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Vecchio 09-03-2014, 22.09.33   #1
donquixote
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Filosofia del dialogo

A seguito di una breve ricerca sul forum ho notato la mancanza di una discussione che, pur essendo tecnicamente di filosofia, dovrebbe essere basilare per tutti gli argomenti trattati. Una discussione che avrebbe dovuto essere aperta per prima e rimanere al di sopra delle altre come ispirazione e anche monito per un luogo come questo.
Questa discussione avrebbe dovuto riguardare il senso stesso del dialogo, non dal punto di vista formale e delle norme da seguire per poter definire tale uno scambio di idee (queste sono ben chiarite nel regolamento) ma proprio dal punto di vista ontologico: insomma che cosa si intende per dialogo? È effettivamente utile, per quanto formalmente indispensabile, nella comunicazione umana? E quale evoluzione ha avuto nel tempo? Ma siccome non c'era provo a introdurla io.
Oggi, ovunque nel mondo (ormai globalizzato anche dal punto di vista culturale) e in ogni ambito della vita umana, si sentono appelli al dialogo; ognuno è convinto che qualsiasi problema si possa risolvere attraverso il dialogo, e si moltiplicano esponenzialmente le occasioni per aprire "tavoli di dialogo" su ogni argomento.
Le varie confessioni religiose, e in particolare il Cristianesimo, che per secoli hanno privilegiato la verità della propria dottrina e negavano nel contempo quella delle dottrine altrui, hanno scoperto le presunte virtù miracolistiche del "dialogo", tanto da creare apposite istituzioni per il "dialogo interreligioso".
Quando da qualche parte nel mondo si creano condizioni tali da determinare il rischio di scontri armati si evoca il dialogo come panacea di tutti i mali; sociologi e psicoterapeuti affermano che le crisi di coppia si affrontano e si risolvono attraverso il dialogo; insegnanti e pedagoghi sono convinti che l'educazione dei figli debba passare attraverso il dialogo con i genitori, per non parlare della politica che quotidianamente si riempie la bocca di questa parola ormai diventata magica.
Dialogo, etimologicamente, deriva dal greco ed è composto dalla particella dia e dal vocabolo logos. Se guardiamo alla più banale e consueta traduzione di questi due lemmi dobbiamo affermare che dia significa attraverso e logos discorso, insieme di parole. Messa così dialogo significherebbe "attraverso il discorso", ovvero per mezzo della parola. Che, nella sostanza, non vuol dire niente, perché manca il soggetto, il significante, e inoltre "per mezzo della parola" è equivoco perché attraverso la parola si fa qualunque cosa, tipo dare ordini che non è esattamente sinonimo di dialogo, e inoltre si può "dialogare" per ore senza risolvere alcun problema, anzi spesso continuando a parlare i problemi aumentano poiché più le persone parlano e più è facile che emergano incomprensioni su vocaboli, concetti, idee, e quindi dialogo inteso in questo modo è senza significato. Se questo fosse l'unico significato possibile non avrebbe poi senso dire "bisogna alimentare il dialogo" ma, più correttamente, "bisogna alimentare il logos", ovvero il discorso, la conversazione, e il prefisso dia risulterebbe superfluo.
Ma se si prova ad andare un po' più a fondo nell'etimologia della parola dialogo si scopre che la particella dia è analoga a dis, è una variazione di duo (due) ed ha una funzione separativa (“L’origine del significato essenziale ‘attraverso’ va forse ricercata nella tecnica militare di dividere in due lo schieramento nemico con una formazione a cuneo” R.Romizi Greco antico; vocabolario greco-italiano etimologico e ragionato. Zanichelli); logos invece è un termine più complesso e spesso veniva tradotto, oltre che con discorso, con spirito o anche progetto. La logica è la forma del parlare, e quindi la struttura progettuale che consente alle parole messe insieme di assumere significato. Quando si domanda, ad esempio di un comportamento, qual è la sua logica (quindi il suo logos), si intende indagare sul suo spirito, sul suo progetto e anche sul fine intrinseco a quella cosa.
Nella Bibbia il logos è lo spirito, il progetto che anima il mondo, e non un banale insieme di parole. "In Principio era il Logos", come dice il Vangelo di Giovanni, significa che nel Principio (che è Dio) risiedeva il progetto e lo spirito del mondo prima ancora che questo si manifestasse.
Dialogo quindi significa nella sua accezione più profonda "spirito diviso", progetto separato, discorso duale.
I dialoghi più famosi sono quelli di Platone, ove Socrate e altri personaggi si confrontavano su temi quali etica, giustizia, poesia, oratoria, filosofia eccetera: questi iniziavano solitamente con gli interlocutori di Socrate che partivano da posizioni intellettuali differenti e poi, nel corso della conversazione, raggiungevano le posizioni del maestro, costantemente illuminato dalla luce della verità, che li sollecitava con l'arte maieutica. Il dialogo diventava quindi un monologo, non nel senso moderno che era una sola persona a parlare quanto nel senso che il pensiero, lo spirito, la visione di tutti gli interlocutori su quel determinato argomento diventava "una" (monos), ovvero tutti i "dialoganti" erano persuasi a pensarla nel medesimo modo poichè essendo tutti loro sinceramente mossi dall'intento di conseguire la verità, una volta raggiunta era semplice e ovvio riconoscerla.
Il dialogo era allora il punto di partenza, e il monologo quello di arrivo, mentre oggi il dialogo è sia il punto di partenza che quello di arrivo, e quasi mai si raggiunge un superiore punto di incontro intellettuale all'interno del quale le diverse posizioni appaiono meri "punti di vista" particolari, ma tutte le posizioni in campo rimangono pressoché le medesime, e l'accordo, quando si deve trovare perché è magari necessario per prendere una particolare decisione, lo si fa solo sulla base del compromesso, del cedimento di ciascuna delle parti su alcune posizioni che però non darà mai soddisfazione ad alcuno poiché l'obiettivo non è più quello di raggiungere un "monologo" nel nome della verità, o della giustizia, ma solo quello di imporre le proprie idee. Ciononostante si continua ad auspicarlo in tutte le occasioni, abbassando progressivamente il livello di verità di ognuna delle posizioni in campo che sarà costretta a raggiungere compromessi sempre più al ribasso. Trovo quindi che il dialogo, per come è concepito oggi in regime di libertà di pensiero e soprattutto di sostanziale e condivisa equivalenza di tutte le posizioni intellettuali sia alquanto deleterio, insensato e potenzialmente distruttivo non solo per quel poco che è rimasto di verità nell'intellettualità mondiale, ma anche per la tenuta di un qualsiasi patto sociale che a forza di dialogare verrà completamente polverizzato.
donquixote is offline  
Vecchio 10-03-2014, 05.33.31   #2
acquario69
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Riferimento: Filosofia del dialogo

