|
Utente bannato
Data registrazione: 25-10-2007
Messaggi: 303
|
Riferimento: Cos'e' veramente Il maschilismo?
Per chlobbygarl
Sono ben lontano dal voler instaurare polemiche personali nei tuoi confronti – come nei confronti di chiunque altro, se non necessario – ma credo che le cose che sostieni sono tanto criticabili dal mio punto di vista, da meritare di essere evidenziate come espressione (questa sì) di un approccio ideologico alla questione in campo.
In primo luogo questa affermazione:
“la risposta tradisce però ancora lo stesso approccio, vale a dire far precedere l'analisi sul merito delle cose scritte dall'attenzione verso il genere (sessuale) di chi le scrive”
Sinceramente non capisco da cosa desumi una simile impostazione, dal momento che le mie tesi sono del tutto indipendenti dall’interlocutore ed hanno i medesimi contenuti sia che esso sia di sesso femminile sia che esso sia di sesso maschile. Hanno un carattere unisex – se mi passi l’espressione – e volerle vedere attagliate al genere dell’interlocutore mi sembra un modo propagandistico di interpretarle.
Su cosa perda, poi, un uomo dal sostenere che il mondo femminile sarebbe ancora oggi discriminato e, quindi, dall’agire sostanzialmente contro se stesso, nel seguito delle mie contestazioni ti apparirà più chiaro limitandomi, al momento, ad osservare che già un’interpretazione della realtà non corrispondente al vero (alius - a quanto è verificabile) significa alterare in modo pregiudizievole e compromettere in radice i termini del dibattito culturale in materia, di cui tu stesso, peraltro, sembri avvertire l’esigenza.
Tu sostieni, infatti, che…
“…Gli strumenti di gestione aziendale e amministrativa/istituzionale hanno ancora le forme del genere maschile che li ha creati a proprio uso e consumo:i tempi e i modi del lavoro, così come quelli della partecipazione pubblica sembrano voler postulare di fatto che ad una donna è consentito scegliere e nulla più, fare la madre oppure sviluppare la sua professionalità.”
Credo tu sia in errore.
Gli strumenti della gestione aziendale (da un lato) sono determinati ed assumono la forma della competizione imposta dal sistema economico di mercato, che è totalmente indifferente al genere sessuale dei competitors ma guarda solo ai risultati di gestione ed alla competitività – appunto – delle imprese.
Sostenere che il sistema economico capitalistico (perché di questo si tratta) sia strutturato nelle forme del genere maschile risulta, perciò, un’interpretazione deformata e deformante dell’effettiva realtà delle cose. E’ strutturato intorno alla logica dei risultati economici concreti e, ad oggi, per quanto esso sia criticabile per la selezione sociale che produce, non è stato ancora ideato e messo in pratica un sistema macroeconomico alternativo, su scala, capace di garantire altrettanti livelli di benessere materiale ed altrettanto diffusi socialmente.
Quando questo sistema economico alternativo – capace di prescindere dall’interesse privato e dai conseguenti criteri della competizione sul libero mercato - sarà ideato e concretamente realizzato, sarò il primo a rallegrarmene ed a sostenerlo.
Sino ad allora qualificare gli strumenti di gestione aziendale, i tempi e i modi del lavoro, come strumenti di discriminazione “maschilista” risulta, pertanto, un puro e semplice esercizio di propaganda ideologica (ossia guardare solo a ciò che interessa vedere, ignorando tutto il resto).
Gli strumenti della gestione amministrativa/istituzionale (dall’altro lato, perché non è affatto la stessa cosa) hanno talmente poco le forme del genere maschile che interi settori della pubblica amministrazione sono oggi, di fatto, in mani femminili; la scuola, ad esempio, ma anche altri settori del pubblico impiego (alcuni Ministeri, enti pubblici locali e non etc.) dove frequenti ricerche di settore indicano la presenza femminile ormai prossima o ben superiore al 60% della forza lavoro impiegata nelle più diverse posizioni, comprese quelle di responsabilità.
