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Vecchio 26-05-2014, 14.26.06   #1
CVC
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Mondo della scienza e mondo della percezione quotidiana abituale

Da un'osservazione di Pierre Hadot:”...ma è molto importante costatare come il nostro modo di percepire il mondo nella vita quotidiana, non sia influenzato in profondità dalle concezioni della scienza. Per tutti noi, anche per l'astronomo che ritorna a casa, il sole sorge e tramonta, la terra è immobile”.
Non mi sembra fuori luogo affermare che la nostra epoca ha assimilato la cosiddetta matematizzazione del mondo. Il livello di una scienza, di una cultura, di un'economia, di tutto ciò che ci riguarda in quanto esseri umani dipende, al giorno d'oggi, dalla capacità di inserire un tale contesto umano in modelli matematici.
Non si esce di casa senza telefonino, non si può provvedere alle necessità senza automibile e via dicendo, sono considerazioni banali. Eppure la nostra percezione del mondo non è mutata. E' stato detto che se si legge la fisica di Aristotele, sciogliendo l'equivoco di paragonarla con la fisica attuale, ma intendendola come descrizione della nostra percezione dei fenomeni fisici, probabilmente ci troveremmo d'accordo con lui nel vedere un sasso che cade o una fiamma che si dirigono verso il loro luogo naturale.
Ovviamente nessuno è tanto digiuno di scienza da pensare che le cose vadano effettivamente in tal modo, eppure per la nostra percezione è come se le cose fossero realmente così.
Pare evidente che ci troviamo a vivere un conflitto: da una parte le verità sperimentali scientifiche che ci dicono come dobbiamo comportarci per meglio preservare noi stessi, dall'altra la nostra percezione naturale del mondo che è impermeabile a queste conoscenze non intuitive.
Questo è un dramma, perchè se la nostra conoscenza è divisa, soffrirà inevitabilmente a causa dell'una o dell'altra parte. E' la scissione fra verità e realtà. E' quella facoltà umana segnalata da Jung (forse ancora prima da Kant) per cui la nostra mente può fare 'come se'. Una anoressica che pesa 30 chili si vede grassa, è per lei è reale. Secondo la verità il suo atteggiamento è sbagliato, ma secondo la sua percezione è reale sentirsi grassa.
Ancora Aristotele diceva che un braccio è un braccio fin quando è attaccato al corpo, staccato dal corpo non è più un braccio, è un cumulo di cellule morte. Che succede all'individuo se perde l'unità della sua visione di sè? In psicologia si parla di schizofrenia. Ma se la percezione della nostra mente è divisa fra percezione della realtà scientifico-sperimentale e percezione intuitiva del mondo, non siamo tutti ontologicamente schizofrenici? Si riuscirà mai a ricongiungere questa visione separata del mondo e tornare alla visione unitaria del reale che ebbero I primi filosofi?
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Vecchio 27-05-2014, 01.07.55   #2
paul11
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Riferimento: Mondo della scienza e mondo della percezione quotidiana abituale

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Originalmente inviato da CVC
Da un'osservazione di Pierre Hadot:”...ma è molto importante costatare come il nostro modo di percepire il mondo nella vita quotidiana, non sia influenzato in profondità dalle concezioni della scienza. Per tutti noi, anche per l'astronomo che ritorna a casa, il sole sorge e tramonta, la terra è immobile”.
Non mi sembra fuori luogo affermare che la nostra epoca ha assimilato la cosiddetta matematizzazione del mondo. Il livello di una scienza, di una cultura, di un'economia, di tutto ciò che ci riguarda in quanto esseri umani dipende, al giorno d'oggi, dalla capacità di inserire un tale contesto umano in modelli matematici.
Non si esce di casa senza telefonino, non si può provvedere alle necessità senza automibile e via dicendo, sono considerazioni banali. Eppure la nostra percezione del mondo non è mutata. E' stato detto che se si legge la fisica di Aristotele, sciogliendo l'equivoco di paragonarla con la fisica attuale, ma intendendola come descrizione della nostra percezione dei fenomeni fisici, probabilmente ci troveremmo d'accordo con lui nel vedere un sasso che cade o una fiamma che si dirigono verso il loro luogo naturale.
Ovviamente nessuno è tanto digiuno di scienza da pensare che le cose vadano effettivamente in tal modo, eppure per la nostra percezione è come se le cose fossero realmente così.
Pare evidente che ci troviamo a vivere un conflitto: da una parte le verità sperimentali scientifiche che ci dicono come dobbiamo comportarci per meglio preservare noi stessi, dall'altra la nostra percezione naturale del mondo che è impermeabile a queste conoscenze non intuitive.
Questo è un dramma, perchè se la nostra conoscenza è divisa, soffrirà inevitabilmente a causa dell'una o dell'altra parte. E' la scissione fra verità e realtà. E' quella facoltà umana segnalata da Jung (forse ancora prima da Kant) per cui la nostra mente può fare 'come se'. Una anoressica che pesa 30 chili si vede grassa, è per lei è reale. Secondo la verità il suo atteggiamento è sbagliato, ma secondo la sua percezione è reale sentirsi grassa.
Ancora Aristotele diceva che un braccio è un braccio fin quando è attaccato al corpo, staccato dal corpo non è più un braccio, è un cumulo di cellule morte. Che succede all'individuo se perde l'unità della sua visione di sè? In psicologia si parla di schizofrenia. Ma se la percezione della nostra mente è divisa fra percezione della realtà scientifico-sperimentale e percezione intuitiva del mondo, non siamo tutti ontologicamente schizofrenici? Si riuscirà mai a ricongiungere questa visione separata del mondo e tornare alla visione unitaria del reale che ebbero I primi filosofi?