vorrei provare a dire la mia sull'argomento,
penso che alla base del dialogo ci sia innanzitutto l'ascolto,ovviamente non si tratta di sapere ascoltare attraverso l'organo uditivo ma sarebbe un ascolto più profondo all'interno del proprio essere..solo se imparo ad ascoltare prima me stesso sono in grado di saper ascoltare gli altri.
…sembrerebbe una cosa semplice eppure e' abbastanza evidente che fra persone quello che prevale e' più il desiderio di imporre le proprie idee,o rimanere ancorate a queste,che non sottoporsi,(attraverso "l'ascolto") quando e' necessario farlo,a revisione delle proprie certezze presunte,proprio per la ricerca e per amore della Verita in se stessa.
saper quindi riconoscere i propri errori e' il primo passo per "rompere" quel guscio in cui ci siamo infilati dentro e da noi stessi creato.

un altra considerazione che mi viene da fare e' che la nostra cultura ha trascurato "l'ascoltare" in contrapposizione al "vedere",secondo me infatti tutto e' dialogo..non solo la parola,che tra l'altro può essere strumento di manipolazione,mi verrebbe da dire che esistono delle informazioni energetiche,delle vibrazioni non visibili che ci arrivano da tutte le parti..messaggi che ci aiutano a cogliere l'essenza delle cose.
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Vecchio 10-03-2014, 06.44.26   #3
Angelo Cannata
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Riferimento: Filosofia del dialogo

Mi sembra che questo post contenga una contraddizione: propone di approfondire una filosofia del dialogo, ma ciò che auspica alla fine non è il dialogo, ma il monologo.
Angelo Cannata is offline  
Vecchio 10-03-2014, 08.21.58   #4
CVC
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Riferimento: Filosofia del dialogo

