|
Lance Kilkenny
Data registrazione: 28-11-2007
Messaggi: 355
|
Riferimento: Riflessioni sulla laicità.Dott.Loprieno
Citazione:
[...] sempre da: http://www.riflessioni.it/laicita/ri...-laicita-1.htm
Un collante, in questa ricerca di tratti identitari, è costituito proprio dalla comunanza di fede, accreditata di una più coinvolgente intensità in quanto l’agire delle persone di fede sarebbe sollecitato non solo da un senso di doverosità verso sé stessi e l’umanità, ma verso una entità che le sovrasta ed alla quale esse credono di dover prestare devozione ed obbedienza. Rebus sic stantibus, da più parti si auspica un recupero della capacità dialogica tra i sostenitori della dimensione laica e secolarizzata e chi ritiene imprescindibile attingere al patrimonio della dottrina sociale della Chiesa onde evitare un allentamento ‘degenere’ dei vincoli sociali. A cosa è dovuta siffatta urgenza e, soprattutto, quanto è praticabile il dialogo?
Nell’era del postsecolare, come da taluno viene definito l’attuale contesto storico-sociale europeo, le società, pur avendo introiettato ed accolto i risultati della secolarizzazione tanto sul piano giuridico-istituzionale tanto su quello dei comportamenti individuali e collettivi, sembrerebbero ritrovarsi in uno ‘stato di insicurezza morale che porta le religioni a offrire il loro aiuto, in particolare nelle problematiche connesse alla natura umana’ (G. E. Rusconi, Non abusare di Dio. Per un’etica laica, Rizzoli, Milano, 2007), influenzando per tale via la determinazione dell’etica pubblica.
Il vincolo ad obbedire, per i fedeli, vale non solo nella professione di fede ma anche nella loro qualità di cittadini in nome di quella verità ultima di cui la Chiesa si fa interprete unica non rendendola disponibile alla verifica dell’etica del dubbio (si veda, da ultimo, il densissimo libro di G. Zagrebelsky, Contro l’etica della verità, Laterza, Roma-Bari, 2008).
L’etica pubblica, quando si traduce in statuizioni di diritto, necessita di norme di portata generale la cui primigenia fonte di ispirazione, nello Stato liberal-costituzionale, è il catalogo dei principi costituzionali e non certamente la dottrina morale della Chiesa. Detto in altri termini, si condivide appieno quella dottrina che vuole estranea alla esegesi delle disposizioni costituzionali la ricerca della giustificazioni dei diritti di libertà e dei loro antecedenti. Se uno Stato vuole dirsi autenticamente laico, se vuole reggersi sulle sole risorse che il disegno costituzionale ha prefigurato, se vuole costruire dialetticamente il proprio ethos, allora non può – a meno di rinnegare le sue stesse premesse – chiedere ad altri di delinearne il contenuto abdicando ad essi un tale immane compito.
Il surplus di rappresentazione delle posizioni della Chiesa, ogni volta che essa rivendica a sé la ‘naturalezza’ di giudizi etici assoluti sulle vicende umane, conferisce a tale confessione uno status iper privilegiato che è formalmente e sostanzialmente incompatibile con la cittadinanza democratica. Nello Stato costituzionale, come osserva Zagrebelsky, non può esistere una verità assoluta, unilateralmente intesa, da far valere come verità per tutti. A fronte di una asserita verità non discutibile e non negoziabile, ad esempio in merito alla naturalità della famiglia eterosessuale fondata sul matrimonio e sulla innaturalità ‘disordinata’ e ‘peccaminosa’ delle relazioni omosessuali, il laico fino a che punto può rinunciare al proprio punto di vista ed accettare supinamente che l’Italia al riguardo sconti un ritardo gravissimo rispetto agli altri ordinamenti europei?
Di quest’ultima tematica, e di molte altre (dalla libertà di coscienza e di ateismo fino alle questioni di bioetica, dalle limitazioni possibili della ricerca scientifica fino alla censura cinematografica per motivi religiosi), tenterò di occuparmi, prossimamente, in questa rubrica.
|
A me pare in sintesi che anche quando riuscissimo ad escludere per via giuridica la possibilità della chiesa cattolica di esprimersi "ingerendo" le questioni temporali dello stato italiano non avremmo risolto granchè, se il problema è culturale prima che giuridico.
