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Vecchio 14-10-2008, 22.18.41   #31
VanLag
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Riferimento: Parliamo di razzismo.

Posto qui questo brevi stralci che parlano dei primi contatti tra l'occidente ed i pellerossa d'America, presi dal libro - Storia del popolo americano – di Howard Zinn (gruppo editoriale il Saggiatore spa.), non perché è appena passato il “colombus day” festa che stà perdendo popolarità negli stati uniti, ma nella speranza che altri, come me, possano focalizzare la differenza profonda tra queste due civiltà di circa 400 anni fa.

La triste storia degli indiani d’America, non è prettamente un caso di razzismo, è altro, ma l’arroganza e la cecità dell’invasore ben si presta a sostenere il teorema qui esposto che dietro alla rapacità di un popolo ci stanno le sue filosofie e le sue religioni, sfumatura che, per altro, evidenzia anche Zinn, laddove, paragonando la bontà ingenua degli indigeni americani al cinismo dell’invasore, dice: - Non erano qualità diffuse nell’Europa del Rinascimento, dominata dalla religione dei papi, dal governo dei re, dalla brama di denaro tipica della civiltà occidentale e del suo primo messaggero nelle Americhe, Cristoforo Colombo.

Gli stralci, operati a mano dal libro, sono poca cosa e non pretendono certo di essere materia certificante ed esaustiva sugli indiani pellerossa, sulla storia dei quali esistono libri e trattati di varie fonti anche se, la fonte principale e per molti aspetti unica di informazione su quello che accadde in quelle isole dopo la partenza di Colombo è Bartolomè de Las Casas, un giovane prete che partecipò alla conquista di Cuba. E’ grazie a lui se si ha la trascrizione di molti ei giornali di bordo di Colombo.

STRALCI:

Uomini e donne arawak, nudi, abbronzati e colmi di meraviglia, accorsero dai villaggi alle spiagge dell’isola e si lanciarono a nuoto per vedere meglio quella grande barca strana. Quando Colombo ed i suoi marinai raggiunsero la riva, con le loro spade e la loro parlata bizzarra, gli arawak corsero ad accoglierli portando cibo, acqua, doni. Colombo avrebbe poi scritto sul giornale di bordo:

Ci portavano pappagalli, matasse di filo di cotone, zagaglie e tante altre cose e le scambiavano con altre che noi davamo loro, come granelli di vetro e sonagli. Insomma prendevano tutto e davano di quanto avevano con buona volontà. […] Sono tutti di bella figura, bellissimo corpo e gradevoli nella fisionomia […] non portano armi, ne le conoscono: perché mostrai loro le spade ed essi per ignoranza, prendendole per il taglio, si ferivano. Non hanno alcuna sorta di ferro […] Devono essere buoni ed ingegnosi servitori […] [Le altezze vostre, con una cinquantina di uomini li terranno tutti sottomessi e potranno far fare loro tutto ciò che vorranno.

Questi arawak delle isole Bahamas somigliavano molto agli indiani della terraferma, che si distinguevano (i viaggiatori europei l’avrebbero ripetuto più volte) per la loro ospitalità e per la volontà di condividere ciò che avevano. Non erano qualità diffuse nell’Europa del Rinascimento, dominata dalla religione dei papi, dal governo dei re, dalla brama di denaro tipica della civiltà occidentale e del suo primo messaggero nelle Americhe, Cristoforo Colombo.

Nella società indiana, le donne erano trattate così bene che gli spagnoli ne furono stupiti. Las Casas descrive i rapporti tra i sessi:

Non esistono leggi sul matrimonio: uomini e donne ugualmente scelgono i propri compagni e li lasciano a proprio piacimento, senza offesa, gelosia o rancore. Si moltiplicano assai abbondantemente; le donne gravide lavorano fino all’ultimo e partoriscono quasi senza dolore; in piedi il giorno successivo , si bagnano nel fiume e sono pulite e sane come prima di partorire. Se si stancano del proprio uomo, si procurano aborti con erbe che provocano la nascita di un bambino morto, coprendo le parti vergognose con foglia o stoffa di cotone; anche se in genere gli uomini e le donne indiani vedono la nudità totale con la stessa indifferenza con cui noi guardiamo la testa o le mani dell’uomo.