E' un ottimo tropic . Personalmente credo che vada messa in luce un'altra sfaccettatura, che è determinante, riguardo al tema del dialogo. Mi riferisco a quell'aspetto del dialogo definito generalmente dalla retorica, l'arte di parlare bene, che sfocia poi nella sofistica, la quale si traduce nell'arte di 'mostrare la verità' piuttosto che nell'arte di 'cercare la verità'.
Già in tempi remoti i vari Gorgia e Protagora dimostrarono come di ogni argomento si possa dire tutto e il contrario di tutto, il che implica che la verità, anche fosse accessibile all'uomo, sarebbe comunque incomunicabile.
E a questo punto si inserisce la rivoluzione socratica, per cui il dialogo diventa lo strumento per tenere vivo lo spirito filosofico: la ricerca della verita. Finchè c'è dialogo, finchè c'è ricerca della verita, c'è anche la filosofia. Quando un modello filosofico si impone su tutti gli altri, rivendicando di essere il solo possibile, allora la filosofia è malata, si ha il monopolio del pensiero
Non condivido quanto da te esposto, che nei dialoghi socratici il monologo fosse il punto di arrivo, se con questo intendi che esso fosse lo scopo: assoggettare gli allievi al maestro (che all'epoca venne tradotto nell'insegnare idee nuove e pericolose, corrompere i giovani, predicare nuovi dei,...)
Forse è proprio questo il senso del 'sò di non sapere', finche esiste il dialogo esiste anche l'altro, e se la realtà va cercata interiormente ed esiste anche l'altro, allora non può esistere una realtà che venga imposta dall'esterno. Semmai la realtà che esiste esternamente è solo quella del dialogo come strumento per fare affiorare la realtà suprema: quel autodominio che ci mantiene umili di fronte alla conoscenza, umili e liberi dalle tentazioni dell'ego, tentazioni che ci vorrebbero far credere di possedere la conoscenza, di dire come Hegel:
'per me più nulla di misterioso vi è in Dio'
Infatti, nei dialoghi socratici da te citati non si giunge mai ad una conclusione, si sviscera l'argomento per indicare una fonte generale (il concetto) cui ricondurre il particolare
E questo è un aspetto determinante anche per quanto riguarda il discorso scientifico.
Invece i sofisti fanno il contrario, partono da ciò che vogliono arbitrariamente dimostrare ed usano il discorso, l'abilità dialettica, la retorica per convincere.
Lo scopo qui non è la ricerca della verità, ma l'ottenimento di un assenso su di una presunta verità
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Vecchio 10-03-2014, 13.46.14   #5
gyta
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Riferimento: Filosofia del dialogo

Citazione:
E' un ottimo topic
(CVC)
Sì, lo è..

Citazione:
mentre oggi il dialogo è sia il punto di partenza che quello di arrivo, e quasi mai si raggiunge un superiore punto di incontro intellettuale all'interno del quale le diverse posizioni appaiono meri "punti di vista" particolari, ma tutte le posizioni in campo rimangono pressoché le medesime, e l'accordo, quando si deve trovare perché è magari necessario per prendere una particolare decisione, lo si fa solo sulla base del compromesso, del cedimento di ciascuna delle parti su alcune posizioni

(donquixote)
Non so come fosse un tempo.. poiché vivo in questo secolo e in questa parte del mondo..
Ciò che vedo e vivo in questo tempo e in questa parte del mondo è un “dialogo” che parte e si ferma
ad una introspezione sfiorata.. Si ha terrore dei sentimenti, si ha terrore del mondo esterno, dell’altro..
l’altro è il nemico.. colui che può entrare e mutare lo stato di equilibrio interiore.. e nemmeno c’è tale coscienza
se non in un sentore lontano, vago, insabbiato.. Queste mie parole sono la deduzione di esperienze dirette,
alcune persino intime sommate ad un’osservazione generale..
Allora se le cose stanno realmente come io ho osservato c’è da chiedersi se un tempo per davvero vi fosse
maggiore capacità introspettiva od invece le esperienze che hanno sconvolto la psiche umana fossero per entità
più contenute.. Non so rispondere.. So per certo/ deduco per certo che le paure fondamentali non siano mai mutate.. io temo che la coscienza non fosse la medesima.. temo che lo scavare dentro le cose non fosse il medesimo.. che le certezze fondamentali discernenti un bene e di un male fossero maggiormente compatte.. forse nessuna esplosione nucleare provocata dall’uomo aveva spaccato quelle certezze fondamentali.. forse essere capaci di uccidere un uomo era ancora distante da un’immagine di un dio messo a tacere.. E queste mie sono le migliori motivazioni che riesco a ipotizzare..

