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Vecchio 11-03-2008, 16.16.10   #5 (permalink)
vagabondo del dharma
a sud di nessun nord
 
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Riferimento: Into the wild (nelle terre selvagge)

Citazione:
Originalmente inviato da Yam
Uno dei film piu' tristi che io abbia mai visto.
La storia e' vera ed e' una delle due disgrazie che hanno fatto arricchire John Krakauer (l'altra e' stata quella dell'Everest 1996, vedi Aria sottile in cui lui accuso' ingiustamente Anatoly Bukreev di omissione di soccorso...meglio leggersi anche cosa aveva da dire Bukreev..prima di morire a sua volta). Sean Penn inoltre ha dovuto attendere 10 anni che Krakauer gli concedesse i diritti per il film (doveva guadagnare al massimo con il libro).

Storia triste perche' rivela in tutta la sua crudezza la sofferenza adolescenziale che puo' portare all'isolamento e al rifiuto della societa' e al rinchiudersi in una ossessiva ricerca di significati nell'evasione dalla realta stessa. Che poi questo sia fatto con le droghe o con una romantica fuga nella natura, poco cambia.....
Le citazioni non sono del regista ma erano presenti nel diario del protagonista seguito da Krakauer per ricostruire la storia.
Non ho preso neanche in considerazione il falso mito della natura selvaggia come luogo di elezione per ritrovare se stessi, il dolore per quel ragazzo ha prevalso su qualsiasi considerazione di altro genere....(e' una storia vera...e di giovani morire cosi per le proprie paturnie adolescenziali ne ho visti fin troppi).
Conoscendo Sean Penn credo che il messaggio fosse proprio quello del dolore adolescenziale che puo' portare a scelte estreme....che non sempre hanno un lieto fine. C'e' da domandarsi il perche' debba accadere questo.
Oltretutto il ritardo con cui e' stata raccontata la storia (accaduta nel 1992) fa si che chi allora era giovane e magari e' stato in giro con lo zaino, oggi sia padre e magari stia facendo gli stessi errori....grande quindi il messaggio si Sean Penn...che giunge alle orecchie di chi allora era figlio e oggi padre...o madre.



Non sapevo di quell'episodio che citi relativo all'Himalaya. Quello che posso dire (l'ha detto Penn in un'intervista a Rolling Stone) è che Krakauer era disposto a concedere i diritti per il film quasi subito, ma è stata la famiglia del ragazzo ad opporsi, salvo ricredersi dopo. Poi trovo originale la considerazione che lo scrittore non acconsentisse a fare il film per ragioni pubblicitarie, visto che il film rappresenta il veicolo pubblicitario migliore per promuovere verso un pubblico ben più vasto il libro. Infatti, visto il film, chi scrive è andato a comprarsi anche il libro, guarnito della sua bella fettuccia pubblicitaria relativa al film.

Il libro, a dire il vero, ha una struttura simile al film: l'intento simbolico di Penn emerge chiaramente dai titoli dati ai vari capitoli inseriti all'interno della sceneggiatura cinematografica (nel libro non rappresentano affatto "pietre miliari"), dove ogni incontro, metaforicamente, rappresenta "l'infanzia", l'"adolescenza" e l'"età adulta", ovvero la "conquista della saggezza" avvenuta con l'incontro con l'anziano signore che avrebbe voluto adottarlo.

Quindi l'intenzione di Penn, partendo da una storia estremamente toccante, è stata quella di leggere nel percorso di Chris un viaggio, che è un viaggio interiore alla scoperta di se stessi. Non bisogna dare troppa importanza alla fine in Alaska di Chris, che a ben vedere rappresenta solo un incidente: il ragazzo sarebbe tornato indietro, quel periodo di isolamento doveva rappresentare solo una prova, temporanea, non causata nè da sofferenza nè da nichilismo orientato latentemente al suicidio. Il viaggio di Chris è letto in positivo dal regista, rappresenta uno spunto per estendere il discorso. Poi Chris ha 24 anni, ha superato di gran lunga il periodo adolescenziale.

Chris non ha paturnie adolescenziali e Penn lo mette chiaramente in evidenza. Il regista dà sostanza a quella scelta dell'Alaska raccontando un percorso in cui quello che emerge è la grandissima capacità del ragazzo di saper vivere in relazione con gli altri, arricchendo e arricchendosi continuamente nel corso dei suoi incontri.

E' chiaro ha problemi familiari alle spalle, ma la sua chiusura, si capisce, è momentanea: vuole fare quell'esperienza, come ne ha fatte negli anni precedenti, per capire certe cose riguardo a se stesso. Non può essere mostrato come un esempio, Chris, la sua è una scelta estrema anche se momentanea, ma la sua vicenda rappresenta un motivo valido per approfondire tematiche fondamentali. E Penn non fa altro che coglierle. Se il libro è più spostato sull'Alaska, il film è tutto nel periodo precedente. Penn quindi tira fuori da una storia privata un grande spunto narrativo per arrivare ad una visione trascendente della realtà.

In una società in cui anche le parti più critiche nei riguardi della sua organizzazione e delle sue logiche sono fagocitate e diventano parte integrante del sistema, la scelta di Chris è una scelta "fuori dal mondo", un tirarsi fuori dalla "catena di montaggio" che può essere raccontato come un aneddoto, ma si porta dietro una straordinaria forza simbolica che invita ognuno ad interrogarsi su quale sia il confine tra libertà reale e libertà condizionata.

Chris era troppo saggio per uccidersi così o per protestare in quel modo. Pensiamo che magari sarebbe tornato a casa, avrebbe perdonato i genitori, sarebbe andato a trovare la ragazza hippie, avrebbe continuato a correre alla scoperta del mondo e di se stesso con un'ansia e una voglia figlie di quello che Vero ha chiamato "richiamo interiore". Obiettivo finale: conoscere il vero volto di Dio, quello che vede in punto di morte (secondo Penn): il Nirvana, un'illuminazione, Sè stesso.

Quel percorso lettarario che aveva intrapreso e che tanto lo guidava nelle sue scelte lo avrebbe potuto portare a conoscere altri autori che gli avrebbero fatto cogliere tutta l'ingenuità racchiusa nella "via del monaco" (la via dell'Alaska) e l'importanza della via della consapevolezza nel mondo e con gli altri, la via della condivisione appunto, cui peraltro era già arrivato.
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"...una persona
intelligente nn può diventare sul serio qualcosa, giacchè a diventar
qualcosa ci riesce soltanto l’imbecille. Sissignori: una persona
intelligente in questo nostro secolo diciannovesimo ha il dovere, anzi
l’obbligo morale di essere una creatura prevalentemente priva di carattere;
viceversa l’uomo di carattere, colui che agisce, è una creatura
prevalentemente limitata.” (dostoevskij)
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