Citazione:
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Originalmente inviato da Domenico Pimpinella
In effetti anche qui, ci troviamo apparentemente di fronte a due situazioni che sembrano escludersi a vicenda: l’egoismo e l’altruismo. In realtà questo avviene solo perché fin dall’inizio la razionalità non ha potuto rendersi conto che l’individualità ha una natura ambivalente. E’ composta cioè da due spetti interni complementari. E così quando uno di questi aspetti si assolutizzano esso esclude l’altro. Esattamente come avviene nel caso della natura della luce. Essendo la luce composta da due aspetti complementari, come hanno correttamente compreso Einstein e Bohr, se si assolutizza l’aspetto corpuscolare quello ondulatorio viene escluso e viceversa.
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Borh cercò di estendere il concetto di complementarietà anche in ambiti non legati alla fisica. Oggi sappiamo però che Borh si è lasciato prendere un pò la mano e che si sbagliava; per esempio pensava che la vita della cellula e la conoscenza precisa delle loro funzioni erano complementari, il che implicava che si potessero conoscere con precisione solo le funzioni, la struttura e il funzionamento di un sistema morto.
Questo non sminuisce l'esempio fatto ma siccome la complementarietà è un concetto legato alla fisica (e non è nemmeno un teorema ma è un concetto a cui si lega il principio di indeterminazione che invece lo è) io non lo estenderei a concetti che sono invece vaghi come quello di "egoismo" e altruismo.
Sono d'accordo però sul concetto che si voleva far intendere, ovvero che egoismo ed altruismo sembrano essere due facce della stessa realtà.
Premetto che non ho letto tutto il libro anzi mi sono fermato a poco meno del primo capitolo, ma mi premeva fare qualche riflessione già dopo le prime pagine lette prima che mi dimentichi quello che ho pensato (come quando uno si sveglia dal sonno e scrive immediatamente il sogno che stava facendo

).
sono arrivato qua:
Jung.
Sostenendo che l’individuo non è assolutamente un essere unico e separato dagli altri ma è anche un essere sociale, ha potuto derivarne che la psiche umana non è un fenomeno chiuso in sé e meramente individuale, ma è anche un fenomeno collettivo. E come certe funzioni o istinti sociali si oppongono agli interessi egocentrici dell’individuo, così determinate funzioni o tendenze della psiche umana si oppongono, con la loro natura collettiva, alle funzioni psichiche personali.
Pongo quindi questa riflessione (che non so se è stata poi sviluppata) che non vuol essere un'opinione personale ma un approfondimento del tema egoismo/altruismo visto da un'altra prospettiva.
La riflessione parte da molto lontano, da Aristotele a dal suo concetto di Katarsi. La tragedia greca forse può essere racchiusa in questo concetto, mille volte sviluppato nel corso dei secoli attraverso la letteratura, la commedia, la musica.
Mi soffermo solo su quest'ultima.
Sappiamo quanto sia stata importante il genere musicale denominato melodramma italiano che ha avuto tanta fortuna e sviluppato per alcuni secoli in tutta Europa (e ancora oggi eseguito nei migliori teatri del mondo). Almeno secondo i concetti che furono espressi all'inizo essa avrebbe dovuto conformarsi alla tragedia greca.
Il mio non è un l'intento di comprendere i motivi che hanno spinto verso questo genere, ma quale può essere la chiave di lettura per comprendere il significato di "tragedia" o di "dramma" e perchè poi confezionarlo in uno spettacolo che almeno agli inizi doveva solo rallegrare le feste.
Sicuramente l'intento di Aristotele era diverso da quello che poi servi il melodramma alle sue prime apparizioni; lui probabilmente voleva che si rappresentasse una vicenda non come un'imitazione della realtà, e nemmeno come scusa per raccontare le favole per i bambini (i primi melodrammi erano piu che altro drammi pastorali, anche se le intenzioni erano di riprodurre la tragedia greca), il suo intento probabilmente invece era quello terapeutico; attraverso il dramma scenico si doveva aiutare l'uomo alla purificazione dell'animo liberandolo delle sue passioni così che potesse ritrovare un equilibrio psichico.
Potrebbe anche voler dire(Katarsi) che attraverso la "partecipazione" al dramma, le passioni, che sono tutte mescolate nell'uomo, assumono una forma <<razionale>>, e dall'inconscio si trasformano in forme descrivibili e quindi "controllabili". Quindi attraverso il dramma, ed anche la musica, o forse soprattutto quest'ultima (per Platone era proprio la musica che aveva la forza di "muovere gli stati d'animo" ), l'individuo veniva ad essere consapevole delle proprie anime nascoste.
Ma potrei chiedermi a questo punto cosa potrebbero essere questi stati d'animo e queste anime nascoste.
Qui credo ci può aiutare il dramma, il teatro e il gioco dei ruoli:
In sintesi:
Il dramma, come era inteso da Aristotele, è una guarigione delle mente, il teatro è una "rappresentazione" della mente, i personaggi (che giocano un ruolo nel dramma) sono le anime della mente.