Sono d’accordo che siamo in un’epoca in cui c’è una forte frammentazione fra cultura umanistica, scientifica e la nostra mondanità , intesa come ci muoviamo quotidianamente, sensorialmente con gli influssi culturali che più o meno incidono sul nostro modo di vedere il mondo e il nostro rapporto con il mondo stesso.
Dal punto di vista umanistico non vedo passi avanti, li vedo dal punto di vista squisitamente scientifico, tecnologico. Ma quest’ultima ha aperto una strada ontologica ed epistemologica con i l relativismo assoluto del principio di indeterminazione che ha disgiunto la nostra capacità intuitiva di vedere il mondo sensorialmente ,da quella visione schiettamente scientifica.
E’come se ognuno di noi vivesse su più piani diversi con linguaggi pure diversi, se poi ci inseriamo psicologia e anche spiritualità , i risultato è un individualismo paradossalmente massificato, cioè un vivere nella contraddizione. Ma alla fine è la prassi quotidiana che fa la differenza , sono quindi i punti di riferimento anche culturali che ognuno di noi sceglie come più congrui a se stesso che costituiscono il paracadute di una nostra identità pericolosamente claudicante.
Ne’escono forti contraddizioni. Forse mai come in questo tempo ci si accorge di prassi irrazionalistiche rispetto ad una cultura che ormai essendo appunto molto matematizzata non tange più di tanto nel quotidiano. Insomma, il principio di indeterminazione, la quantistica, e persino la filosofia o i dogmi spirituali, sono lontani dalle prassi della nostra vita.
Semmai le viviamo come artificio, come ricadute delle teorie nelle applicazioni tecnologiche delle scienze dei materiali, dell’informatica, nanotecnologie, ecc. ma è una cultura più subita che sentita, più artefatta che identitaria.
Quindi alla fine è vero che cerchiamo le cose che ci rassicurano in qualche modo, che sono abitudini quanto lo erano secoli fa per altri umani. In fondo l’uomo in sé e per sé non è mutato un granchè.