La laicità è inequivocabilmente un terreno da edificare sottraendolo alle mani di qualunque culto retrivo e oscurantista, conservatore e discriminatorio.Ma tutto questo non possiamo farlo a suon di proclami sdegnosi strutturati come enunciazioni cattedratiche in relazione a presunte violazioni della carta costituzionale da parte degli ecclesiasti: non possiamo perchè il terreno è minato.....in quanto il vaticano - riprendo per sommi capi da una mia precedente discussione sul forum -
è uno stato "straniero", istituito con il trattato dei patti lateranensi del '29 allo scopo di garantire primariamente l'indipendenza del pontefice nello svolgimento della sua missione evangelica nel mondo (Italia compresa).
http://www.giustizia.it/cassazione/leggi/l810_29.html
Premesso quindi:
"Che la Santa Sede e l'Italia hanno riconosciuto la convenienza di eliminare ogni ragione di dissidio fra loro esistente con l'addivenire ad una sistemazione definitiva dei reciproci rapporti, che sia conforme a giustizia ed alla dignità delle due Alte Parti e che, assicurando alla Santa Sede in modo stabile una condizione di fatto e di diritto la quale Le garantisca l'assoluta indipendenza per l'adempimento della Sua alta missione nel mondo,"
dovendosi intendere, immagino, per alta missione nel mondo l'opera di evangelizzazione del medesimo (Italia compresa).
La religione cattolica dopo il concordato del '29, ratificato con voto unanime nell'art 7 comma 2 della Costituzione, sembra a tutti gli effetti religione di stato con tutto quanto ne consegue.Lo stesso accordo di villa madama dell'84 ribadisce "Art.2 - Le garanzie in ordine alla missione salvifica, educativa e evangelica della Chiesa Cattolica.".L'articolo 1 di detto accordo rimanda all'art.7 della cost. Art 1- L'Indipendenza e la Sovranità dei due Ordinamenti, Stato e Chiesa in linea con il dettato Costituzionale - art 7-. che a sua volta rimanda ai patti lateransì così modificati.
Citazione:
|
[..]L’etica pubblica, quando si traduce in statuizioni di diritto, necessita di norme di portata generale la cui primigenia fonte di ispirazione, nello Stato liberal-costituzionale, è il catalogo dei principi costituzionali e non certamente la dottrina morale della Chiesa. Detto in altri termini, si condivide appieno quella dottrina che vuole estranea alla esegesi delle disposizioni costituzionali la ricerca della giustificazioni dei diritti di libertà e dei loro antecedenti. Se uno Stato vuole dirsi autenticamente laico, se vuole reggersi sulle sole risorse che il disegno costituzionale ha prefigurato, se vuole costruire dialetticamente il proprio ethos, allora non può – a meno di rinnegare le sue stesse premesse – chiedere ad altri di delinearne il contenuto abdicando ad essi un tale immane compito.
|
in particolare questo suo paragrafo dottoressa mi pare emblematico, per il quale la costituzione appare un testo congelato e asettico rispetto al contesto sociale nel quale è maturato/che lo ha prodotto.Credo invece che status etici e diritti si conquistino, nel senso di rimodellarli, sul terreno dell'elaborazione sociale e dialettica più ampia, necessariamente più pregnante e 'contemporanea' nell'indicare orientamenti e fermenti rispetto al trattato costituzionale, pur esso fondante e 'inviolabile'.Una secolarizzazione progressivamente maggiore ed effettiva dei culti potrà ottenersi a mio avviso solo con il totale abbandono da parte del mondo laico di diniego e tabù in ordine al concetto di dialogo contaminatore: analisi critica da parte laica delle carte bibliche alla luce di ragione interpretativa, disponibilità però a confrontarsi col credente non ritenendolo un decerebrato eterodiretto ma invece una persona che si confronta/ricerca la propria dimensione spirituale e metafisica, posto che nessuno di noi laici sia in grado di eradicarla da sè stesso, nè di eluderla con un atto di raziocinio.
|