Las Casas descrive il trattamento che gli spagnoli riservano agli indiani:

Infinite testimonianza […] confermano che i nativi hanno un temperamento mite e pacifico […] Ma la nostra opera è stata esasperare, devastare , uccidere, dilaniare e distruggere; non sorprende, allora, che di tanto in tanto tentassero di uccidere uno di noi […] L’ammiraglio, certo, fu cieco come quelli che sono venuti dopo di lui e tanto ansioso di compiacere il re che commise crimini irreparabili contro gli indiani.

Mentre gli uomini nativi venivano inviati nelle miniere a molti chilometri di distanza, le loro donne erano utilizzate per agricoltura, costrette a svolgere faticosissimi lavori di sterro per creare migliaia di collinette destinate alla coltivazione della Manioca:

I mariti e le mogli si riunivano solo una volta ogni otto o dieci mesi e quando si incontravano erano entrambi così esausti e sconfortati […] che cessavano di procreare. Quanto ai neonati, morivano presto, perché le madri stremate e affamate, non avevano latte e per questa ragione, mentre ero a Cuba, morirono settemila bambini in tre mesi. Alcune madri giungevano ad affogare i propri neonati per pura disperazione […] Perciò i mariti morivano nelle miniere, le moglie morivano sul lavoro ed i bambini morivano per mancanza di latte […] ed in breve tempo questa terra che era così grande possente e fertile […] fu spopolata […] I miei occhi hanno veduto questi atti così estranei alla natura umana e ora fremo mentre scrivo.

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Vecchio 22-10-2008, 09.06.33   #32
emmeci
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Riferimento: Parliamo di razzismo.

Giusto il vostro insistere sulla irragionevolezza del razzismo e le conseguenze nefaste che giornali e TV ci mostrano ogni giorno: però mi pare che quel richiamarsi a una logica che dovrebbe trascendere le nostre epidermiche diffidenze, cioè a una specie homo che è naturalmente una sola e, come detta il concetto di specie, dovrebbe consentire contatti fecondi fra ciò che diciamo razze, nonché quella unicità dei diritti che oggi è divenuta una parola d’ordine per questa parte del mondo - mostrino qualcosa di velleitario se non di errato, facendoci credere che sia così semplice superare millenarie abitudini, che sia del tutto ovvio che un afroamericano diventi presidente degli USA, un lappone sposi una ragazza di Mazara del Vallo e magari un masai una vezzosa bambola del jet-set. Forse è meglio rendersi conto che volersi bene non è sempre facile e - mi sembra di poter affermare – perfino innaturale. Perché la natura – lo dovrebbero confermare scienziati, antropologi e psicologi – non è il regno dell’omologazione, ma delle diversità.
Poniamo, come si crede, che la vita abbia avuto origine sulla terra partendo da un’unica cellula e poi si sia irradiata in specie diverse; poniamo – in un tempo più prossimo a noi – che la specie homo (l’ultima, perché ce ne sono state altre) abbia avuto origine in un punto dell’Africa e poi sia sciamata dando origine alle civiltà della terra: poniamo – come dice oggi la psicologa Silvia Fegetti Finzi – che non è auspicabile che maschio e femmina diventino termini del passato: è proprio la diversità che regna su questo pianeta, e tutto lascia credere che se la vita si è diffusa anche altrove sarà diversa da quella che esiste quaggiù. E se per l’avvenire la mescolanza di razze aumenterà non sarà per dar luogo a una sola cultura ma per accrescere questa diversità tanto che ogni individuo sarà qualcosa di unico, e se le apparenze esteriori (anatomia, colore della pelle, ecc....) potranno presumibilmente ridursi, le differenze intellettuali e morali non obbediranno a un unico stampo: tante teste tanti pareri - si diceva una volta – che potrebbe diventare: tante teste tante varietà della specie homo.
A che cosa voglio arrivare? Semplicemente a questo: che il razzismo è più che giustificato se noi guardiamo a ciò che la natura ha fatto di noi – e se c’è chi si oppone a questo, è perché agisce in lui ciò che natura non è, cioè quella norma morale che potrebbe essere così commentata: sei gettato, nascendo, in un mondo stimolante e vario, ove tu non sei unico ma ci sono altri esseri diversi da te, altri costumi altre leggi altri dei, e se il tuo istinto manifesta qualche riserva nei loro confronti, il tuo dovere è di superare l’ostacolo nonostante la conferma che esso può ricevere da una scienza evoluzionistica: devi arrivare a conoscerli e, se possibile, amarli.
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Vecchio 22-10-2008, 21.56.13   #33
VanLag
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Riferimento: Parliamo di razzismo.

