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Ospite abituale
Data registrazione: 13-12-2003
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CIAO SCHIAVO CAPITOLI I (b)
L'azione morale, infatti, non è quella che obbedisce ad una moralità, ma è quella che ha dietro di sé forze SOPRAsensibili non cristallizabili in regole, o in sistemi. È là forma umana di tali forze. Le regole e i sistemi valgono per coloro che non potendo attingere direttamente alla forza, devono ricorrere a mediazioni esteriori per regolare se stessi. Sarebbe importante che i mediatori della moralità della massa fossero portatori della moralità, non moralisti: perché la morale non nasce dalla conoscenza delle leggi morali, ma dalla virtù soprasensibile, la cui estrinsecazione è poi identificabile dall'indagatore in serie di leggi: che possono orientare l'individuo ancora incapace di chiedere direttamente al proprio essere interiore l'orientamento. Nessuna legge morale crea la morale. Così nessuna teoria crea la pratica: soltanto nella traduzione in realtà di contenuti fisici e meccanici, vi è rispondenza tra pensiero e azione pratica, ma è evidente che non si tratta di azione vera, perché il poter realizzare praticamente il prelievo di una somma su un conto bancario, per versarla a favore di un gruppo di bisognosi è azione pratica soltanto in quanto si attua per il contenuto ideale che comporta; l'azione pratica non è il movimento meccanico dell'andare in banca, prendere la somma e portarla ad altri, bensì l'obbedire mediante consequenzialità pratica a una decisione interiore: vado in banca, in banca devo fare la coda perché allo sportello davanti a me ci sono altre persone, quando viene il mio turno il banchiere mi chiede un documento che non ho e che devo procurarmi, allora vado in un altro ufficio, altra coda, ecc.: la mia volontà è lo scorrere di questa decisione in un'azione, piuttosto che nel meccanismo dell'azione stessa. Nella "praxis" hegeliana, come in quella marxiana, si crede di seguire il movimento dialettico o l'idea in movimento, ma in realtà si scade nel meccanismo astratto di una volontà che non è né libera né non libera, perché non si tratta della reale volontà, bensì di un momento astratto del processo della volontà che in effetti lascia agire la volontà vera, quella che si sottrae al pensiero, e che nessuno considererà mai (le mie paranoiche code agli sportelli sono infatti tutt'altro dall''"azione pratica" di beneficare i poveri) e perciò al concetto che presume identificarla.
D'altra parte, il nostro arido, geometrico, e smagliante, per quanto disanimato pensiero occidentale non può non essere considerato il segno di una forza. Ma è il segno di un incontro, e di una lotta con la bruta potenza della terrestrità, da cui sorgono il regno delle macchine, delle industrie, dell'economia, le foreste pietrificate di cemento e di asfalto, ed il vorticoso movimento dei veicoli di terra di mare e del cielo. E di questo pensiero non ci si deve liberare, perché questo pensiero è la forza stessa della nostra liberazione. Ma come fare?
Al nostro corpo in quanto organismo fisico non interessa il soprasensibile, perché ce l'ha già, ne è tutto strutturato. Il corpo non ha niente da conoscere, perché ha tutto in sé, ed il suo operare consiste, secondo il Tao, nello stare armonicamente nel mondo sensibile per fornire il giusto materiale al pensiero, ed alla coscienza, che soli, dove si ravvivino della loro indialettica forza, ricongiungono al soprasensibile.
In definitiva, dunque, occorre dire che lo Zen, attraverso le interpretazioni dei moderni suoi espositori non si lascia afferrare facilmente, e quel che circola è difficile che sia lo Zen. Oltretutto, se volessimo aspettare di conoscere lo Zen prima di adottarlo, non arriveremmo mai a conoscere lo Zen…
Al di là di ogni interpretazione occidentale dello Zen e di ogni implicazione filosofico esistenziale di esso, comunque, il pensatore occidentale, oggi, proprio nella sua particolare attitudine gnoseologica, una possibilità di attingere nuovamente allo spirituale, ce l'ha: è la sua possibilità di afferrare il momento originario del conoscere. Come in un determinato periodo di evoluzione del pensiero europeo ebbe a riconoscere Novalis con il suo "idealismo magico" (Cfr. L'Introduzione di Augusto Hermet ad "Inni alla notte e Canti spirituali di Novalis", Lanciano, Carabba, 1912.), ormai si è a un punto in cui il pensiero non può valere se non come vivente germe di azione: altrimenti diviene un falso. Forse, ancor prima che a un Kierkegaard e ad un Nietzsche, l'esistenzialismo positivo dovrebbe esser fatto risalire a quella misteriosa e luminosa figura di asceta e poeta che fu Novalis.
Difficile assunto quello del pensiero che si deve fare vita: il problema dei problemi. L'esistenzialismo non percepito per quello che è, cioè come esigenza ideale, e proiettato in atteggiamenti esteriori, è divenuto sempre più qualcosa di grottesco e di assolutamente estraneo all'istanza iniziale. Peraltro, ogni prescrizione riguardo all'agire non può essere che "regola", e la regola è ciò che di continuo l'individuo, per pigrizia interiore, ama sostituire al momento della libertà: egli ordinariamente non ha la forza di destare in sé una relazione pura con l'esistere, tale che ogni volta intuisca l'atto essenziale e necessario a una data situazione. Una filosofia dell'azione in senso taoistico, per l'uomo moderno, non può essere che una "Filosofia della libertà" (R. Steiner, "Die Philosophie der Freiheit", Basilea, Geering, 1951). Questa in definitiva mira a rendere ragione del passaggio dall'essenza all'esistenza che è - secondo lo spirito dello Zen - indipendente da ogni prescrizione teorica: sia che questa si intenda come escludente l'esistenza, sia che la si intenda come includente l'esistenza. Infatti, ogni pensiero, che in un modo o nell'altro fissi la regola, non può che restare chiuso in essa, come in un sistema indefinito, oltre il quale niente è veramente conoscibile.
Si tratta di comprendere come col moto dell'intelletto non si passa all'azione, cioè né all'"agire", né al "non agire". Dall'ordinario pensiero non si passa all'azione perché tale pensiero nella sua astrattezza è un circolo chiuso dal quale non c'è via d'uscita: mentre dal pensiero vivente, o pensiero essenziale, non c'è da uscire, perché fuori di esso non esiste nulla in cui si debba entrare (Cfr. G. Gentile, "Sistema di logica come teoria del conoscere", vol. II, Firenze, Sansoni, 1942).
Ed anche la moderna psicanalisi non essendo in grado di condurre al pensare essenziale - scientificamente, cioè sperimentalmente - libero, non può che produrre - anche a lato delle interpretazioni occidentali dello Zen, di ogni implicazione esistenziale di esso, e di ogni forma possibile di contestazione moderna - schiavitù. Sarà il tema del prossimo capitolo.
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