Discussione: Democrazia
Visualizza messaggio singolo
Vecchio 28-05-2004, 08.57.38   #37 (permalink)
Nereo Villa
Ospite abituale
 
Data registrazione: 13-12-2003
Messaggi: 52
Ciao Schiavo - Cap. II (b) - L'inconscio della mutua

Il termine "inconscio" designa dunque un concetto che vuole significare un atto della coscienza abbracciante qualcosa che per sua natura tende a sfuggirle, ma che in definitiva non le sfugge, in quanto essa, per averlo come oggetto, deve ravvisarlo come un "minus quam", rispetto a se stessa. Si tratta in definitiva di un concetto impossibile, nella misura in cui implica che si possa conoscere qualcosa di cui non si sia coscienti.
Tutte le rappresentazioni dell'inconscio sono attività ideali che arrivano a prospettarsi processo psichici intesi come DIMINUZIONE o come continuazioni INAFFERRABILI della vita della coscienza, di cui esse sono le uniche legittime testimonianze! Qualsiasi indagine in tale direzione non è se non il movimento dell'idea che giunge, tra l'altro, a concepire l'"inconscio", ma solo in quanto è l'unica attività della coscienza capace di concepire qualcosa oltre se stessa, e di conseguenza pervenire a temi o ad enunciati, che non possono eliminarla senza perciò eliminare se medesimi.
Il concetto d'"inconscio", estraniato a una simile coerenza, è dunque equivoco, perché usato in contraddizione con la sua psicologica significazione, cioè rapportato a un oggetto che sembra esistere da sé, aver vita propria, fuori dell'idea da cui unicamente è sorto. In tal modo, nella psiche opera un contenuto, dotato di fenomenologia propria, e stimolato da una dialettica che non ha nulla a che vedere con esso. E in ciò rivela il suo aspetto più inquietante (per non dire pazzesco), il cui prodursi continua tuttavia ad essere la serie di proiezioni dell'originaria idea d'inconscio, senza possibilità di riconoscimento della sua effettiva genesi, per cui la stessa dialettica psicanalitica finisce con lo svolgersi come fatto autonomo, che evidentemente codifica la sua non conoscenza della relazione tra coscienza e psiche, e perciò il suo mancare essa stessa in sé della propria relazione originaria.
NON È TANTO ALLARMANTE LA PRESUNZIONE DELLA PSICANALISI DI CURARE IL MALE PSICHICO, QUANTO IL SUO PORSI COME SCIENZA DELLA PSICHE, AVENDO TUTTE LE CARATTERISTICHE DI UN FENOMENO PSICHICO ESSA STESSA. La sua inconsapevole autonomia rispetto all'idea originaria e il suo processo dialettico conseguentemente automatico, la pongono sul piano dei fatti della natura: acquisita una loro obiettiva alterità, non possono non rientrare nell'ordine di una pragmatica e pur astratta necessità, e perciò non possono non opporsi al pensiero, come negazione della vita dell'anima, cioè dell'unica realtà che giustifichi un'indagine come quella psicanalitica e il suo darsi parvenza scientifica.
Una conseguenza dell'azione esercitata da Freud e da Jung sulla cultura di questo tempo, è stata il decisivo contributo all'eliminazione del "sacro", mediante la sacralizzazione dell'inconscio. In ciò particolarmente si è distinto Jung, che si è rivolto al tema direttamente, ritenendo di avere in esso il "contenuto". Le conseguenze di tale azione si sono concordemente combinate con quelle dello scientismo e dell'automatismo tecnologico-analitico, quasi come forme di un identico impulso mentale.
Quando uomini rappresentativi della scienza si servono della loro indagine per demolire l'elemento conoscitivo a cui unicamente l'indagine deve la sua possibilità di movimento e il suo magistero, e compiono ciò con la presunzione di elevarsi al livello di un'osservazione dei fatti della coscienza, non c'è da stupirsi che l'uomo medio, in tutto ormai condizionato da quanto gli viene prescritto dalla scienza, cessi di considerare la gerarchia delle facoltà interiori e il valore dell'etica, e di conseguenza sia portato a respingere il "sacro", covando un'oscura rivolta dal basso verso tutto ciò che è elevato, nobile e dignitoso.