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Giusto il vostro insistere sulla irragionevolezza del razzismo e le conseguenze nefaste che giornali e TV ci mostrano ogni giorno: però mi pare che quel richiamarsi a una logica che dovrebbe trascendere le nostre epidermiche diffidenze, cioè a una specie homo che è naturalmente una sola e, come detta il concetto di specie, dovrebbe consentire contatti fecondi fra ciò che diciamo razze, nonché quella unicità dei diritti che oggi è divenuta una parola d’ordine per questa parte del mondo - mostrino qualcosa di velleitario se non di errato, facendoci credere che sia così semplice superare millenarie abitudini, che sia del tutto ovvio che un afroamericano diventi presidente degli USA, un lappone sposi una ragazza di Mazara del Vallo e magari un masai una vezzosa bambola del jet-set. Forse è meglio rendersi conto che volersi bene non è sempre facile e - mi sembra di poter affermare – perfino innaturale. Perché la natura – lo dovrebbero confermare scienziati, antropologi e psicologi – non è il regno dell’omologazione, ma delle diversità.
Poniamo, come si crede, che la vita abbia avuto origine sulla terra partendo da un’unica cellula e poi si sia irradiata in specie diverse; poniamo – in un tempo più prossimo a noi – che la specie homo (l’ultima, perché ce ne sono state altre) abbia avuto origine in un punto dell’Africa e poi sia sciamata dando origine alle civiltà della terra: poniamo – come dice oggi la psicologa Silvia Fegetti Finzi – che non è auspicabile che maschio e femmina diventino termini del passato: è proprio la diversità che regna su questo pianeta, e tutto lascia credere che se la vita si è diffusa anche altrove sarà diversa da quella che esiste quaggiù. E se per l’avvenire la mescolanza di razze aumenterà non sarà per dar luogo a una sola cultura ma per accrescere questa diversità tanto che ogni individuo sarà qualcosa di unico, e se le apparenze esteriori (anatomia, colore della pelle, ecc....) potranno presumibilmente ridursi, le differenze intellettuali e morali non obbediranno a un unico stampo: tante teste tanti pareri - si diceva una volta – che potrebbe diventare: tante teste tante varietà della specie homo.
A che cosa voglio arrivare? Semplicemente a questo: che il razzismo è più che giustificato se noi guardiamo a ciò che la natura ha fatto di noi – e se c’è chi si oppone a questo, è perché agisce in lui ciò che natura non è, cioè quella norma morale che potrebbe essere così commentata: sei gettato, nascendo, in un mondo stimolante e vario, ove tu non sei unico ma ci sono altri esseri diversi da te, altri costumi altre leggi altri dei, e se il tuo istinto manifesta qualche riserva nei loro confronti, il tuo dovere è di superare l’ostacolo nonostante la conferma che esso può ricevere da una scienza evoluzionistica: devi arrivare a conoscerli e, se possibile, amarli.
Prendi questa divisone in gruppi della “vita” che avevo stilato qualche tempo fa:

Gruppo A esseri viventi
Gruppo B esseri umani
Gruppo C credenti
Gruppo D cristiani
Gruppo E cattolici

Da una semplice scorsa vedrai come ogni gruppo, (tranne il primo), sia un sottoinsieme di quello superiore e come di quello superiore ne condivida i valori. Ad esempio, gli “esseri umani” condividono lo stesso identico amore alla vita del gruppo precedente e cioè degli “esseri viventi”. Il gruppo dei credenti condivide con gli esseri umani, oltre all'amore alla vita, anche l’amore dell’intelligenza, che è peculiarità di questo gruppo e così via dicendo.

Questo trasferimento del valore che funziona dall’alto al basso, non si attua dal basso all’alto perché un induista, (gruppo dei credenti), ad esempio, non sente nessun amore per il crocefisso, che è un simbolo cristiano, mentre condivide col cristiano l’amore per l’ultraterreno, che è uno dei comuni denominatori di tutto il gruppo dei credenti.

Ora se la nostra identità si focalizza sulle caratteristiche del gruppo più basso e diventa prevalente su quella dei gruppi più a monte si finisce per non dare più importanza ai valori condivisi comuni e si finisce per odiare chi non ha i nostri stessi valori di gruppo.