Citazione:
Ciononostante si continua ad auspicarlo in tutte le occasioni, abbassando progressivamente il livello di verità di ognuna delle posizioni in campo che sarà costretta a raggiungere compromessi sempre più al ribasso. Trovo quindi che il dialogo, per come è concepito oggi in regime di libertà di pensiero e soprattutto di sostanziale e condivisa equivalenza di tutte le posizioni intellettuali sia alquanto deleterio, insensato e potenzialmente distruttivo non solo per quel poco che è rimasto di verità nell'intellettualità mondiale, ma anche per la tenuta di un qualsiasi patto sociale che a forza di dialogare verrà completamente polverizzato.
(donquixote)

Però è l’unico modo che conosciamo e dal quale si potrebbe comunque giungere ad una differente maturazione del rapportarsi.. Non credo che sia crollata la necessità di comprensione profonda e quindi di confronto profondo in una ricerca di una verità condivisa ma è la verità sull’uomo ad essere crollata, la verità sull’identità ad essere messa a dura prova.. e non tutti, anzi per la verità pochi, hanno ancora quella forza, quel coraggio profondo di toccarsi nel profondo e fare esperienza di quella intimità reciproca così devastante per una mente senza coscienza alcuna dei confini..
Citazione:
Forse è proprio questo il senso del 'sò di non sapere', finche esiste il dialogo esiste anche l'altro, e se la realtà va cercata interiormente ed esiste anche l'altro, allora non può esistere una realtà che venga imposta dall'esterno. Semmai la realtà che esiste esternamente è solo quella del dialogo come strumento per fare affiorare la realtà suprema [..]
[..]nei dialoghi socratici da te citati non si giunge mai ad una conclusione, si sviscera l'argomento per indicare una fonte generale (il concetto) cui ricondurre il particolare
(CVC)
Questo è vero.. Altrettanto vero però è che il particolare viene ricondotto al fondamento:
in questo passaggio è l’esplicitazione della presunta verità, della condivisa verità.
Quindi una maggiore coscienza di cosa nel profondo sia la realtà interiore che dà luogo all’immagine.
Ora quella realtà interiore che dà luogo all’immagine per davvero è toccata e raggiunta nei nostri dialoghi
o si mima con una letale astuzia difensiva d’esserne presi e toccati?

Ultima modifica di gyta : 10-03-2014 alle ore 14.09.11.
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Vecchio 10-03-2014, 22.30.52   #6
maral
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Riferimento: Filosofia del dialogo

Potremmo dire che il dialogo è un discorso che separa (dia - logos) e che proprio in questa separazione si esprime il suo valore che è appunto quello di tenere gli enti separati, di non ricondurli a un'indifferenziata unica totalità. Ma proprio come separati essi, a mezzo del loro dialogare, si ritrovano in rapporto ove il rapporto è dato da un reciproco ascoltarsi per così continuare a dialogare.
Il fine del dialogo non è poter concludere, ma tenere aperta la comunicazione tra diversi, per questo il dialogo è ben altro da due monologhi che si intrecciano, ove ognuno ascolta solo se stesso, fenomeno sempre più comune al giorno d'oggi in cui l'altro è solo lo sfondo sul quale meglio si illude di poter risaltare l'io.
Il dialogo è rispetto della diversità ispirato da un irresistibile desiderio per la diversità che solo la presenza dell'altro con il suo discorso che non è il mio discorso può manifestare.
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Vecchio 10-03-2014, 23.19.02   #7
donquixote
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Riferimento: Filosofia del dialogo

Citazione:
Originalmente inviato da acquario69
vorrei provare a dire la mia sull'argomento,
penso che alla base del dialogo ci sia innanzitutto l'ascolto,ovviamente non si tratta di sapere ascoltare attraverso l'organo uditivo ma sarebbe un ascolto più profondo all'interno del proprio essere..solo se imparo ad ascoltare prima me stesso sono in grado di saper ascoltare gli altri.
…sembrerebbe una cosa semplice eppure e' abbastanza evidente che fra persone quello che prevale e' più il desiderio di imporre le proprie idee,o rimanere ancorate a queste,che non sottoporsi,(attraverso "l'ascolto") quando e' necessario farlo,a revisione delle proprie certezze presunte,proprio per la ricerca e per amore della Verita in se stessa.
saper quindi riconoscere i propri errori e' il primo passo per "rompere" quel guscio in cui ci siamo infilati dentro e da noi stessi creato.

