Discussione: Democrazia
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Vecchio 23-05-2004, 15.22.14   #34 (permalink)
Nereo Villa
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CIAO SCHIAVO CAPITOLO I (a)

LA VERITÀ VI FARÀ LIBERI, LA MENZOGNA CREDENTI.

"Vado a passeggio, quindi sono"
Pascal


Forse che attraverso la filosofia, i libri, o gli espositori dello Zen, lo Zen è entrato nella nostra cultura? Questa domanda è imbarazzante nella misura in cui proprio il fatto di questo suo entrare nella cultura, divenendo fatto culturale, dialettica, proprio secondo lo Zen è INAMMISSIBILE: la qualità interiore del denudamento volitivo della determinazione pensante, non può diventare dialettica senza rinunciare alla propria natura. Infatti la sua forza, la cosiddetta "inespressione", non è il rinunciare ad esprimersi in forme percepibili dai sensi, ma la possibilità di espressione immediata, che al contrario riguarda perfino l'"indicibile", cioè l'elemento di vita, per via del quale l'umano è perennemente immerso nel suo fondamento superumano, anche quando egli non ne ha consapevolezza.
Uso il termine "forza d'inespressione" perché oggi l'espressione si è identificata con la dialettica. Per usare un termine teologico, avrei potuto anche impiegare la parola greca "kénosis", che significa svuotamento, denudamento, annientamento (Lettera di Paolo ai Filippesi 2,7), usata ma mai attuata dalla teologia, tant'è vero che la chiesa occidentale è strutturata secondo uno stile di comunicazione inverso, cioè faraonico, vale a dire menzognero. Ho preferito il termine "forza d'inespressione" in quanto la "forza di kénosis" presume una fede teologica e di essere un credente, e da questo punto di vista, occorre, soprattutto oggi, avere il coraggio di affermare che la menzogna fa dell'uomo un credente, nella misura in cui la verità lo fa libero. Sono due aspetti del pensare umano. Da un lato vi è il fare che è figlio del pensare, e che produce menzogna, dall'altro vi è un pensare che è figlio del fare, che produce libertà. Infatti se volessimo aspettare di conoscere il pensare prima di pensare, non arriveremmo mai a pensare. Per l'osservazione del pensare dobbiamo essere noi a fabbricare prima l'oggetto di osservazione, mentre per ogni altro oggetto è stato invece provveduto senza la nostra cooperazione. E così è per lo Zen.
Ma ciò sfugge all'uomo, soprattutto all'uomo occidentale.
Infatti, a questa affermazione riguardante il pensare, l'uomo dal "pensiero debole" obietta subito che "anche per digerire non si può aspettare d'aver osservato il processo della digestione". Quest'obiezione è però simile a quella che faceva Pascal contrapponendo il detto "io vado a passeggio, quindi sono" a quello di Cartesio: "io penso, quindi sono". Senza dubbio, debbo ben digerire prima di studiare il processo fisiologico della digestione, ma il paragone col pensare regge solo se io poi volessi non considerare col pensiero la digestione, ma mangiarla e digerirla. E non è senza ragione il fatto che la digestione non può divenire oggetto del digerire mentre il pensare può benissimo divenire oggetto del pensare. Il pensare dialettico non può che produrre menzogna. Ed anche queste stesse mie parole, in quanto dialettica sono menzogna…
Da Platone a Gentile, il significato di dialettica è infatti stato nobile, perché rispondente a un vero, attuato come tale nell'anima, significando movimento del pensiero, cioè un divenire in cui l'essere è tolto alla sua morta alterità, o fissità, come l'essere che simultaneamente è, e pensa se stesso.
Probabilmente anche Marx vedeva ancora nella dialettica un movimento vivente, anche se cadde in una svista singolare, vedendo talmente identica la dialettica alla materia, da non distinguere il pensato dal pensante, e perciò non avvertendo più l'autonomia del moto interiore che gli consentiva di immergersi nel divenire della materia, storico, economico, sociale ecc.
Ma quello che accadde dopo fu ancora più tragico per la cultura umana: l'esperienza interiore di quei pensatori iniziatori, per i quali la dialettica era semplicemente forma di un pensiero vivo, gradualmente si affievolì e si spense, e della dialettica rimase solo la morta spoglia, la trama logico-speculativa, di cui si compiacciono oggi tutti coloro che non hanno nulla da dire, ma devono dire qualcosa perché, per mestiere o per vanità, devono compiere analisi e sintesi di analisi, devono architettare concetti: per i quali hanno una connessione che sfugge loro. Se tentassero afferrare questa forza di connessione, dovrebbero trasformare se stessi: dovrebbero cominciare col cessare il loro filosofismo ciarliero, cioè di chiacchierare filosoficamente, o esteticamente, e lasciare cadere tutta quella raffinata espressività che sa trattare di tutto, con esperto linguaggio - talora talmente eccentrico e preciso da sembrare umoristico - ma che in sostanza non afferra nulla. E che non afferri nulla, si vede dalle conseguenze.