Un odio che non ha nulla di naturale ma che ci viene imposto dalla cultura di cui ci sentiamo parte, soprattutto se questa “lavora sotto” (e cavoli se lavora sotto), per fomentare questo odio. Un odio che sarebbe facilmente superato se accettassimo che i valori fondanti della nostra società non sono quelli del nostro gruppo piccolo, ma sono quelli dei gruppi grandi originari e cioè amore alla vita ed amore per l’intelligenza.

Se ci attenessimo a quelli, magari non ameremmo la persona che abbiamo davanti con gli occhi a mandorla o con la pelle nera, ma certamente neppure l’odieremmo, perché facilmente vedremmo in lui il riflesso di noi stessi.

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Vecchio 23-10-2008, 11.20.11   #34
emmeci
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Il tuo diagramma tassonomico, VanLag, ha, in rapporto alla nostra discussione, un unico difetto: che non si sa se il razzismo stia nella fase A o nella fase E. Lo schema da te tracciato può sembrare infatti esauriente, in quanto s’innesta in ciò che è natura e sale in una diversificazione che, sia pure ridotta per esigenze di spazio, sembra irradiarsi nelle varianti più alte della specie homo in un abbandono deciso delle radici. Così ci sarà qualcuno che riterrà benedetto dall’alto il diagramma che hai costruito, vedendovi una conferma di quello che gli è stato insegnato, cioè che, in quanto cattolico, egli è sulla cima rispetto anche alle altre fedi, tanto che riterrebbe blasfemo capovolgere l’albero, cioè ritenere - come sembra che tu ritenga - che aprirsi senza preclusioni all’umanità e alla vita sia una medicina contro il razzismo e non uno sfregio inferto alla propria fede. Ma allora dove si trova il razzismo? Alla fase A o alla fase E?
(Ho detto questo volendo rispettare il tuo schema. Perché naturalmente per me la cima dell’albero non sta in ciò che dice una religione, ma in ciò che le supera tutte; e allora è forse lì la punta dell’albero, in quell’armonioso stormire che celebra senza campane a festa l'unità di tutte le chiese).
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Vecchio 23-10-2008, 19.41.03   #35
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Il tuo diagramma tassonomico, VanLag, ha, in rapporto alla nostra discussione, un unico difetto: che non si sa se il razzismo stia nella fase A o nella fase E. Lo schema da te tracciato può sembrare infatti esauriente, in quanto s’innesta in ciò che è natura e sale in una diversificazione che, sia pure ridotta per esigenze di spazio, sembra irradiarsi nelle varianti più alte della specie homo in un abbandono deciso delle radici. Così ci sarà qualcuno che riterrà benedetto dall’alto il diagramma che hai costruito, vedendovi una conferma di quello che gli è stato insegnato, cioè che, in quanto cattolico, egli è sulla cima rispetto anche alle altre fedi, tanto che riterrebbe blasfemo capovolgere l’albero, cioè ritenere - come sembra che tu ritenga - che aprirsi senza preclusioni all’umanità e alla vita sia una medicina contro il razzismo e non uno sfregio inferto alla propria fede. Ma allora dove si trova il razzismo? Alla fase A o alla fase E?
(Ho detto questo volendo rispettare il tuo schema. Perché naturalmente per me la cima dell’albero non sta in ciò che dice una religione, ma in ciò che le supera tutte; e allora è forse lì la punta dell’albero, in quell’armonioso stormire che celebra senza campane a festa l'unità di tutte le chiese).
No dai ….. lo schema si apre a ventaglio, dal gruppo A verso il basso, originando una piramide al cui vertice ci sono gli esseri viventi. Più sopra ancora avrei potuto postulare un insieme chiamato “esseri” e non ulteriormente qualificato, ma il discorso avrebbe dato adito alla pura speculazione con domande del tipo: - se le rocce ed i sassi partecipano dell’essere, (certo che si) e se partecipano anche della coscienza, (ho la mia risposta) – etc. etc.

Speculazioni anche interessanti e divertenti che però lasciano il tempo che trovano e soprattutto esulano dal discorso sul razzismo. Il razzismo ramifica mano a mano si scende nella piramide perché si dimenticano i valori condivisi del livello più alto e si specializzano valori la cui onestà intellettuale è spesso dubbia. Non dimentichiamo, ad esempio, che entrambi i leaders del conflitto tra Iraq ed America dichiaravano con la massima placidità alla nazione che “Dio era con loro”.

