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#1 (permalink) |
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ad maiora
Data registrazione: 02-01-2005
Messaggi: 388
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La notte: paura, mistero, arte, infinito.
La notte, scientificamente, è quel lasso di tempo che va dal tramonto del Sole, al sopraggiungere della nuova alba. Per me, però, è qualcosa di più, è me è il tempo dell’oscurità e del mistero, che avvolge quelle ore del giorno comprese tra la fine del viaggio di Apollo e la comparsa nel cielo della dea dalle dita rosate, Eos: l’Aurora. La mia notte è mistero, paura, arte e infinito.
Domandarsi “Cosa ne sarebbe del dì senza la notte?” è un po’ come chiedersi “cos’è la vita senza la morte?” La morte, come la notte, è qualcosa di posteriore alla vita, ma anche precedente a nuova alba, a nuova vita secondo l’apologia cristiana e alla credenza della Resurrezione: la mitologia greca non fu la sola, quindi, a occuparsi e a elaborare una teoria su uno dei fenomeni più evidenti che riguardano la Terra, l’alternarsi del dì e della notte. Possiamo immaginarci anche che gli uomini primitivi avessero credenze e proprie spiegazioni, sicuramente geniali e fantastiche, sulla notte, simbolo della precoce “tendenza” intellettuale dell’uomo antenato di Niccolò Copernico e Galileo Galilei. Possiamo immaginare che quell’uomo tanto ingegnoso potesse anche crearsi delle paure di fronte al buio della notte, ignota e oscura. La “paura del buio” è una delle più antiche inquietudini dell’uomo, che deriva da un profondo turbamento per ciò che non si conosce. Spesso essa porta noi “paurosi” a immaginarci cose impensabili e fantasmagoriche anche trovandosi in un ambiente familiare o conosciuto. Questo “ignoto“, però, diventa intrigante qualora ci siano degli elementi che scaccino la paura per far spazio all’affascinante mistero della notte. Le ore di tenebra, così, vengono utilizzate dagli scrittori in vece di teatro di avvenimenti un po’ loschi, come durante “La notte de’ imbrogli e de’ sotterfugi” del Manzoni, dove agli elementi un po’ disonesti, si affiancano la comicità dell’episodio e il divertimento del lettore. Come scordarsi, poi, il fascino delle “Mille e una notte”, forse la più celebre e vasta opera del mondo arabo e della bella, saggia e coraggiosa Sharàzad che per mille e una notte incantò il re e lo spinse a porre fine alla strage, iniziata in seguito al tradimento della moglie, a discapito delle giovani condotte a lui per passarvi la notte e giustiziate la mattina seguente, come una vendetta contro il genere femminile? Ma gli elementi della notte più celebrati dagli artisti, sono la luna e le stelle. Nella letteratura lo spirito poetico non può fare a meno di celebrare la luna e le stelle: da Saffo, con il suo “Plenilunio”, a Leopardi che in “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, dove crea un dialogo con il candido e alabastrino satellite della Terra (Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,/Silenziosa luna?); a Ungaretti, che, fa delle stelle una rivelazione e respira il fresco, la serenità che gli lascia il cielo notturno, riconoscendosi immagine passeggera nel giro immortale dell’Universo. Nella pittura, Van Gogh, in uno dei quadri che amo di più, esprime quello che lui sente essere la “Notte stellata” in un dipinto mozzafiato. Il suo intento è rappresentare una notte che ammalia e stupisce per l’energia che emana, attraverso le pennellate vigorose e rotatorie. Il cielo copre il paesaggio circostante e lo avvolge. Ma anche nella musica la notte e le stelle vengono esaltate, come nella “Turandot” di Giacomo Puccini, in cui il principe Calaf, durante l’ultimo atto, afferma che le stelle “tremano d‘amore e di speranza” e le esorta a tramontare (Dilegua, o notte! Tramontate, stelle!), perché all’alba avrebbe ottenuto la vittoria (All’alba vincerò! Vincerò!) e avuta in sposa Turnadot. Rimirando quelle gemme incastonate nella volta del cielo, quelle che brillano di notte per cogliere gli sguardi di noi sognatori ad occhi aperti, mi sento aprire il cuore di fronte all’immane spettacolo del Creato. L’Universo, con la sua grandiosità, su di me ha un effetto catartico: mi purifica, mi riempie di gioia e serenità il cuore, mi commuove e mi commuoverà sempre. Per prima cosa il mio sguardo si dirige alla Luna, ne verifica la fase, soffermandosi qualche secondo in più se è nel pieno del suo splendore; poi, và alla Stella Polare e cerca di identificare la costellazione dell’Orsa Maggiore; o Grande Carro: per me, il Grande Carro dell’esistenza. I latini avevano una parola per definire come mi sento in quei momenti. Ora quel termine non esiste più, ma io non me lo dimenticherò mai: caeicola, abitante del cielo, ma soprattutto creatura dell’Universo. Sono composta anch’io di polvere di stelle. Spero di non aver annoiato nessuno. Da un mio tema (e quindi tutta farina del mio sacchetto), Guccia Ultima modifica di Guccia : 03-03-2006 alle ore 19.20.55. |
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