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Ospite abituale
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Ciao Schiavo - Cap. III (a) - Rifondazione del pensiero o teste mozzate
"Riechen wir noch nichts von der göttlichen Verwesung?; auch Götter verwesen!" ("Non sentiamo ancora l'odore della decomposizione divina?; anche gli dèi si decompongono"
Friedrich W. Nietzsche, "La gaia scienza", aforisma 125).
Fra i filosofi che compresero e "determinarono" la crisi della tradizione occidentale, Nietzsche, Leopardi, e Gentile furono in grado di condurre l'essenza del pensiero occidentale alla sua formulazione più radicale, mostrando, anzi dimostrando, l'impossibilità di un ritorno al passato, cioè l'impossibilità dei valori fondamentali del passato. Per Nietzsche, Dio non solo è morto, ma è qualcosa di marcio, di putrefatto e di maleodorante (cfr. La gaia scienza", aforisma 125). L'affermazione di Nietzsche che Dio è morto, non è la battuta di un letterato violento o di un artista oscuro. È l'espressione di una NUOVA FONDAZIONE DEL PENSIERO. Tutto sta oggi nel cogliere in cosa consista la radicalità di questa fondazione.
Quando leggo Heidegger, tale radicalità non la trovo. Eppure Heidegger gode di un credito così ampio in tutti i settori della cultura filosofica, e non solo filosofica, perché lascia aperte le porte. Quando il pensatore dice "solo un Dio ci può salvare" ciò significa che ancora mantiene viva la figura, seppure ripensata, del divino, da cui può giungere una qualche forma di salvezza, e dunque lascia una porta aperta. Quando invece Nietzsche afferma che Dio è morto, chiude quella porta, la spranga, e mostra la necessità del suo essere sprangata. Così fa anche Gentile, anche se attraverso un linguaggio di tipo cristiano immanentistico e affetto da limite speculativo.
Ora se Dio è morto, non bisognerebbe forse incominciare a riflettere sul senso dell'incontrovertibilità della verità, o del rapporto tra verità e crisi della verità?
Certamente non tutti possono oggi essere completamente d'accordo sulla positività che reca in sé il nichilismo, dimostrata da Severino, sulla positiva intuizione del "pensiero pensante" di Gentile o sulla poesia di Leopardi. Ma il disaccordo lo si dovrebbe dimostrare. Non dovrebbe essere un'affermazione poggiante su simpatia o antipatia, o, peggio, basata su avversione proveniente da appartenenza a fedi politiche. Personalmente, ho del disaccordo l'idea che valga la pena provarlo di fronte a grandi discorsi. Io amo giocare, ma il disaccordo rispetto alle cose mediocri non è neanche un gioco. È noia Ed anche se la noia fosse un gioco, per me non varrebbe la candela. Del resto vorrei sapere quale pensatore - a cominciare (si parve licet) da Gesù Cristo - ha tutti i propri discepoli "totalmente" d'accordo con lui. Ho stima di Gesù come pensatore, e mi dispiace che lo si pensi poco come filosofo. Eppure è grande la sua idea che la Verità, per essere tale, deve essere espressa da Dio, e che, in quanto pronunciata, dev'essere parola sonante, carnale, e quindi espressa da un Dio incarnato.
Con Heidegger invece si arriva ad affermare il contrario. Nella sua notazione del termine latino "fallere" è infatti incluso l’inganno che consisteva nella tattica di aggirare l’ostacolo e far cadere l'avversario mediante trattati con paesi confinanti, finché il nemico non cadeva appunto perché circondato ed impossibilitato a difendersi. In questo “aggirare e prendere alle spalle”, si trova il significato dell’IMPERIUM latino consistente proprio nell'"incastrare" il nemico, cioè nell’includere, per mezzo del “far cadere l’altro nel proprio ambito”. Ed è consequenziale, a questo proposito, la considerazione sull’origine della parola “pace” che deriva dal verbo “pangere”, ovvero fissare, stabilire. La pace diventa allora la condizione stabilita per colui che è caduto, e che in quanto FALSUM, non è stato distrutto, ma tenuto in piedi dal vincitore, che ne fissa le condizioni di esistenza. La pace è allora lo stato di dominio del vincitore, che detta le condizioni in cui può proseguire l’esistenza del vinto. Non a caso i guerrafondai mentecattocomunisti di oggi affermano di volere la pace. Lo dicono nel senso originario del termine (anche se per lo più lo ignorano), poiché per essi la pace coincide con l’ordine costituito dal potere.