Secondo me, se Dio fosse esistito, li avrebbe fulminati all’istante entrambi, ma questo è un parere del tutto personale ed opinabile, mentre mi sembra difficilmente opinabile il fatto che scendendo nella piramide e specializzando i valori, si crea una esclusività che trascende facilmente nelll’odio del diverso.

Per un mondo senza odio di razza bisogna avere la capacità di tenere tra i valori più alti “l’amore dell’intelligenza” che affratella gli uomini nell’universalità della ragione, ma alla ragione è stata sovrapposta la fede, che è il valore di uno dei livelli più bassi e quella fede, invece di aiutare l’uomo ha creato i problemi. La mia fede è più giusta della tua, la mia fede contro la tua… ed è odio ed è guerra ed è malessere …..

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Vecchio 24-10-2008, 09.14.23   #36
emmeci
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Ho paura, VanLag, che se ci mettiamo a tracciare diagrammi non sappiamo più come orientarli: forse basta una sola linea, purché scopriamo quale è il suo senso, cioè alla fine dove stia la verità. E con questo sono tornato al principio base della mia filosofia: noi tutti siamo spinti o forse obbligati a cercare, senza sapere in anticipo quale è la meta del nostro cammino. Non resta allora che aprirci a tutto, sperando che la verità rifulga per forza propria o ci mandi un messaggio: il che sembra effettivamente l’opposto del razzismo, solo che con questo siamo solo all’inizio dell’impresa, perché quella parola “razzismo” che hai tirato in ballo è in verità solo il simbolo di tutto ciò che ostacola questo cammino, cioè di ciò che pone dei limiti alla nostra ricerca, e allora l’impegno diviene ben più arduo che dimenticare il colore di pelle o l’impronunciabile nome pieno di consonanti che vanno contro alla fluidità della nostra lingua: perché si tratta di superare differenze di politica, di religione, di tradizione e di idee…con la necessità di smantellare chiese, caserme, università e biblioteche, mandare agli inceneritori bibbie e divine commedie…..No, il sacrificio potrebbe sembrare troppo alto anche all’attuale ministro dell’istruzione, finché….finché che cosa resterebbe dell’umanità? Dunque per andare oltre il razzismo bisognerebbe dimenticare millenni di storia, ma quale è l’alternativa? Cioè si può andare oltre ogni limite dell’umanità senza sacrificarla su un’ara in onore di un dio che non c’è? Mentre se razzismo è soltanto un simbolo, qualcosa ne può rimanere nel nostro DNA, che può spingere a unificarci senza precludere quella diversificazione che per la scienza è la via maestra dell’evoluzione. Superare sì, ma con juicio, come direbbe il governatore Ferrer davanti ai marosi della rivoluzione. E senza neppure cedere alle fluenti rime dello schilleriano Inno alla gioia e alle sue un po' troppo mielate parole “Siate uniti, milioni, il mio bacio a tutto il mondo!” Perché forse la diversità è il fermento della vita e non il suo peccato mortale.
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Vecchio 24-10-2008, 21.54.13   #37
VanLag
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Ho paura, VanLag, che se ci mettiamo a tracciare diagrammi non sappiamo più come orientarli: forse basta una sola linea, purché scopriamo quale è il suo senso, cioè alla fine dove stia la verità. E con questo sono tornato al principio base della mia filosofia: noi tutti siamo spinti o forse obbligati a cercare, senza sapere in anticipo quale è la meta del nostro cammino. Non resta allora che aprirci a tutto, sperando che la verità rifulga per forza propria o ci mandi un messaggio: il che sembra effettivamente l’opposto del razzismo, solo che con questo siamo solo all’inizio dell’impresa, perché quella parola “razzismo” che hai tirato in ballo è in verità solo il simbolo di tutto ciò che ostacola questo cammino, cioè di ciò che pone dei limiti alla nostra ricerca, e allora l’impegno diviene ben più arduo che dimenticare il colore di pelle o l’impronunciabile nome pieno di consonanti che vanno contro alla fluidità della nostra lingua: perché si tratta di superare differenze di politica, di religione, di tradizione e di idee…con la necessità di smantellare chiese, caserme, università e biblioteche, mandare agli inceneritori bibbie e divine commedie…..No, il sacrificio potrebbe sembrare troppo alto anche all’attuale ministro dell’istruzione, finché….finché che cosa resterebbe dell’umanità? Dunque per andare oltre il razzismo bisognerebbe dimenticare millenni di storia, ma quale è l’alternativa? Cioè si può andare oltre ogni limite dell’umanità senza sacrificarla su un’ara in onore di un dio che non c’è? Mentre se razzismo è soltanto un simbolo, qualcosa ne può rimanere nel nostro DNA, che può spingere a unificarci senza precludere quella diversificazione che per la scienza è la via maestra dell’evoluzione. Superare sì, ma con juicio, come direbbe il governatore Ferrer davanti ai marosi della rivoluzione. E senza neppure cedere alle fluenti rime dello schilleriano Inno alla gioia e alle sue un po' troppo mielate parole “Siate uniti, milioni, il mio bacio a tutto il mondo!” Perché forse la diversità è il fermento della vita e non il suo peccato mortale.
Ma non c’è nessun bisogno di bruciare i libri, abbattere le chiese, distruggere caserme ed università etc. che poi sono il prodotto della categoria B che si dirama verso il basso,diversificandosi. Quello che sarebbe sufficiente è non scordare la propria identità primaria come esseri umani, allora il diverso non diventa minaccia ma diventa curiosità, gioia, ricchezza.

