meno di piangere, perché sono arrabbiata, arrabbiata con la morte, con chi dice che non è niente. La morte è il problema. Lascia dolore, e il dolore fa male. C’è chi dice che il dolore è costruttivo. Nella nostra cultura il dolore è rifuggito sempre e comunque. Arriva un momento però, per ciascuno di noi, in cui il dolore entra prepotentemente nella vita. E io non lo voglio lenire con facili e ingenui illusioni, lo voglio sentire dentro di me, anche se fa male, perché io sono viva.
Nota del webmaster
Dalle
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La morte non è niente. Commento a Sant'Agostino di Bruno Savino