Da quasi un secolo e mezzo, la concezione di "inconscio" si è affacciata nella filosofia occidentale attraverso tre pensatori: Schopenhauer, Carus, ed Hartmann. Non è errato vedere in queste assunzioni speculative dell'inconscio la filiazione del "caput mortuum" lasciato fuori dalla filosofia kantiana, con la "cosa in sé", inaccessibile alla coscienza umana e pur reale: CONCEPITA UNICAMENTE MEDIANTE IL PENSIERO E PUR VISTA COME IMPENETRABILE AL PENSIERO.
La VOLONTÀ di Schopenhauer, l'INCONSCIO di Carl Gustav Carus e di Eduard von Hartmann, infatti, sono presupposti mentali, cioè atti della coscienza speculativa che a un certo punto limita se stessa e che, oltre il limite, intravede un mondo "psichico" o "extrarazionale". Ma di questo non può vedere se non ciò che può esserle cosciente, per cui ogni volta il concetto di inconscio viene da essa eliminato. Nella determinazione, deve infatti cessare di esserle inconscio. Perciò, in realtà, non c'è mai, e tuttavia viene ogni volta supposto, mediante un pensiero che, per esserci, deve essere pensiero cosciente.
Questo discorso dovrebbe portare a conclusioni severe in merito a questi responsabili del conoscere umano, che hanno fuorviato l'indagine della coscienza, proiettando fuori della coscienza ciò che non sono stati capaci di afferrare dentro di sé, pur presumendo compiere simile indagine.
In effetti, a causa di un'indebolita coscienza filosofica, o gnoseologica, nel tema dell'inconscio, ingenuamente e confusamente trattato, è potuto riaffiorare il DOGMATISMO, e riprendere vita il CADAVERE DELL'ANTICA METAFISICA (non la metafisica).
Dall'impotenza gnoseologica della speculazione occidentale è sorta la possibilità che del tema dell'inconscio si impossessassero esclusivisticamente la psicoterapia e la psicologia, e che a un certo momento Freud rovesciasse il rapporto: non più la filosofia poteva illuminare dall'alto l'indagine dell'inconscio alla psicologia, bensì la psicologia, che con autorità prendeva le redini della ricerca, e ne traeva le conclusioni non soltanto per se stessa, ma anche per la filosofia, e persino per la religione.
Venne poi Jung, che estese quest'autorità, suggeritrice dei loro significati ultimi, alle mistiche, alle tradizioni, ed alle metafisiche.
Il problema dell'anima, chiuso ed estraneo per sempre al dialettismo filosofico, diveniva campo di ricerca di un dialettismo ancora meno provvisto, ma provvisto di linguaggio scientifico, e di presunzione metafisica, nonostante la sua incapacità metafisica e la sua impossibilità di concepire che nell'anima si debba entrare con forze essenziali dell'anima, e non con la glossolalia psicanalitica.
In modo micidiale venivano così inferti i colpi decisivi alla possibilità che la civiltà della macchina si collegasse con forze di una direzione superiore del mondo.
La civiltà della macchina si è collegata invece con l'"inconscio della mutua" di bestie parlanti, cioè di pensatori senza pensiero, e di filosofi senza filosofia. Per tale motivo, la moderna psicanalisi, sostanzialmente incapace di condurre scientificamente alla "prova", cioè all'esperimento della libertà, ha generato nell'interiorità dell'uomo psicologica schiavitù, cioè "legittimazione" dialettica di progressivo condizionamento dell'umano, esattamente come hanno fatto e fanno tutte le interpretazioni occidentali dello Zen, la new age delle sue implicazioni esistenziali, e tutte le forme odierne di contestazione.
__________________
I politici sono i camerieri dei banchieri
Nereo Villa is offline