Ho l'impressione che la filosofia abbia invece disgiunto fin dai greci il mondo costruendo categorie, teoria e prassi.ecc.
Forse era necessario che l'umanità passasse ad un linguaggio gnoseologicamente più efficace che gli consentisse di capire e carpire i segreti della natura. La conseguenza non poteva che essere la perdita di una cosmogonia unificante e di una conoscenza frammentata che diventerà specialismo.
Il problema è se questa conoscenza ormai millenaria è diventata anche coscienza,diversamente genera problemi adattativi con una cultura che rischia di essere percepita più come espropriazione,estraniazione che come identificazione.
Oggi è il singolo che si crea per quello che può, una sua unità, una sua visione che unisce più piani di linguaggi e di scienze che poco si parlano.
paul11 is offline  
Vecchio 27-05-2014, 06.20.30   #3
acquario69
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Da un'osservazione di Pierre Hadot:”...ma è molto importante costatare come il nostro modo di percepire il mondo nella vita quotidiana, non sia influenzato in profondità dalle concezioni della scienza. Per tutti noi, anche per l'astronomo che ritorna a casa, il sole sorge e tramonta, la terra è immobile”.
Non mi sembra fuori luogo affermare che la nostra epoca ha assimilato la cosiddetta matematizzazione del mondo. Il livello di una scienza, di una cultura, di un'economia, di tutto ciò che ci riguarda in quanto esseri umani dipende, al giorno d'oggi, dalla capacità di inserire un tale contesto umano in modelli matematici.
Non si esce di casa senza telefonino, non si può provvedere alle necessità senza automibile e via dicendo, sono considerazioni banali. Eppure la nostra percezione del mondo non è mutata. E' stato detto che se si legge la fisica di Aristotele, sciogliendo l'equivoco di paragonarla con la fisica attuale, ma intendendola come descrizione della nostra percezione dei fenomeni fisici, probabilmente ci troveremmo d'accordo con lui nel vedere un sasso che cade o una fiamma che si dirigono verso il loro luogo naturale.
Ovviamente nessuno è tanto digiuno di scienza da pensare che le cose vadano effettivamente in tal modo, eppure per la nostra percezione è come se le cose fossero realmente così.
Pare evidente che ci troviamo a vivere un conflitto: da una parte le verità sperimentali scientifiche che ci dicono come dobbiamo comportarci per meglio preservare noi stessi, dall'altra la nostra percezione naturale del mondo che è impermeabile a queste conoscenze non intuitive.
Questo è un dramma, perchè se la nostra conoscenza è divisa, soffrirà inevitabilmente a causa dell'una o dell'altra parte. E' la scissione fra verità e realtà. E' quella facoltà umana segnalata da Jung (forse ancora prima da Kant) per cui la nostra mente può fare 'come se'. Una anoressica che pesa 30 chili si vede grassa, è per lei è reale. Secondo la verità il suo atteggiamento è sbagliato, ma secondo la sua percezione è reale sentirsi grassa.
Ancora Aristotele diceva che un braccio è un braccio fin quando è attaccato al corpo, staccato dal corpo non è più un braccio, è un cumulo di cellule morte. Che succede all'individuo se perde l'unità della sua visione di sè? In psicologia si parla di schizofrenia. Ma se la percezione della nostra mente è divisa fra percezione della realtà scientifico-sperimentale e percezione intuitiva del mondo, non siamo tutti ontologicamente schizofrenici? Si riuscirà mai a ricongiungere questa visione separata del mondo e tornare alla visione unitaria del reale che ebbero I primi filosofi?

secondo me ci siamo troppo allontanati dalla natura,quindi dal contatto "reale"..viviamo in un mondo che e' diventato troppo complicato,perche troppo "artificiale"..troppe le sovrastrutture umane,troppi i manufatti che ci ha portato a una separazione,proprio fisica,che e' parallelamente riscontrabile sia esteriormente (come descritto sopra) e sia interiormente,che poi e' appunto il riflesso esatto di cio che si manifesta all'esterno e viceversa.
credo che sia questo il motivo per cui alla fine vi e' presente una schizofrenia della percezione,così come lo descrivi tu..
mi hai fatto ricordare una bellissima trasmissione alla radio che ho ascoltato alcuni anni fa di un certo Lombardi Vallauri dal titolo "Natura e Manufatto"
qui sotto ce il link se lo vuoi sentire..e' davvero molto interessante (oltre al resto delle altre puntate di altri argomenti)