La progressiva eclissi della verità tout court ha determinato una situazione per cui ognuno ha elaborato una propria verità, e siccome su quella basa la propria esistenza chiunque proverà a minarne le fondamenta verrà respinto con tutte le sue forze. L'ascolto quindi diverrà sempre più una forma di cortesia e una manifestazione, magari compiaciuta, di tolleranza, e non più un passo necessario finalizzato a superare i particolarismi per ritrovarsi possibilmente a condividere una visione comune in nome della verità.

Citazione:
Originalmente inviato da Angelo Cannata
Mi sembra che questo post contenga una contraddizione: propone di approfondire una filosofia del dialogo, ma ciò che auspica alla fine non è il dialogo, ma il monologo.

Infatti il titolo non è non è "apologia del dialogo", e vorrebbe essere una analisi critica della sua esaltazione nella contemporaneità come metodo esclusivo per la risoluzione di qualsiasi conflitto, a cominciare da quelli intellettuali. La mia tesi è infatti che questo metodo anziché sedare i conflitti ne alimenta di nuovi, e nella ipotesi che questo abbia un assoluto successo questo porterebbe alla negazione di ogni e qualsiasi intellettualità, ogni cultura, ogni visione del mondo, in un totale appiattimento sul più puro nichilismo intellettuale.

Citazione:
Originalmente inviato da CVC
Personalmente credo che vada messa in luce un'altra sfaccettatura, che è determinante, riguardo al tema del dialogo. Mi riferisco a quell'aspetto del dialogo definito generalmente dalla retorica, l'arte di parlare bene, che sfocia poi nella sofistica, la quale si traduce nell'arte di 'mostrare la verità' piuttosto che nell'arte di 'cercare la verità'.

Certo questo aspetto è importante, ma allora bisogna introdurre anche l'eristica, che è poi tutta quella serie di strumenti retorici e truffaldini che consentono di ingabbiare o deviare l'interlocutore al fine di ottenere ragione in una disputa. Ma qui non si sta parlando di competizione, non vi è un pubblico che deve decidere chi è stato più convincente nell'esporre le proprie tesi. Qui si tratta di comprendere che il dialogo, in quanto "spirito diviso", deve essere solo il punto di partenza che attraverso il ragionamento (appunto come quello che faceva Socrate) dovrebbe portare ad uno "spirito unito" nel nome della verità e della giustizia. Lo scopo di questo topic è quello di far emergere come la moderna esaltazione del dialogo sia nei fatti un metodo per convincere i contendenti ad abbandonare alcune delle proprie posizioni non in nome della verità e della giustizia, ma in nome di un compromesso al ribasso che scontenterà tutti i dialoganti senza convincerli delle ragioni dell'interlocutore, e costringendo la posizione che sarà più prossima alla verità e alla giustizia a ripiegare in favore di una posizione opposta, che sarà ovviamente più vicina alla falsità e all'ingiustizia.
Se nei dialoghi socratici (pur con tutti i loro limiti e per quanto io consideri Socrate il primo razionalista e quindi, come pensava anche Nietzsche, colui che ha posto le basi della disgregazione che ha portato all'attuale nichilismo) si tendeva a convincere l'interlocutore, ovvero a renderlo progressivamente persuaso del fatto che le tesi che inizialmente sosteneva erano errate e quindi all'ovvio e spontaneo abbandono di quelle e l'adeguamento della sua mente ad una visione più conforme a verità, ora l'obiettivo non è più quello semplicemente perché essendo scomparso dall'orizzonte il concetto di verità l'unico faro di chiunque (persone, fazioni, stati, popoli) è il proprio "interesse", che comunque lo si intenda viene sempre considerato legittimo per definizione e non ha niente a che fare con verità e giustizia (o perlomeno lo si ritiene vero e giusto solo perché è il proprio). Possiamo ben notare come il fecondo dialogo che si è sviluppato nei secoli dal Rinascimento in poi abbia portato ad una confusione di tesi e proposte intellettuali tale da rendere impossibile districarsene, e la risultante non poteva che essere il trionfo del nichilismo e contestualmente la riduzione dell'uomo a bestia, intendendo con ciò non gli animali che non sono affatto nichilistici, ma l'uomo stesso che polverizzando e quindi nei fatti negando una "cultura" e una visione del mondo, dunque ciò che caratterizza più compiutamente la propria umanità, ha realizzato una sostanziale anarchia (letteralmente "assenza di principi") e ridotto se stesso al mero rango animale che esprime la sua aggressività verso tutto ciò che è a lui esteriore poiché non c'è più nulla che la diriga, la contenga, la limiti e la giustifichi. Il dialogo è stato ciò che ci ha consentito di fare, in pochi secoli e in giacca, cravatta e tailleur di Chanel, danni che in decine di migliaia di anni una umanità vestita di stracci ma con una sapienza infinitamente superiore all'uomo odierno non sarebbe riuscita nemmeno ad immaginare.

