Discussione: Medioevo. Età buia?
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Vecchio 21-02-2005, 18.56.35   #16 (permalink)
Tommaso
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Giovanni De Luna, nel suo "La passione e la ragione", espone la demarcazione attuata da Habermas tra la storiografia e l'uso pubblico della storia. Secondo il filosofo la prima è figlia dell'applicazione scientifica del professionista ed ha, come unica finalità, il progresso della e nella ricerca, mentre il secondo si pone finalità etico-pedagogiche e risulta, di fatto, indirizzato e condizionato da chiese o sistemi politici di sorta. La storia dello storico da una parte, insomma, e la storia del giornalista dall'altra.
De Luna si discosta da una visione del genere del panorama della storiografia contemporanea, tuttavia io non credo sia, poi, così errata. Non che la storia nel suo uso pubblico sia destinata a ridursi a un prodotto commerciale propinatore di tradizioni forti o di assunti utili ad ammaestrare il pubblico, solo che, di fatto, è assai raro che lo storico autentico, il professionista della materia, abbia lo stesso seguito, presso i media, dello storico improvvisato. Chi ha competenze, ahinoi, troppe volte viene superato in consensi da chi ha conoscenze.
Perché? Perché, da un lato, la ricerca ha come fine la ricerca, non lo spettacolo, quindi già nel suo concepimento il problema della sua divulgazione al grande pubblico è, se non fuori luogo, quantomeno secondario. Dall'altro lato si assiste allo spettacolo opposto: il Cecchi Paone (ma, attenzione, anche il Pansa o l'Eco) della situazione ha tutto l'interesse a mostrarsi ai più.
Il problema della comprensibilità del testo, poi, gioca un ruolo pesante (quale editore stanzierà la stessa quantità monetaria utilizzata per i best-seller per un libro specialistico, comprensibile solo ai cultori della materia? e quale lettore di Harmony o de "Il codice da Vinci" - battutaccia - avrà voglia di portare a termine la lettura di testi del genere?).

Ecco perché il Medioevo è brutto, cattivo, nero e antipatico. Su di esso grava la colpa di essere l'epoca di maggior penetrazione della religione cristiana nella storia d'Occidente e, al contempo, di non aver chiuso il suo ciclo facendo sprofondare con sè tale religione. Questo l'assunto che gli illuministi hanno posto come base di lancio per la loro creazione (e sottolineo creazione) dell'età medievale, questo l'assunto che i marxisti hanno ritenuto ragione sufficiente affinché se ne facesse polpette in sede di ricerca. Il dramma (in senso fantozziano) di buona parte della, per così dire, "storiografia di consumo" dei nostri giorni è dato dalla sua incapacità di stabilire un continuum tra passato, presente e futuro come parametro di ricerca. Il nostro ieri non è un blocco, e le epoche, gli anni inseriti all'interno di una periodizzazione, non sono un tratto di penna. Oggi, alla fin fine, non è che il domani di ieri e lo ieri di domani.
Il Medioevo non è un capitello unitario di cemento: sono mille anni di storia dell'uomo, non racchiudibili in semplici(stiche) formule preordinate e preconfezionate (leggasi "frasi fatte").
La stessa storia della Chiesa, bollata dai più come "corrotta", è complessa a tal punto che non solo è errato definirla tale, ma è errato anche dire che la corruzione non c'è mai stata. Facciamo un esempio: la simonia. La Riforma Gregoriana (che, tuttavia, non è certo l'atto primo della lotta alla symoniaca heresis) testimonia la presenza di corruzione all'interno della Chiesa, ma testimonia anche la presa di coscienza di ciò da parte delle autorità di Roma e la loro volontà di porre fine a tutto ciò (prendiamo Papa Gregorio, ma anche i suoi più fedeli "soldati": Pier Damiani e Umberto da Silvacandida).

E si potrebbe continuare...
Tommaso is offline