http://lombardi-vallauri-mp3.blogspot.com.au
acquario69 is offline  
Vecchio 27-05-2014, 14.20.41   #4
Davide M.
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Io non penso che i primi filosofi avessero una visione unitaria del reale, lo stesso Parmenide parlava della via della verità e della via dell'opinione, Anassagora ipotizzò alla base del reale il noús, Protagora assumeva la realtà come misura del singolo, e così via. Anche loro avevano ben presente la scissione gnoseologica tra realtà e verità, tuttavia anche Parmenide durante le sue giornate non vedeva l'essere, ma solo esseri, Aristotele vedeva una statua di marmo ma non l'atto che vi insisteva, e Platone non vedeva certo le idee. E Einstein regolava la sua vita in base al tempo relativo del nostro sistema di riferimento, perché per prendere un treno ad una certa ora non ci serve sapere che muovendoci più velocemente possiamo prendercela con più comodo perché il tempo rallenta, ma solo che muovendoci più velocemente arriviamo con dieci minuti di anticipo sull'orario di partenza. La verità è frutto di riflessione, ma la realtà è immediata perché è. Secondo me ci serviamo degli enti così come essi sono, e non come il nostro intelletto sa che sono; e solo nel momento in cui abbiamo necessità di sapere astraiamo il concetto da una realtà, perché solo un concetto può essere vero o falso, ma la realtà è già in sé, e così la percepiamo.
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Vecchio 27-05-2014, 14.47.03   #5
arsenio
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Non mi sembra fuori luogo affermare che la nostra epoca ha assimilato la cosiddetta matematizzazione del mondo. Il livello di una scienza, di una cultura, di un'economia, di tutto ciò che ci riguarda in quanto esseri umani dipende, al giorno d'oggi, dalla capacità di inserire un tale contesto umano in modelli matematici.
Non si esce di casa senza telefonino, non si può provvedere alle necessità senza automibile e via dicendo, sono considerazioni banali. Eppure la nostra percezione del mondo non è mutata. E' stato detto che se si legge la fisica di Aristotele, sciogliendo l'equivoco di paragonarla con la fisica attuale, ma intendendola come descrizione della nostra percezione dei fenomeni fisici, probabilmente ci troveremmo d'accordo con lui nel vedere un sasso che cade o una fiamma che si dirigono verso il loro luogo naturale.
Ovviamente nessuno è tanto digiuno di scienza da pensare che le cose vadano effettivamente in tal modo, eppure per la nostra percezione è come se le cose fossero realmente così.
Pare evidente che ci troviamo a vivere un conflitto: da una parte le verità sperimentali scientifiche che ci dicono come dobbiamo comportarci per meglio preservare noi stessi, dall'altra la nostra percezione naturale del mondo che è impermeabile a queste conoscenze non intuitive.
Questo è un dramma, perchè se la nostra conoscenza è divisa, soffrirà inevitabilmente a causa dell'una o dell'altra parte. E' la scissione fra verità e realtà. E' quella facoltà umana segnalata da Jung (forse ancora prima da Kant) per cui la nostra mente può fare 'come se'. Una anoressica che pesa 30 chili si vede grassa, è per lei è reale. Secondo la verità il suo atteggiamento è sbagliato, ma secondo la sua percezione è reale sentirsi grassa.
Ancora Aristotele diceva che un braccio è un braccio fin quando è attaccato al corpo, staccato dal corpo non è più un braccio, è un cumulo di cellule morte. Che succede all'individuo se perde l'unità della sua visione di sè? In psicologia si parla di schizofrenia. Ma se la percezione della nostra mente è divisa fra percezione della realtà scientifico-sperimentale e percezione intuitiva del mondo, non siamo tutti ontologicamente schizofrenici? Si riuscirà mai a ricongiungere questa visione separata del mondo e tornare alla visione unitaria del reale che ebbero I primi filosofi?



La nostra percezione quotidiana e i metodi di verifica della scienza:

per il proseguire di un discorso già affrontato più volte e in vari 3d anche in questo forum, giudico utile una premessa, senza partecipare ulteriormente.

Ognuno percepisce una sua propria realtà: la Rappresentazione Interna che non corrisponde all'oggettività del reale, meno che meno all'essenza oltre fenomenica solo ipotizzata ( il reale essenziale)

Tale reale non essenziale corrisponde a una percezione selettiva e soggettiva, dove influiscono fattori personali e anche il canale percettivo che ognuno privilegia per natura ( visivo, uditivo, tattile).

La visione oggettiva è quella dove nessuna variabile soggettiva vi rientra.

Ad esempio, se 10 persone vedono due righe parallele, l'ipotesi è che queste righe ci siano veramente, presenza oggettiva.
Segue una verifica sperimentale che con misurazioni stabilisce se quelle righe ci sono, se sono veramente parallele ( può trattarsi di un'illusione ottica). Se vengono inserite tra altri oggetti in un tachitoscopio e una persona non le vede, o distorce, significa che la sua storia personale gli ha impedito di vederle ( es. odia la geometria).

