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Originalmente inviato da salvatore2010
Una lettera online di qualche tempo fa, relativa alla "Dimostrazione logica dell'esistenza divina" http://www.riflessioni.it/lettereonl...nza_divina.htm, argomento ripreso in modo più o meno diretto da vari autori, mi ha spinto ad esprimere il mio pensiero, per discuterlo e possibilmente raffinarlo.
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In un recente articolo su “Repubblica” di Venerdì 16 aprile 2010, con titolo: “La fisica delle coincidenze”, il prof. Piergiorgio Odifreddi riporta un primo commento al libro di John Bell “Dicibile e indicibile in meccanica quantistica”, e riferendosi a quanto risulta da tale disciplina, conclude così:
“Saggi in cui è Bell stesso a dare l’interpretazione autentica dei suoi lavori. E lavori che hanno fatto storia non solo nella fisica, ma anche e soprattutto nella filosofia della scienza, perché hanno portato alla prima refutazione sperimentale di una visione metafisica del mondo, proposta nel 1936 da Albert Einstein e da lui difesa strenuamente fino alla morte.”
Non ho certo la preparazione del prof. Odifreddi, ma affermazioni di questo genere mi lasciano disorientato. Sostenere una prova sperimentale su un’ipotesi metafisica mi sembra una contraddizione nei termini. Si può rifiutare totalmente l’esistenza di un’entità metafisica, o la si può percepire istintivamente, ma per la stessa natura delle cose il mondo della fisica, conoscibile, sperimentabile e quello della metafisica, intuibile e frutto della sola fantasia e sensibilità, sono separati e non permettono, almeno secondo me, sconfinamenti.
O per dirla come Crozza, non riesco a vedere, fra i due mondi “la relazione”.
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Se ho capito bene, un punto importante della riflessione di cui sopra, sarebbe riconducibile alla inconciliabilità tra le cose -o universo-, diciamo, del pensiero e le cose -o universo- della
realtà concreta, ovverosia, tra la
rex cogitans cartesiana e la
rex exstensa.
Secondo me le due parti anzidette dell'Universo, che una interpretazione diffusa del pensiero cartesiano, vorrebbe, nella migliore accezione, separate da una linea di demarcazione netta, sarebbero invece divise, se così si può dire, da una sfumata zona di collegamento. Direi che, piuttosto lontano da detta area sfumata, ma in entrambi i versanti, si allocherebbero
osservabili non
qualitativamente diversi ma solo
quantitativamente -in senso di quantità di
conoscenza; nell'area di confine le due categorie di oggetti si confonderebbero nella loro ambiguità; ecco lo spazio di azione
dell'interpretazione di Copenaghen.
Il concetto di
osservabile consolidatosi, con lo sviluppo della meccanica quantistica, assieme a quello di
Osservatore sarebbe applicabile sia alle cose della
rex cogitans che a quelle della rex
exstensa purchè si concepisca come
osservabile l'oggetto intorno al quale, o meglio, verso il quale, si rivolge l'azione osservativa dell'
Osservatore. Lo spazio ed il tempo non consente di allargarmi molto su questa considerazione, ma almeno consente di dire che quando parliamo di
Osservatore non ci si può assolutamente accontentare della comune accezione riferita a questa o quella persona che operano una misurazione ma ad un'entità super partes che è unica, l'
IO cosciente, per altro, l'unico sperimentabile anche applicando i principi della vecchio -nel senso di anziano-positivismo classico, di altri
IO nessuno, oltre l'
IO, ha esperienza.