Citazione:
Originalmente inviato da gyta
Ciò che vedo e vivo in questo tempo e in questa parte del mondo è un “dialogo” che parte e si ferma
ad una introspezione sfiorata.. Si ha terrore dei sentimenti, si ha terrore del mondo esterno, dell’altro..
l’altro è il nemico.. colui che può entrare e mutare lo stato di equilibrio interiore.. e nemmeno c’è tale coscienza
se non in un sentore lontano, vago, insabbiato.. Queste mie parole sono la deduzione di esperienze dirette,
alcune persino intime sommate ad un’osservazione generale..
Allora se le cose stanno realmente come io ho osservato c’è da chiedersi se un tempo per davvero vi fosse
maggiore capacità introspettiva od invece le esperienze che hanno sconvolto la psiche umana fossero per entità
più contenute..

Un tempo vi era coesione sociale, senso della comunità, entro la quale ognuno aveva il proprio posto e la propria giustificazione. Alcuni, i più portati, vi pervenivano introspettivamente in ottemperanza al precetto delfico "conosci te stesso", altri venivano persuasi ad assumere il ruolo che la comunità assegnava ad ognuno, secondo talento e predisposizione, da una qualche autorità da tutti riconosciuta e rispettata, altri, più recalcitranti, vi erano in qualche maniera costretti con la forza, ma tutti si sentivano parte di una unione che ritenevano superiore ad ogni singola individualità, e in ogni occasione avrebbero potuto rendersi conto di quanto fossero essenzialmente assenti i concetti di alienazione ed emarginazione, così diffusi oggi. Ma in quella comunità il dialogo come inteso oggi era pressoché assente, poiché vi era una tradizione di pensiero consolidato e condiviso che veniva semplicemente trasmessa di padre in figlio, e il dialogo era riservato ad una elite intellettuale che se ne serviva per consolidare il patto comunitario e renderlo via via più coeso, e non per alimentare una egolatria che porta necessariamente ad una frammentazione di visioni che condurrà fatalmente alla distruzione della comunità.


Citazione:
Originalmente inviato da gyta
Però è l’unico modo che conosciamo e dal quale si potrebbe comunque giungere ad una differente maturazione del rapportarsi.. Non credo che sia crollata la necessità di comprensione profonda e quindi di confronto profondo in una ricerca di una verità condivisa ma è la verità sull’uomo ad essere crollata, la verità sull’identità ad essere messa a dura prova.. e non tutti, anzi per la verità pochi, hanno ancora quella forza, quel coraggio profondo di toccarsi nel profondo e fare esperienza di quella intimità reciproca così devastante per una mente senza coscienza alcuna dei confini..