Se siamo i “cervelli in vasca di Putnam” ( ipotesi mai invalidata) è una visione indotta da uno scienziato pazzo o da un demone.

arsenio
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Vecchio 27-05-2014, 15.42.44   #6
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@paul11
Viviamo nella civiltà della tecnica, il cui sole è rappresentato dal metodo scienticico-sperimentale. Ora, il presupposto di questo principio è che esso si fonda su di un esperimento. Che cos'è un esperimento? E' una situazione in cui si costringe la realtà a dare una risposta fra due sole possibili: vero o falso. Questo modo di pensare ha pervaso oramai la nostra mente in tutto e per tutto. Dal momento che in qualsiasi cosa ci chiediamo cosa dice la scienza al riguardo, in realtà ci chiediamo cosa dice un determinato esperimento al riguardo. Il problema è che non si può inserire tutto il mondo in un esperimento. E se anche si potesse, chi ci starebbe fuori a prender nota delle osservazioni?
La realtà scientifico-sperimentale è una realtà relativa e che per molti versi non tocca la profondità dell'animo umano. E' utile, ma non essenziale. E oramai non si distingue l'utile dall'essenziale. L'essenziale è, credo, trovare un senso. La scienza ci fornisce tanti strumenti, ma non un senso.

@acquario69
La natura, come ha detto Hadot, è oramai diventata una questione di pulizia industriale. Basta vedere i risultati dei verdi in queste elezioni. Non ci sentiamo più parte della natura, non ci affascina più, troviamo la tecnologia molto più seducente, anzi irresistibile. Capita di andare una domenica a fare un giro al lago, in una bella giornata di sole, e vedere la gente che non ha occhi che per smartphone e tablet. Mi verrebbe da chiedergli, 'ma che ci venite a fare al lago?'
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Vecchio 28-05-2014, 07.31.19   #7
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@Davide M
I primi filosofi per primi si riferivano alla totalità delle cose e cercavano ciò che è comune a tutte le cose. Soprattutto avevano un'idea unitaria di natura, l'idea di un cosmo perfetto e ordinato che rappresentava un'ideale di regolarità e che rispecchiava il bisogno umano di pace interiore.
Ora l'essere umano è concepito come una fase del percorso evolutivo. Ma per l'uomo l'umanità non può essere un fatto accidentale all'interno dell'universo, è il fatto centrale dell'essere.
@arsenio
Non mi riferivo tanto all'idea di oggettività quanto al bisogno dell'uomo di 'umanizzare' ciò che la scienza assimila nei suoi schemi oggettivi appunto. Anche l'astronomo quando è fuori dal suo lavoro pensa che il sole sorge, anche se sa che non è così, o che la terra non si muove. Intendevo dire che le relatà scientifiche devono essere 'umanizzate' per essere assimilate, e che per tanto non esiste una visione unitaria del reale.
Lo scienziato, in altri termini, ha due prospettive: quella dell'oggettività scientifica e quella dell'umanizzazione di tali concetti. Nel mondo in cui viviamo, fatto di idee, rapporti, sentimenti, sensazioni, ecc, non esiste una visione indipendente dalla posizione dell'osservatore. Ma questo tipo di visione è quellq che cercavano I filosofi antichi nei loro esercizi spirituali (per ricondurci a Hadot), dove cercavano di uscire dal passato e dal futuro immedesimandosi nel cosmo e uscendo dalla visione particolare (soggettiva) del mondo per sentirsi come il cosmo che osserva se stesso, e ritrovando così la pace con il tutto. La cosmogonia aristotelica aveva questo scopo: trovare un nesso fra la perfezione del cosmo e il bisogno di pace interiore.
Oggi si dovrebbe forse dire come Marco Aurelio: “Anche se tutto viene dal caso, tu non regolarti a caso”
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Vecchio 28-05-2014, 10.22.34   #8
maral
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La visione comune e quella scientifica del mondo sono diverse perché diversa è la prospettiva in cui il soggetto viene a in esse trovarsi.
Nel primo caso si tratta di una fenomenologia in cui il mondo (l'interezza di soggetto e oggetto) appare nella sua originaria immediatezza emotiva sensitiva (pur mediata dai tratti culturali), non separata e non distinta nel momento percettivo. Soggetto e oggetto, volontà e rappresentazione si presentano come un'unità oggettiva esterna in cui risiede ogni volontà e necessità. In questa unica entità appare poi via via una scissione sempre più marcata tra un soggetto capace di volontà cosciente e un oggetto che la subisce diventando controllabile e manipolabile. La volontà può così divenire il nucleo separato di un io interiore che pone il mondo agendo su di esso e pensandolo. Nella visione scientifica questo io che vuole si sottrae completamente alla vista, come nel mito platonico dell'anello di Gige si nasconde dietro il paravento del metodo sperimentale per farsi padrone assoluto del campo, ma senza darlo a vedere, l'impersonalità a cui aderisce è ciò che lo rende invisibile e veramente potente.