Chi pensò invece che la musica, e quindi anche il teatro in musica, non doveva avere alcun ruolo, furono i positivisti. Per Hanslick, musicologo dell'800' ,la musica non doveva essere ascoltata impressionisticamente, sull'onda delle emozioni, ma doveva essere studiata scientificamente, nelle sue forme e nelle tecniche. In pratica non doveva servire a nulla se no ciò che era in se, solo musica, forse tuttalpiù, intrattenimento, così respingendo tutta la musica romantica (ed anche quella Wagneriana che tanto romantica non era, ma soprattutto contro Wagner, a lui contemporaneo, che con la sua musica addirittura pensava al Nirvana). Guarda caso i più democratici però furono proprio i romantici che non rigettarono la musica del passato ma anzi la studiarono e l'approfondirono, perchè secondo i loro giudizi, tutta quanta la musica era romantica perché tutta suscitava passioni.
Oggi non siamo molto lontani da quelle figurazioni positiviste, e Darkins, menzionato nel Paragrafo 2 - Unico scopo: sopravvivere?, è uno di quelli...
Ma ritorno al problema del dramma, dei ruoli cercando di fare un collegamento col concetto di complementarietà che ho stralciato sù.
Ricordo questa frase dal testo:
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Ci sono - egli sostiene - esperienze episodiche d’altruismo come il fare l’elemosina, in cui viene sicuramente a mancare tanto l’affetto (perché dall’altra parte può esserci una persona che non si conosce) che il dovere (poiché niente apparentemente ce lo impone) ma dove è sicuramente presente (in chi compie l’azione) l’istanza della conservazione. Allora, perché un individuo arriverebbe a privarsi di una certa somma di danaro in favore di un altro?
La spiegazione è che la vista del povero ci mette in uno stato di disagio e il fare l’elemosina ci dà la possibilità di ripristinare un equilibrio interno che è stato scosso dalla vista dell’indigente. L’elemosina diventa, quindi, una sorta di terapia per superare uno stato di disagio psicologico. Con una tale azione si tende, quindi, a mettersi, come si suol dire, “il cuore in pace”.>>
Da questo punto di vista è possibile spostarsi verso quello a cui punterei io, ovvero verso la "coscienza dei ruoli".
Tentiamo di spostare la prospettiva; Ciaravolo dice che quando vediamo un povero gli diamo l'elemosina perché così pensiamo di metterci l'anima in pace.
Se invece ragioniamo diversamente potremmo supporre anche che una parte di noi si è esteriorizzata alla vista del povero. In pratica, secondo il gioco dei ruoli, alla vista del povero abbiamo invertito per un momento la nostra anima mettendoci nei suoi panni. Quindi non è piu pertinente dire che l'individuo è egoista quando fa l'elemosina poichè con quel gesto non abbiamo equilibrato nulla, anzi abbiamo per un momento invertito il nostro solito ruolo squilibrando la nostra giornata.
E' chiaro che è possibile dire che abbiamo sentito il piacere e quello è per noi un modo per essere soddisfatti dell'azione. Ma è possibile credere che invece in quel momento abbiamo avvertito il dolore del povero come se noi in quel momento svolgessimo il suo ruolo.
Faccio un esempio classico: se un giorno arrivassi sulla luna esteriorizzerei due passioni in me, quella di vedere la luna da vicino e quella di vedere la Terra da lontano. Questo gioco di ruoli è sempre presente in noi, ed è probabilmente questo aspetto poliedrico, che caratterizza il nostro essere uomini. Immedesimarsi nell'altro, amare, sentire l'amicizia, può essere "positivisticamente" concepito come un modo egoistico e individualistico, oppure, come spero di aver mostrato, come un modo per vivere la ( rifacendomi all'idea l'autore del libro) "complementarietà" dei ruoli; il concetto di individuo "unico" a questo punto si tramuta in un individuo in cui dentro invece prendono forma tante anime complementari. Solo così si può concepire l'assoluto, o il senso della fratellanza, o l'essere persona e quindi individuo. Chiaramente la coscienza di questa molteplicità di anime e sentimenti dentro di noi deve essere in qualche modo fatta trasparire anche razionalmente.
La katarsi di cui parlava Aristotele può essere letta in questo modo.
Così come per Platone e Aristotele probabilmente la musica (e la tragedia greca) doveva far in modo che l'uomo tirasse da se l'aspetto migliore piu consono alla vita sociale, così l'uomo poliedrico attraverso le trasformazione di ruolo deve ricercare quell'unità "cosmica", che è davvero molto lontano dall'idea professata dagli scienticismi degli naturalisti o dai fantasmi di "geni"egoisti" .
Con questo ragionamento spero di aver dimostrato che il ragionamento dal libro<<gene egoista>> di Dawkins, o quello stralciato su, siano ragionamenti "parziali", per nulla scientifici (come alcuni vorrebbero far credere) e che possono essere sovvertiti richiamando un "banalissimo" Aristotele.
saluti