la comprensione profonda non si realizza attraverso il dialogo e il confronto; io non posso capire come sono in profondità specchiandomi nell'altro, tutt'al più potrò condividere o rifiutare nell'altro alcuni aspetti, e riconoscerne di simili in me stesso, ma sono solo aspetti superficiali solitamente legati agli atteggiamenti che ognuno assume nei confronti dei fenomeni e degli eventi. Il profondo di noi stessi è ben altro, il profondo è anche spesso profondamente inconscio, e davanti allo specchio è impossibile farlo emergere. Il dialogo e il confronto quindi, essendo necessariamente superficiale poiché basato sulla razionalizzazione e sulla comunicazione, che sono "mediatori" di un pensiero che nel profondo è incomunicabile e può essere solo evocato e suggerito, sarà fonte di ulteriore divisione e frammentazione. Il problema è che dialogando si rimane sempre alla superficie delle cose, e questa superficie sarà indefinitamente divisibile in dialoghi sempre più frammentati che aumenteranno la confusione senza fare alcun passo avanti verso la vera profondità ed essenza delle cose e dei problemi.
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Vecchio 11-03-2014, 02.45.22   #8
gyta
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Riferimento: Filosofia del dialogo

Citazione:
[..]la comprensione profonda non si realizza attraverso il dialogo e il confronto; io non posso capire come sono in profondità specchiandomi nell'altro [..]
(donquixote)
La conoscenza profonda di me stesso non si realizza solo attraverso il dialogo ed il confronto
presuppone un percorso introspettivo dove io divento intimo a me stesso, dove io scendo a illuminare
le zone non ben conosciute di me stesso, dove riscopro le zone credute conosciute del mio intimo
allora in questo caso l’incontro con l’altro può dare luogo ad una conoscenza reciproca,
poiché io già non sono estraneo a me stesso.

Non credo affatto che il dialogo per come lo intendo io sia un incontro di superficie,
ma dipende dal carattere e dalle ambizioni interiori.. non credo sia prerogativa
di molti ambire a quel piano di intimità con l’altro compiuto attraverso un dialogo
che per me diventa ricerca, scoperta, conoscenza e riscoperta reciproca e creativa.
Non ho la presunzione di accostare questa intimità a quella del percorso psicoanalitico
ma di certo il terreno è quello..

Citazione:
L'ascolto quindi diverrà sempre più una forma di cortesia e una manifestazione, magari compiaciuta, di tolleranza, e non più un passo necessario finalizzato a superare i particolarismi per ritrovarsi possibilmente a condividere una visione comune in nome della verità.
Dipende sempre da quale finalità autentica abbiamo nel confronto.

Citazione:
io non posso capire come sono in profondità specchiandomi nell'altro
Sperimenta e riflettici per davvero.. perché io trovo invece che
sia possibile una grande comprensione di noi stessi proprio
nella coscienza diretta del nostro interagire con l’altro,
e sarà l’altro ad essere man mano luce alle mie ombre.

Citazione:
Potremmo dire che il dialogo è un discorso che separa (dia - logos) e che proprio in questa separazione si esprime il suo valore che è appunto quello di tenere gli enti separati, di non ricondurli a un'indifferenziata unica totalità. Ma proprio come separati essi, a mezzo del loro dialogare, si ritrovano in rapporto ove il rapporto è dato da un reciproco ascoltarsi per così continuare a dialogare.
(Maral)

"si ritrovano in rapporto ove il rapporto è dato da un reciproco ascoltarsi per così.."
..per così accorgersi che l'identità è il rapporto stesso..
Quella la verità che andavano cercando.
Ma forse corro troppo..


Il discorso è lungo e importante oltre che piacevole
Per ora solo questi spunti..
gyta is offline  
Vecchio 11-03-2014, 04.16.49   #9
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Riferimento: Filosofia del dialogo

Vorrei ancora soffermarmi su di un altro passaggio:

Citazione:
Un tempo vi era coesione sociale, senso della comunità, entro la quale ognuno aveva il proprio posto e la propria giustificazione. Alcuni, i più portati, vi pervenivano introspettivamente in ottemperanza al precetto delfico "conosci te stesso", altri venivano persuasi ad assumere il ruolo che la comunità assegnava ad ognuno, secondo talento e predisposizione, da una qualche autorità da tutti riconosciuta e rispettata, altri, più recalcitranti, vi erano in qualche maniera costretti con la forza, ma tutti si sentivano parte di una unione che ritenevano superiore ad ogni singola individualità, e in ogni occasione avrebbero potuto rendersi conto di quanto fossero essenzialmente assenti i concetti di alienazione ed emarginazione, così diffusi oggi.