La visione scientifica è dunque visione mediata e non più immediata del mondo, visione necessaria e non più discutibile, volontà di controllabilità degli eventi in termini deterministici e poi probabilistici, ma ove la distribuzione di probabilità è valutabile con assoluta precisione, ove il caso presenta un ordine sempre ripetibile in ogni singolo evento è indifferente espressione dell'andamento statistico di una serie di eventi del tutto analoghi a cui è perfettamente omologabile, come gli addendi di una somma aritmetica.
La visione scientifica è quindi espressione del disincanto della ragione in nome della controllabilità che la ragione rivendica, ma l'incanto continua a premere con tutte le sue esigenze e l'io prima o poi si ribella alla sua spersonalizzazione, ne avverte tutta l'angoscia e rivendica la sua posizione, mentre il mondo originario indiviso, meraviglioso e terribile, sempre in qualche modo riemerge dalla memoria inconscia per quanto lo si voglia rimuovere per renderlo mera distribuzione statistica.
maral is offline  
Vecchio 28-05-2014, 15.54.06   #9
CVC
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La visione comune e quella scientifica del mondo sono diverse perché diversa è la prospettiva in cui il soggetto viene a in esse trovarsi.
Nel primo caso si tratta di una fenomenologia in cui il mondo (l'interezza di soggetto e oggetto) appare nella sua originaria immediatezza emotiva sensitiva (pur mediata dai tratti culturali), non separata e non distinta nel momento percettivo. Soggetto e oggetto, volontà e rappresentazione si presentano come un'unità oggettiva esterna in cui risiede ogni volontà e necessità. In questa unica entità appare poi via via una scissione sempre più marcata tra un soggetto capace di volontà cosciente e un oggetto che la subisce diventando controllabile e manipolabile. La volontà può così divenire il nucleo separato di un io interiore che pone il mondo agendo su di esso e pensandolo. Nella visione scientifica questo io che vuole si sottrae completamente alla vista, come nel mito platonico dell'anello di Gige si nasconde dietro il paravento del metodo sperimentale per farsi padrone assoluto del campo, ma senza darlo a vedere, l'impersonalità a cui aderisce è ciò che lo rende invisibile e veramente potente.
La visione scientifica è dunque visione mediata e non più immediata del mondo, visione necessaria e non più discutibile, volontà di controllabilità degli eventi in termini deterministici e poi probabilistici, ma ove la distribuzione di probabilità è valutabile con assoluta precisione, ove il caso presenta un ordine sempre ripetibile in ogni singolo evento è indifferente espressione dell'andamento statistico di una serie di eventi del tutto analoghi a cui è perfettamente omologabile, come gli addendi di una somma aritmetica.
La visione scientifica è quindi espressione del disincanto della ragione in nome della controllabilità che la ragione rivendica, ma l'incanto continua a premere con tutte le sue esigenze e l'io prima o poi si ribella alla sua spersonalizzazione, ne avverte tutta l'angoscia e rivendica la sua posizione, mentre il mondo originario indiviso, meraviglioso e terribile, sempre in qualche modo riemerge dalla memoria inconscia per quanto lo si voglia rimuovere per renderlo mera distribuzione statistica.
Parli giustamente di realtà mediata, quella del mondo scientifico. La prassi della scienza è quella di proporre un'ipotesi e poi di verificarla con l'esperimento. L'oggettività della scienza è un'oggettività controllata, nel senso che lo sperimentatore costringe la natura in situazioni ben delimitate per poi generalizzare I fenomeni. E' una oggettività relativa ad una situazione che è stata creata per I propri scopi, per la propria volontà di dominio.
In effetti la scienza non rivela mai il suo artificio, cerca di comprendere la natura ma mettendosi in posizione antagonistica, con la volontà del dominatore. Credo invece che ad un qualche livello inconscio l'uomo senta il bisogno di sentirsi parte della natura, non come antagonista, ma come un tutt'uno con essa. Come una sorta di inconscio desiderio di ritornare nell'utero materno.
CVC is offline  

 



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