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Vecchio 09-04-2002, 15.45.30   #3 (permalink)
VanLag
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Una chiave di lettura.

Io credo che i tempi passino più in fretta di quanto noi ci rendiamo conto ed ognuno di noi dovrebbe, proprio per questo, farsi interprete dei tempi.

La globalizzazione non è solo la Mc Dondals che vorrebbe vendere gli amburgher nel sud dell’India, o la Coca Cola che vorrebbe crearsi mercati nell’Africa Nera. La globalizzazione sono anche le televisioni ed internet che ci portano in casa mondi lontani. La globalizzazione sono le nostre città piene di visi dai tratti somatici sconosciuti. Sono i cargo della disperazione che attraccano a Bari o a Catania. La globalizzazione in ultima analisi è il mondo che senza quasi che ce ne rendessimo conto è già diventato un piccolo villaggio dove, ciò che succede in un area si ripercuote su un’altra area senza soluzione di continuità.

Sull’onda delle esigenze petrolifere l’America ha intessuto rapporti profondi ed intensi con i popoli arabi. Quei popoli poveri sono venuti in contatto con una società ricca ed opulenta e da quel contatto sono nate delle aspettative.
Nell’incontro tra due culture così profondamente diverse, il povero ha pensato che il ricco in virtù dello scambio, avrebbe condiviso con lui un po’ del suo benessere. Mano a mano che quella gente si rendeva conto di essere tagliata fuori dai benefici della ricchezza ha iniziato a nascere in seno ai più poveri e disperati il senso di rivalsa.
Già ai tempi dell’assassinio di Sadat nel 1981 le televisioni ci mostrarono i primi roghi della bandiera a stelle e strisce da parte di gruppi estremisti egiziani. Un segno evidente di un malessere in embrione che forse andava capito ed indagato già dal suo nascere. Le due torri, a mio avviso, non sono che la logica, (ancorché tragica), conseguenza di una politica sbagliata da tutte le parti, (americana ed “araba”), che invece di promuovere in modo equo sviluppo e benessere tende comunque e sempre a creare nicchie privilegiate di ricchezza.

Questa è solo una chiave di lettura degli eventi che cerca di spiegare il tuo “perché” ma, in ultima analisi, la domanda che tu poni è quella che dovevamo porci tutti dopo quei tragici eventi. Gli americani per primi si sono gettati sul “chi è stato” e nessuno, se non qualche singolo, si è chiesto il perché si era arrivati a tanto.
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