Ma in quella comunità il dialogo come inteso oggi era pressoché assente, poiché vi era una tradizione di pensiero consolidato e condiviso che veniva semplicemente trasmessa di padre in figlio, e il dialogo era riservato ad una elite intellettuale che se ne serviva per consolidare il patto comunitario e renderlo via via più coeso, e non per alimentare una egolatria che porta necessariamente ad una frammentazione di visioni che condurrà fatalmente alla distruzione della comunità.
(donquixote)
Le persone però a mio avviso non sono solo il risultato dell’esperienza del loro tempo culturale, storico..
c’è qualcosa di più profondo, di indefinibile che appartiene alla fonte stessa della percezione umana,
una coscienza che va oltre il rispecchiarsi entro un quadro del tempo e dell’insegnamento culturale..
c’è una voce profonda, sottile, quasi impalpabile talvolta, talvolta dall’aspetto apparente di una sotterranea intuizione,
una coscienza che è senso sopra i sensi.. percezione dentro le percezioni e che dona ad ognuno in qualsiasi tempo,
cultura e clima una sotterranea coscienza di essere.. parole che scritte così sembrano non poter indicare nulla..
eppure l’uomo è proprio questa voce sotterranea.. tutta l’identità che va cercando di comprendere in sé,
tutta la verità che cerca disperatamente di cogliere al di fuori non è che sfiorata e colta attraverso questo
senso interiore, questa voce sottile, una voce il cui linguaggio è ascolto “puro”.. non premeditazione di ascolto..
ma ascolto puro.. è una porta interiore all’animo umano che valica i confini del progetto-tempo e risiede in un apparente
buio che è differente luminosità.. differente percezione del colore.. differente sentire..
Questo senso dentro i sensi, questa percezione della percezione è l’anima prima, la psiche stessa
che illumina l’identità umana ben oltre l’apparente certezza di essere ciò che si crede di essere e si è
imparato ad essere..
Forse Acquario in poche parole ha reso meglio il nesso che io attraverso molte ho cercato di dipingere..
Perciò non crediamo così e solo ciecamente che la storia sia l’uomo e l’uomo sia della storia e per la storia..
questa apparente logica potrebbe portare l’indagine al punto di stallo di una certezza sulla ragione umana
che seppellisce l’intelligenza come mero sviluppo di un apprendimento condizionato legato a doppio filo
con il linguaggio apparente della coscienza intellettuale di riferimento culturale di un’epoca.. Ma se questo
è anche vero non è il solo aspetto in cui questa coscienza fa esperienza di sé e del suo lume interiore..
Non tenerne conto significherebbe a mio avviso espropriare l’uomo della sua stessa anima ovvero della sua
medesima imprescindibile individualità..
gyta is offline  
Vecchio 11-03-2014, 04.25.05   #10
acquario69
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Citazione:
Originalmente inviato da donquixote
La progressiva eclissi della verità tout court ha determinato una situazione per cui ognuno ha elaborato una propria verità, e siccome su quella basa la propria esistenza chiunque proverà a minarne le fondamenta verrà respinto con tutte le sue forze. L'ascolto quindi diverrà sempre più una forma di cortesia e una manifestazione, magari compiaciuta, di tolleranza, e non più un passo necessario finalizzato a superare i particolarismi per ritrovarsi possibilmente a condividere una visione comune in nome della verità.

potrei anche sbagliarmi ma penso che stai dicendo la stessa cosa che ho detto io prima,e cioè che il Vero ascolto e' quello che arriva nel profondo del proprio essere e non semplicemente attraverso l'organo uditivo,che diventa solo il mezzo utile per cui mi arrivano certe informazioni. (tra l'altro uno dei possibili)

io non credo che ognuno di noi porti con se la "sua" Verita,forse e' questo un punto in cui e' più facile fraintendersi,perché penso che la Verita sia solo una MA il cammino per arrivarci,o meglio sarebbe dire il percorso (mai conclusivo,finche si e' in vita) verso la Verita e' diverso per ciascuno di noi…quindi non e' affatto detto che bisogna seguire un unico percorso,che può andar bene per tutti ma ognuno seguirà il proprio anche se la "meta" sarà la stessa per tutti..

premesso che,non so quanto possa essere valido e lasciando da parte qualsiasi riferimento strettamente religioso..ma non e' stato detto che le vie (per il) del signore sono infinite?
acquario69 is offline  

 



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