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Vecchio 25-05-2008, 14.46.58   #1 (permalink)
Elilu
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Post Chiesa ed omosessualità: un'omelia "infelice" a Genova

Ama et fac quod vis. Ama e fa’ ciò che vuoi. Senza ridurre a mero relativismo questo aforisma di paternità agostiniana, sintesi dell’incondizionata libertà che Dio ha concesso ai suoi figli, considero necessaria una riflessione. Sono questi tempi che non mi permettono di astenermi dal farlo, tempi in cui la Chiesa Cattolica autorizza, mi auguro inavvertitamente, a far risuonare nella casa di Dio parole come “coloro che ieri hanno manifestato fanno semplicemente schifo”. Schifo.

Schifo, curiosamente, è un termine di etimologia germanica che significa “paura”. L’uso che poi se ne è fatto nel tempo ha fatto sì che divenisse sinonimo di ribrezzo, ripugnanza. Si è pertanto aggiunta una sfumatura di disprezzo, certamente non trascurata dal prete che domenica 18 maggio ha ritenuto opportuno inserire nell’omelia ciò che provo vergogna nel ripetere, anzitutto come essere umano, oltre che come cattolica. Tuttavia ritengo che sia proprio la paura del diverso ad averlo indotto ad assumere una posizione del genere. Ma procediamo con ordine, o la comprensione di quanto intendo sostenere potrebbe risultare faticosa.

Chi sono “coloro che ieri hanno manifestato”, così come il sacerdote di Cornigliano (Genova) li ha definiti? Sono uomini e donne, creati ad immagine e somiglianza di Dio, creature da Lui amate incommensurabilmente. Prima di tutto. Sono poi studenti, disoccupati, lavoratori. Sono nondimeno persone che amano, soffrono, ridono. Sono anche omosessuali. Ed è soltanto questa loro caratteristica che li rende diversi dalla maggioranza di chi sta loro intorno. Eppure è necessaria e sufficiente per farne una categoria a sé. In coscienza, e con onestà intellettuale, non si può ridurre ai minimi termini una realtà così complessa come la vita di un individuo. E’ indispensabile una cautela che troppo spesso non viene nemmeno presa in considerazione.

Il giorno 17 maggio si è tenuta per le vie di Genova, in occasione della visita del pontefice Benedetto XVI, una parade laica. Non un gay pride, solo una manifestazione di dissenso, resa lecita dal ventunesimo articolo della nostra Costituzione, in cui, com’è noto, si afferma che «tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». Assistiamo ad una coincidenza singolare, poiché il corteo si è svolto in quella che è stata anche la IV Giornata Mondiale contro l’Omofobia. Alcune associazioni, come Arcilesbica e Azione Trans, hanno aderito all’iniziativa. Questi i fatti, cristallini. Mi rendo conto di come sia stato facile, per un osservatore poco informato, interpretare la parade laica come un gay pride. Probabilmente la differenza, almeno stavolta, ha avuto sede soltanto nelle intenzioni e non nella forma.

Non nego che, proprio per il rispetto che nutro verso gli anche omosessuali, io sia poco incline ad apprezzare le plateali dimostrazioni di orgoglio. Forse figlia della convinzione che il sussurro si faccia ascoltare più dell’urlo, credo che le più profonde trasformazioni sociali si ottengano col proporre, e non con l’imporre. Proporre, alla sensibilità di tutti, una quotidianità fatta di persone che esercitano il loro diritto naturale all’amore. Un amore che non è ostile a nessun patrimonio di valori. Un amore che non sfida alcuna cultura, o mentalità. Semplicemente è, e non può sottrarsi all’inevitabilità del suo esistere.

La prima, assoluta novità del messaggio di Cristo è proprio l’Amore. Ama il prossimo tuo come te stesso. Coloro che ieri hanno manifestato fanno semplicemente schifo. Amatevi gli uni gli altri. La seconda è l’introduzione del concetto di persona così come è modernamente inteso. Ne consegue la volontà di tutelare ogni individuo in quanto riflesso di Dio. E, parallelamente, il principio di uguaglianza. E’ questa la “buona novella”: porre l’accento su ciò che unisce e non su ciò che divide gli uomini. Se riuscissimo a vedere nell’altro un po’ di noi, forse nessun testimone della Parola potrebbe riferirsi a dei suoi fratelli con disprezzo. Tanto più che la stessa ortodossia cattolica condanna il peccato (l’omosessualità praticata) e non il peccatore (gli omosessuali). Nel 1996 la Congregazione per la Dottrina della Fede ha indirizzato a tutti i vescovi una missiva in cui è esplicitato che «va deplorato con fermezza che le persone omosessuali siano state e siano ancora oggetto di espressioni malevoli e di azioni violente». Probabile che a Cornigliano non sia mai arrivata. Forse è responsabilità delle Poste Italiane, chissà.

Dunque la Chiesa ammette l’omosessualità fintanto che rimane in potenza. Ma come può questo conciliarsi con la pienezza dell’amore, anche nella sua dimensione corporea, proposto al cristiano dallo stesso Benedetto XVI nella sua prima enciclica? Che amore si richiede allora agli omosessuali? Un amore represso perché colpevole? E di cosa? Di esistere. Un’esistenza voluta dallo stesso Dio in nome del quale si sono emesse sentenze troppo spesso lontane dall’essere espressione di quella purezza originaria del messaggio cristologico.

Il Vangelo di Matteo riporta queste parole: «chi scandalizza anche uno solo di questi bambini, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare.». Qua, e solo qua, risiede colpevolezza. Eppure la cronaca riporta con sempre maggior frequenza notizie di pedofilia, reato agli occhi di Dio, della legge civile e della coscienza, consumatasi in ambiente ecclesiastico. Questo fa schifo. Questo fa orrore. Senza possibilità di riscatto alcuno.

Gesù disse: «Ciò che avrete fatto ad uno tra i più umili degli uomini, lo avrete fatto a me». Tristemente ironico che gli anche omosessuali vengano, nella migliore delle ipotesi, definiti gay. In inglese significa “allegro”. Eppure molti di loro non conoscono la piena felicità da molto tempo. La televisione ci propone caricature da assurgere a modello di trasgressione, la moda gioca con l’interscambiabilità dei generi sessuali. Ma cos’ha a che vedere questo con la vita reale? In pochi sanno cosa significhi doversi allontanare dalla propria famiglia per impedire che possa vergognarsi di noi. Cambiare città, lavoro, casa. Solo per poter amare. E continuare ad amare ciò che ci siamo dovuti lasciare dietro. Sentirsi spezzati in due e non avere altra scelta. In pochi sanno cosa significhi sostenere lo sguardo di una madre che soffre per il distacco che tu hai dovuto volere per te stesso. Convivere con un senso di colpa che serra il respiro a volte. In pochi sanno cosa significhi dover rinunciare alla possibilità di divenire padri e madri, inibendo gli istinti genitoriali che abbiamo come chiunque altro. Sentirsi egoisti, quasi disumani, per aver soltanto sfiorato l’idea di poter concepire e crescere poi all’interno di una coppia formata da due genitori dello stesso sesso un figlio. Contronatura, il bisogno di amare un figlio per noi è contronatura. Forse rimarranno in pochi a saperlo, ma certamente ci sarà qualcuno in più oggi. Dio ci ha voluto affidare questo dono, che spesso diviene un fardello insostenibile, e ci ha resi parte dei “più umili degli uomini”. Ed è stato fatto a noi, erano per noi quelle parole. Coloro che hanno manifestato ieri fanno semplicemente schifo.

Elilu
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