Non è casuale ma, anzi, paradigmatico che questo avvenga in un settore nel quale la “competitività” decade a mera appendice della logica produttiva, tanto da avere messo – ormai da anni – la PA al centro di riflessioni pubbliche sull’efficienza e sull’efficacia dell’azione amministrativa nel nostro Paese (da ultimo, il recente outing di Montezemolo in merito).
Ma sia chiaro che questo non vuole suonare come atto d’accusa nei confronti del mondo femminile che opera nelle amministrazioni pubbliche; i problemi in materia sono altri e molto complessi. Vuole significare, piuttosto, che le donne cercano e trovano spazio senza preclusione “maschilista” alcuna, guarda caso, proprio lì dove la competizione si fa più “leggera” e non qualificante.
Nell’ambito della partecipazione politica (sempre dal lato istituzionale della questione) la mia “clamorosa” affermazione circa la coerenza tra percentuali femminili nei luoghi del potere e partecipazione femminile effettiva, si fonda su alcuni indici numerici quali, ad esempio, la presenza femminile all’interno dei partiti politici. Sulla base delle poche informazioni che abbiamo al riguardo dagli apparati di partito, molto attenti a non compromettersi con un bacino elettorale così ampio come quello femminile, il numero delle tesserate all’interno di alcune formazioni non andrebbe quasi mai oltre il 20/25% del totale degli iscritti, oscillando molto più spesso intorno ad un modestissimo 10% (UDC, IDV ad es.) ed attestandosi, presumibilmente e complessivamente, intorno ad un “probabile” 15% di iscritte ed attiviste; forse anche meno. La parzialità di questi dati è complicata, inoltre, dalla recente nascita del PD, partito notoriamente privo, allo stato, di tesseramento e di iscrizioni formali.
Il quadro complessivo, comunque, è quello delineato, sicché – e qui introduco i motivi dell’autoflagellazione maschile di cui mi sembra tu sia esponente, peraltro autorevole – quando si invocano le “quote rosa” o altri tipi di accessi privilegiati, sulla base di percentuali così poco giustificative, si dovrebbe tenere presente che a tante candidature o incarichi assegnati forzosamente a donne in funzione del loro sesso (non di meriti commisurati), corrispondono altrettanti uomini estromessi da candidature o incarichi equivalenti. Come ho ricordato in qualche altro topic, questa dinamica risponde al noto principio delle c.d. “discriminazioni positive”; ossia la legittimazione a porre ostacoli, anche discriminatori, anzi, sostanzialmente discriminatori, al mondo maschile per agevolare quello femminile.
A te sembrerà giusto, a me no; anzi, mi sembra un principio altrettanto aberrante di quelle situazioni giuridiche che, secondo te, dovrebbero essere poste in secondo piano rispetto alla “questione femminile” che tu difendi con tanto ardore e che, guarda un po’ ancora il caso, non sono semplicemente situazioni giuridiche astratte, ma sono precedute e motivate, a loro volta, da precise situazioni culturali analoghe a questa, poi codificate in norme positive.
In definitiva (mi sembrava il caso di dilungarmi, dato che non esiste alcuna rappresentanza politica di queste tesi, a differenza della rappresentanza politica delle quote rosa e delle agevolazioni al femminile, praticamente onnipresente) se il mondo è strutturato in forme “competitive”, che possono rendere problematica la partecipazione femminile nel campo economico o politico, non lo si deve ad un “disegno maschilista”, ma solo alla struttura del mondo ed al suo funzionamento su basi competitive.
E credo, a differenza di te, che oggi ci si dovrebbe interrogare di più e prima dell’alibi del maschilismo, piuttosto che ipotizzare mutamenti sociali coattivamente indotti dai falsi presupposti del maschilismo stesso.
|