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Vecchio 14-04-2005, 12.57.01   #16 (permalink)
Tommaso
Ospite
 
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A. Io credo che l’identità storica del soggetto sia, in buona sostanza, un mistero. I metodi del relazionarsi del soggetto alla propria concretezza storica sono figli tanto della propria personalità quanto delle influenze e delle modificazioni che il flusso storico determina su di essa, ma una piena coscienza e consapevolezza di ambedue i termini in questione risulta l’ultima utopia di certe scuole di pensiero, essendo una pia illusione la pretesa di conoscere la verità della propria persona e la propria concretezza storica nella loro pienezza. Con ciò cosa voglio dire? Semplice: che se sognare paradisi intellettuali in cui avere il pieno possesso della Verità sul soggetto e il suo relazionarsi alla storia è operazione mentale da lasciare agli Hegel e altri come loro, la pretesa di dare un giudizio su una collettività storica in base alla constatazione dell’esistenza di gruppuscoli aventi determinate tendenze politiche interni ad essa è pura follia. Piuttosto credo che proprio il fatto che essi facciano notizia per la loro presenza, e la facciano in maniera nettamente problematica, indichi l’avvenuta liberazione, in Europa, dai loro schemi politici.

B. Per la Chiesa esiste la guerra giusta: la pace non è semplic(istica) assenza di guerra ma, piuttosto, regno di ordine. Nella persona la pace consiste nel vivere una condizione tale per cui regna equilibrio tra le passioni e ordine tra arbitrio e senso dell’obbligo: analogo è il discorso da impostarsi per la società civile. Laddove la disarmonia, lo squilibrio e il disordine giungono a mettere a repentaglio l’incolumità di collettività intere si può parlare di una condizione di assenza di pace anche se non è in atto un vero e proprio conflitto bellico (cioè la contrapposizione militare tra Stati – si badi: non perché si è in assenza di pace si è legittimati a combattere la guerra giusta, per essa sono necessarie ulteriori condizioni). In merito al rispetto delle altre culture mi pare che Bush abbia gettato qualche bomba in Afghanistan e Iraq mentre il Papa organizzava raduni ecumenici e giornate di dialogo con i rappresentanti delle Chiese ortodosse, dei musulmani ecc. In facoltà, a Cassino, ho molto a che fare con il gruppo di C.L. (diciamo che sono loro amico, pur non sentendomi parte del movimento). Ebbene, tra loro trova posto anche una ragazza di fede islamica. Sulla questione, troppo vecchia e troppo noiosa, della Chiesa irrispettosa della laicità degli Stati, posso chiedermi cosa dovrebbe fare in alternativa il Magistero ecclesiastico se non pronunciarsi in merito alle questioni che, riguardando la sfera del vivere pubblico e, quindi, anche della gestione della cosa pubblica, toccano i tasti della moralità degli uomini tutti. Non si tratta di imporre un diktat, ma di svolgere il proprio ruolo di autorità morale che priva di ogni potere legislativo. O forse che si vuol tappare la bocca la Vaticano (stile Urss)?

C. Concordo. Troppo facile dare dell’ignorante a qualcuno solo perché attua scelte diverse dalle nostre

D. Mi spiace contraddirti, ma che le Crociate siano figlie di interessi politici ed economici è un dato abbastanza contestabile. Figlia dell’interpretazione marxista delle Crociate, questa loro lettura – un po’ stantia, per dirla con Rino Cammilleri – si fonda su un inganno che si palesa ogni qual volta si fa della storia uno strumento di propaganda: l’attualizzazione. Si applicano logiche e dinamiche figlie dell’epoca nostra a mondi passati in maniera tale da dare la percezione concreta del male e, nello stesso tempo, sottolineare la propria distanza da allora, in maniera tale da elencare e imputare le colpe a chi si vuol stigmatizzare (“hai avuto la tua opportunità ed ecco quello che hai combinato!”) e accrescere i meriti di chi ha permesso che quella realtà venisse meno (“ma guarda quanto sono belli, buoni e profumati gli illuministi!”). Non che tu abbia intenzione di decantare un dato sistema di pensiero, solo che, inconsapevolmente, mi pare che in questo tuo post emergano metodi di studio della storia figli di un certo modo di orientarsi ideologicamente. In realtà le Crociate furono ben otto (e già questo dato mette seriamente in dubbio la proposizione “Le Crociate si sono combattute per motivi economici” – tutte e otto?), e ogni discorso teso a schematizzarle è destinato a un più o meno rapido fallimento. Va, poi, detto che, se il principio basilare dell’economia è quello dell’ottenere il massimo del risultato con il minimo sforzo, davvero un conflitto quale quello dei cristiani in Terra Santa era il più sconsigliabile dagli economi. Si trattava, infatti, di partire da una Europa cristiana per recarsi in una terra musulmana a combattere contro un nemico che lì aveva posto la sua tenda (e che giocava in casa, quindi) e aveva l’immane vantaggio della superiorità numerica. E il viaggio per giungere lì era un viaggio in stile… medievale, cioè a piedi quando andava male, in barca quando andava bene. Ma non c’era la prima classe… E i mezzi di trasporto, oltre a cibo, armi e tutto quanto occorreva al combattimento e al sostentamento costava… E molti re cristiani, tornati a casa, si sono visti soffiato il trono (Riccardo Cuor di Leone è l’esempio più lampante). Davvero valeva la pena combattere stè guerre per motivazioni economiche?

Sull’ultimo punto ti lascio rileggere quanto già scritto al primo.
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