Se non sentiamo il bisogno di imporre i nostri valori non ci da nessun fastidio che un altro parli un idioma che non comprendiamo, che preghi stendendo un tappetino rivolto alla Mecca o che mangi cerne di serpente ….

Il guasto non è nelle diversità che ha prodotto la storia ma è nella tendenza all’uniformità che si è insidiata nel cuore e nelle menti di alcune di queste “diversità” e questa tendenza all’uniformità nasce dalle religioni e dalle filosofie di queste “diversità”, (qui per "diversità" intendo alcune categorie del gruppo sottostante gli esseri umani).

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Vecchio 25-10-2008, 01.27.58   #38
Aribandus
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Riferimento: Parliamo di razzismo.

Salve a tutti.

Non c'è alcun razzismo in Italia.

Gli italiani non sono un popolo razzista. Siamo apprezzati in tutti i paesi più poveri del mondo per la nostra umanità, per tutto il bene che facciamo.

Il problema è la strumentalizzazione che, per motivi purtroppo politici, pochi fanno.
Nel caso, ci sono stati pochi e circoscritti episodi, quindi pochi singoli episodi (considerando la grandezza del paese... il fenomeno risulta ancora più ridotto), di (momentanea) intolleranza, cosa MOLTO diversa dal razzismo.

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Vecchio 25-10-2008, 08.31.10   #39
emmeci
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Riferimento: Parliamo di razzismo.

Già, VanLag, però non è sempre facile mettere in pratica ciò che un idealista come te potrebbe considerare ovvio se non naturale….Lasciamo stare casi politicamente ardui come quelli della Palestina, della Georgia o del Tibet; esaminiamo il caso dell’antropologo o dell’etnologo mandato a visitare i superstiti dell’ultima tribù paleolitica ancora esistente in una foresta africana o dell’Amazzonia: che fare? Denudarsi e dipingersi il volto per non screditare le usanze locali e adattarsi comunque a quell’armonioso modo di vivere, o far capire che esiste qualcosa di diverso al di là dei monti e dei mari, qualcosa che una volta si chiamava “la civiltà” e ora dovrebbe scandire il mea culpa, accusandoci di aver obbedito a un cieco e vorace colonialismo, che dovrebbe farci vergognare del nostro passato e lasciare intatta quella tribù perché l’evoluzione compia il suo corso fino alla fine: o in qualche modo porgere loro la mano, distribuire qualche compressa di chinino oltre che qualche zolfanello per accendere il fuoco? Insomma, dopo che abbiamo accertato che non ci siamo solo noi europei su questo pianeta, far capire agli altri che neppure loro son soli. Alla fine, educare o non educare? Forse, al di là di ogni strategia antirazzistica, è questo il problema: comprendere, certo, ma anche aiutare, in nome di quella che Lessing chiamava – con un residuo di bieco euro-centrismo? – “educazione del genere umano”.
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Vecchio 25-10-2008, 16.22.49   #40
Giorgiosan
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Se uno fosse razzista, avrebbe diritto ad esprimere la sua opinione?

(Non è una provocazione)
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