In altri termini, all’origine della pace c’è sempre una guerra, in quanto i due termini sono strettamente correlati, e nel significato originario di pace c’è la volontà di dominio del vincitore (non un dominio assoluto, visto che i romani lasciavano ampi margini di autonomia alle città “fatte cadere”). Il conflitto tra poteri che non può essere risolto dall’interpretazione della legge, finisce perciò in scontri violenti finché uno dei due poteri non cede il passo al vincitore. Questa è l’origine della VERITÀ, cui è contrapposto il FALSO, cioè ciò che cade (fallit) di fronte allo jus? Per Heidegger le cose sembrano stare così (cfr sul punto Heidegger, "Parmenide", Ed. Rizzoli, Milano, 1984): alla fonte del diritto (in latino "jus") c’è, insomma, un atto di forza! Dal "giure" (jus, juris) derivano le parole "giurisprudenza", "giustizia" e "giusto", e "Jus" è esattamente il contenuto dell’IMPERIUM, la prerogativa del Console, comandante della legione. Il diritto, così come lo conosciamo, è infatti ANTICRISTIANO nella misura in cui si radica nel fratricidio (Romolo uccide Remo) e nella rapina (ratto delle sabine). Eppure, soprattutto per gli statalisti, o per i credenti nelle istituzioni, Heidegger fa comodo per risolvere questioni del tipo: la tendenza egoistica a danno altrui, può essere bloccata solo con un atto di imperio, cioè con un atto di forza istituzionalizzato, che per essere giusto, deve necessariamente essere regolato da una legge impersonale che tenga conto dell’interesse generale, considerato superiore a quello individuale Quest'abitudine di pensiero è ovvia per il merntecattocomunismo, in quanto la sopravvivenza del maggior numero di individui, anche a scapito dell’opulenza di un membro del gruppo, assicura una maggiore possibilità di sopravvivenza della comunità stessa, e il regno della quantità di schiavi viene posto gerarchicamente ad un gradino superiore rispetto al regno della qualità di liberi. Su questa necessità vitale per la comunità, si fonda la nascita della legge e del diritto (Heidegger, "Parmenide", op. cit.).
Oggi però, con queste filosofie della mutua, siamo arrivati al top della criminalità, e le popolazioni occidentali, la cui gioventù si va sempre più imbarbarendo nella dipendenza dalla televisione, dai video-giochi, dagli agi, dai vizi, ecc. hanno contro di sé tipi umani sempre più numerosi che, ad esempio, fanno saltare se stessi pur di far saltare in aria il nemico. Invece il tipo umano occidentale è incomparabilmente più fragile, soprattutto perché, anziché riflettere sulle istanze speculative offerte dal nichilismo, si rifiuta di riflettere su alcunché, proprio in base al nichilismo o al "dubbismo", accettati acriticamente come indubitabili verità!
D'altra parte, è anche vero che, se per il politico del kamikazismo è normale l'affermazione: "A me non importa niente che tu te ne vada alla malora", per un politico rivolto all'elettorato europeo, tale affermazione non è concepibile, perché lo squalificherebbe come politico. Personalmente, se fossi un politico, lavorerei per la sopravvivenza della popolazione di tutto il pianeta, ma sarei costretto a dire ai kamikaze "A me non importa niente che voi andiate alla malora", magari aggiungendo "O mentecattocomunisti! O talebani! O talebanocomunisti", ecc.
Dunque non potrei mai essere un politico, e non accetterei mai di esserlo. Aristotele diceva che al filosofo si addicono attività politiche di tipo "architettonico". Ma nella misura in cui le attività sono "architettoniche", sono anche più alte. Ed è chiaro che nessuno propone di diventare presidente della Repubblica a chi affermi ai mentecattocomunisti attuali: "A me non importa niente che tu te ne vada alla malora!".
Risolvere questo problema, è dunque possibile? Credo che la risposta possa essere positiva o negativa a seconda del grado di autofiducia degli esseri umani. E poiché Dio è morto, occorre maggiore fiducia in noi stessi, perché solo entro l'uomo, Dio parla ancora: tanto nel credente quanto nel non credente, che sappia però riconoscere IN MODO CERTO che se vogliamo davvero essere tolleranti e darci la mano in nome della pace, occorre LA CERTEZZA ASSOLUTA di avere almeno quella mano, e ciò equivale ad abbandonare il dubbio del mentecattocomunismo. Se infatti abbiamo due mele e ne offriamo una a qualcuno, restiamo con una sola mela, perché uno ed uno fa due, per chi sa riconoscere l'universalità del pensare.
Se invece Dio è morto e basta, occorre allora riflettere sul significato di "trapasso". Trapasso verso dove? Verso l'"e basta"? Bene. Se così è, allora qualsiasi filosofia è anch'essa morta, esattamente come Dio. Perciò, nonostante l'aberrante pensiero kamikazista, sarà il mondo orientale a vincere, mentecattocomunista o talebano che sia, e l'uomo sarà sempre più schiavo e proletario.
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I politici sono i camerieri dei banchieri
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