Ho letto più volte l'esperienza di Emanuela, "La notte che ho scoperto di non avere età" a questo indirizzo:
http://www.riflessioni.it/esperienze/notte.htm ed ogni volta che la leggo la trovo genuina. Da un parte accosto quanto scrive a quanto Raymond A. Moody jr. descriveva nel suo celebre libro “La vita oltre la vita” nel quale erano narrate delle esperienze di persone che avevano attraversato uno stato di morte clinica e si erano poi risvegliate.
Dall’altra parte la accosto ai racconti di Ramana Maharishi e di U.G. krishnamurti sulle loro esperienze di “morte” pensando che Manuela ha attraversato quella che U.G. chiama la calamity. Per questo conclude il suo racconto dicendo: -
Ho cercato in tutte le direzioni per capire cosa mi è accaduto –
Ed in effetti difficilmente poteva trovare dei riscontri a quella domanda perché, sempre seguendo U.G, quando accade quell’evento la persona tocca la vita in un punto nel quale nessun altro la aveva toccata prima. In altre parole non poteva avere riscontro perché quanto ha attraversato l’autrice non appartiene alle esperienze umane.
Ci sono tuttavia altri indicatori che mi permettono di riconoscere quell’esperienza come genuina. Emanuela, cioè l’autrice del brano in due punti parla di compassione, la prima volta verso i nostri attaccamenti:
Ho guardato i nostri attaccamenti materialistici: la casa nuova, l’automobile, gli oggetti preziosi, i nostro obiettivi e ho sentito una grande pena e senso di compassione e mi sono resa conto di quanto siamo stupidi ad affannarsi per tutto ciò, perché il vero senso della vita era la pura Esistenza che stavo vivendo.
e la seconda volta una compassione verso le persone che fino al giorno prima odiava perché le facevano del male:
Allora mi sono chiesta cosa poteva essermi accaduto e ho provato a pensare alle persone che fino al giorno primo odiavo perché mi facevano del male. Ho sentito nei loro confronti una compassione immensa ed ho detto “bisogna che gli aiuti, stasera andrò a trovarli”.
Come sappiamo dalle letture, (per chi le ha lette), la compassione di buddistica memoria, ricorre normalmente nei sapienti. Dagli occhi di Ramana che Osborne ci dice “
brillavano di compassione” alle parole di Friedman su Nisargadatta….. “
siete pieno di compassione e prodigi accadono accanto a voi”….. fino alla compassione di U.G. che forse è più difficile da scorgere ma assicuro che c’è, senza dimenticare ovviamente la compassione del Budda.
Bene …… l’autrice è pervenuta a questa dimensione e l’ultimo indicatore che me lo fa pensare, (oltre tutto il suo racconto), sono le parole che precedono la sua esperienza: “
non mi interessava più di vivere perché avevo già realizzato tutto e non sapevo più cosa cercare” e cioè in quello stato d’animo particolare di distacco e di compimento che è una delle conditio sine qua l’impossibile si manifesti.
Concludo l'intervento con un breve stralcio estratto dai dialoghi in Amsterdam di U.G. perché mi sembra centrato sull’argomento e suggerisco di leggere l’interessante brano di Emanuela.
Domanda: Non so se quello che mi è successo un giorno apparteneva alla sfera di queste esperienze, non mi interessa. Ma ero realmente spaventato dalla morte e non riuscivo più a respirare. Come sentii questa sensazione in me credetti di morire.
U.G.: Questa tua paura ha prevenuto la possibilità che il tuo corpo passasse attraverso il processo della morte fisica. Il corpo deve passare attraverso questo processo perché ogni pensiero, ogni esperienza, ogni sentimento che sono parte del tuo essere devono andarsene.
Non puoi tornare ad essere te stesso finché la totalità delle esperienze umane non è completamente espulsa, se posso usare questa parola, dal tuo sistema. Non è qualcosa che tu puoi fare, o fare succedere, con uno sforzo volitivo. Quando è il momento succede, anche se tu non l'hai voluta.
Tu non cercherai mai la fine di te stesso come ti conosci e ti sperimenti. Qualche volta succede. La paura che tu muoia, che finisca ciò che tu conosci e sperimenti come te stesso, previene la possibilità che le cose nella loro globalità vengano spazzate via. Se tu fossi stato abbastanza fortunato ciò sarebbe successo, e tutto avrebbe ripreso il suo ritmo naturale che è discontinuo e scollegato.
Vedi, quello è il modo in cui il pensiero funziona. Non c'è continuità del pensiero. Il solo modo con il quale esso può mantenere la sua continuità è attraverso la richiesta di esperienza, esso vuole che le stesse cose si ripetano all'infinito.
Tutto quello che c'è e che forma il tuo io, è la conoscenza di te stesso e del mondo attorno a te. Il mondo attorno a te non è diverso dal mondo che tu hai creato per te stesso all'interno di te. Quello che ti spaventa (non te ma il movimento del pensiero) è che quella continuità termini.
