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Vecchio 17-09-2005, 23.39.57   #9 (permalink)
Tommaso
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In realtà il problema dei rapporti intercorrenti tra l’apparato istituzionale e culturale della Chiesa di Roma e il mondo greco-romano viene qui affrontato in una maniera che definirei… antiquata. Nel senso che mettere in rilievo influenze che si smuovono esclusivamente dal campo greco a quello cristiano è stata una delle abitudini maggiormente praticate dalle scuole storiche comparatiste dell’inizio del XX secolo e che già nel 1913 un personaggio come Clemen contestava. Parlare del problema con gli specialisti di oggi significa sentirsi dire che, certo, non si può negare che dei rapporti tra la classicità greco-latina e la cristianità siano un dato di fatto, ma che essi non sono univoci.

Non solo la letteratura latina e la saggezza greca hanno fornito strumenti ai cristiani, ma anche la spiritualità dei credenti in Cristo ha dato modo al mondo, per così dire, “pagano” di formarsi, istruirsi e rinnovarsi concettualmente. La filosofia greca, ad esempio, è ben distante dall’aver compiuto la sua parabola storica nel momento in cui il Cristianesimo fa capolino tra le pagine del libro della storia - e che Filostrato scriva, agli albori del III secolo, una biografia di Apollonio da Tiana che sembra una copia dei Vangeli dovrebbe quantomeno far pensare.

Esempio troppo specifico? Bene: Giuliano, Imperatore di Roma, prese a modello l’organizzazione gerarchica e il sistema di servizio sociale del mondo cattolico al fine di rimettere in sesto l’ormai declinante culto pagano. E che dire delle scuole neoplatoniche di Alessandria? - con un tale di nome Ierocle, pagano, a tracciare una metafisica che sembra così cristiana che qualcuno si è anche posto il problema se questi avesse o meno aderito al richiamo del Cristo.

Certo, ciò non toglie le palesi influenze culturali che la latinità e la grecità hanno esercitato sul mondo cristiano, ma da qui a dire che la Chiesa cattolica è frutto di tale realtà ad essa antecedente mi pare un tantino avventato.

Passiamo al secondo punto: il “po’” d’ordine che la Chiesa ha assicurato al Medioevo. Che non mi pare cosa da poco, se consideriamo il fatto, da Nemo stesso riportato, che l’Occidente così com’è oggi avrebbe potuto non aver mai luogo, qualora l’Europa fosse diventata una provincia dell’Impero ottomano o fosse stata abbandonata alle razzie dei popoli barbarici. L’ordine presentato dalla Chiesa non è stato, sic et simpliciter, una serie di normative etiche e/o giuridiche che hanno attecchito nel costume sociale, ma è stato un nuovo, vero e proprio centro di gravità per delle popolazioni che avevano perso la bussola che fino ad allora era stata l’Impero romano. Pensiamo solo a quando San Girolamo, rendendosi ormai conto del progressivo ed inevitabile disfacimento dell’Impero, scriveva “Abbiamo perso il nostro punto di riferimento costante: siamo perduti!” per capire quale poteva essere l’entità di quel dileguarsi.
Un mondo venne meno, ma a quel mondo replicò un nuovo mondo.

Quando Nemo parla di “un po’” d’ordine parla di quella condizione che ha reso possibile il formarsi dell’Europa per come noi la studiamo sui libri di storia e per come, di conseguenza, la vediamo oggi: non parla di bruscolini. E, paradossalmente, finisce per dare ragione a coloro che vorrebbe smentire. Né vale molto di più l’argomento secondo cui il Medioevo è stato la tomba di filosofia e sapere scientifico - volendo citare anche solo Tommaso d’Aquino si entra in un discorso che è più grande dello spazio che si ha qui a disposizione, essendo la filosofia dell’Aquinate il cardine non solo del pensiero cristiano dal XIII secolo ad oggi, ma anche di una gran parte della filosofia moderna (chi può comprendere Cartesio senza conoscere San Tommaso?). Né il nome di Agostino da Ippona è meno importante, come di grosso peso sono anche personalità come San Bonaventura da Bagnoregio, e poi geni artistici come Giotto, Cimabue, Masaccio ecc. Tutti costoro il mondo classico lo conoscevano, e benissimo: tuttavia seppero non rimanerne invischiati, cioè seppero assimilare concezioni della vita, dell’arte e del pensiero mantenendo ciò che è buono e scartando ciò che non lo è - à la San Paolo.

D’altra parte non è forse questa una delle tendenze più umane possibili? Non è forse vero che, di fronte ad un libro per noi insignificante, non sentiamo neanche la minima tentazione di sfogliarlo a meno che ciò non sia prettamente necessario per motivi di studio? In fondo l’uomo medievale non distrugge: semplicemente conserva quanto di buono riesce a trovare e mette da parte l’errore, ciò che meno corrisponde al suo animo di fedele in Cristo. Se avesse distrutto non ci sarebbe stato nessuno a poter trovare niente - e allora hai voglia tu a creare la scienza filologica degli umanisti!!! Però sappiamo che gente come Petrarca, Bracciolini, Alberti, Manetti ecc. ha trovato eccome! E non in mezzo agli eretici - coi quali loro, uomini di cultura, non avevano la minima intenzione di immischiarsi - ma nelle biblioteche d’Europa (anche quelle vaticane).

Sul resto mi limito a ribadire quanto già detto: il passato, nel bene e nel male, ci appartiene. Ed è bene guardarlo tutto, non giustificare la necessità della razza pura spartana o della pederastia ateniese per poi diventare inflessibili verso gli errori della Chiesa.
E aggiungo una cosa: i casi da Nemo citati, presi ad uno ad uno, sono non difficilmente confutabili. Su Galileo Galilei, ad esempio, sono state dette un sacco di menzogne - e laici come Paul Feyerabend o Karl Popper, nel XX secolo, lo hanno riconosciuto apertamente. La stessa cosa vale per le Crociate, l’Inquisizione e quant’altro. Ad avere tempo e spazio non sarebbe difficile mettere in crisi le certezze vendute da certa storiografia che, a sua volta, a venduto la sua anima, la sua scientificità, alle divinità del Partito.
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