Lo Zen, dunque, è penetrato in questa cultura?
Occorre dire che, se vi è penetrato, ciò costituisce la menzogna, vale a dire che è avvenuto solo a condizione di far parte della struttura analitico-sistematica di quella cultura e di adeguarsi ad essa.
Una quarantina d'anni fa vi fu un tentativo di collegare lo Zen con la psicanalisi (cfr. D. T. Suzuki, Erich Fromm and Richard De Martino, "Zen Buddhism and Psychoanalysis", New York, 1963), come del resto aveva già tentato in forma più raffinata Hubert Benoit ricongiungendo il "lasciare la presa" con la psicologia di Jung.
Lo sforzo di far entrare lo Zen nel sapere occidentale ha avuto varie forme, propiziate talora dagli stessi portatori autorizzati dello Zen, da D. T. Suzuki a Lu K'uan Yù.
Se vi è dunque penetrato, proprio per questo motivo è difficile riconoscerlo, in quanto immesso in una veste che ne implica l'eliminazione sostanziale, cioè la riduzione a una intelligibilità che non ammette variazioni della natura mentale di cui è espressione, bensì solo modificazione discorsiva. Si tratta di adattare lo Zen a se stessi. Conoscerlo è altra cosa. La struttura dello Zen è tale che il cominciare a conoscerlo significa movimento della propria natura interiore secondo forze con cui tale natura ha smarrito il contatto. Si parla infatti di un movimento che non può non essere opposizione alla personale natura che generalmente si esprime nell'ordinario pensiero, cioè nel pensiero dialettico, quello che presume ridurre a sé lo Zen.
Quindi, delle due l'una: l'accordo con la purità delle cose vere, con i ritmi del cielo e della terra, da cui scaturisce quello stile wabi o sabi in cui lo Zen si esprime come attitudine riguardo al mondo esteriore, è in sostanza la spontaneità, in cui la vera natura dell'uomo comincia a manifestarsi. È la naturalezza ritrovata, in quanto si sia capaci di indipendenza rispetto alla natura che normalmente si è: quella la cui forza di sostentamento è la dialettica, mentre lo Zen è "indialettico". La contraddizione è dunque questa: che occorrerebbe conoscere l'ASCESI Zen per non rischiare di ridurlo senza vita al livello del proprio pensiero astratto.
Ma per liberare il pensiero dall'astrattezza occorrerebbe già conoscere una delle chiavi dello Zen, la verità che non lascia scelta, l'universale. Un testo Zen dice: "La verità non è difficile e non lascia alcuna scelta tra ordini di cose" (Shinji-mey del III Patriarca Szosan).
Ciò che in Occidente esprime una sorta di attitudine nichilista, dall'astrattismo all'esistenzialismo, dalla rivolta della logica simbolica contro la filosofia al sistematico anti-intellettualismo della tecnologia e, fino a manifestazioni di violenza anticonformista e anticonservatrice della cosiddetta "gioventù bruciata", può essere osservato come un oscuro tentativo di liberazione retorica che ormai s'imprime come deformazione nella natura umana. Molte forme odierne di autodistruzione sono espressioni poco consapevoli di una vocazione anti-dialettica, mediante cui si vorrebbe recisamente affermare se stessi contro la propria natura, mentre in realtà è proprio la natura che ancora una volta si afferma: ma non la natura come libera e pura forza, bensì come istintività dominante l'anima, grazie al suo dipendere dalla cerebralità.
In realtà dalle strettoie del pensiero riflesso è difficile uscire: non vi è attitudine anarcoide, o rivoluzione nichilista, che abbia il potere di spezzare il cerchio dell'astrattezza. Proprio a una simile pratica potrebbe rispondere lo Zen, dove in essa incontrasse sufficiente coscienza della condizione che tende verso l'esaurimento della dialettica mediante un altro tipo di dialettica. In altre parole, occorrerebbe riconoscere che non vi è abbastanza forza per negare fino in fondo ciò che suscita nichilismo o rivolta: in realtà è semplicemente mobilitata un'abitudine mentale priva di vitalità interiore, non la forza. Ci si atteggia, non si è. E poiché la forza in verità non ha bisogno di atteggiamenti, questo è il punto in cui lo Zen potrebbe essere orientativo, affinché il moralismo diventi morale ed il socialismo diventi sociale.
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