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| Filosofia Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere. |
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#1 (permalink) |
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Nuovo ospite
Data registrazione: 21-12-2003
Messaggi: 6
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La cura
Gentili passanti, alienati, svegli e dormienti:
Ho da poco scoperto l'esistenzialismo, studiado per conto mio Kierkegaard e leggendo racconti di Sartre, avvicinandomi poi ad Heidegger. E' su quest'ultimo che vorrei porre a tutti voi un quesito: Da ciò che ho capito la cura, per l'autore di "Essere e Tempo", è la morte (correggetemi se sbaglio), ma come si manifesta questa cura? Se per K. l'unica via per liberarsi dalla disperazione era la fede, e per Sartre l'azione letteraria (correggetemi ancora se sbaglio), cosa proprone Heidegger? Grazie a tutti. Nikolaj |
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#2 (permalink) |
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Ospite abituale
Data registrazione: 06-09-2003
Messaggi: 412
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Ci provo, Nikolaj
Mi ci provo, ma, credimi, il discorso, nell'autenticità del dialogo esistenziale, non dovrebbe potersi prospettare ex cathedra, ma proprio nel percorrere la razionalità della parola attraverso il suo aprirsi in una scaturigine di senso, dentro la comprensione.
La cura, è in Heidegger il "prendersi cura", come sorgen, al modo in cui ci prendiamo cura di coloro a cui vogliamo bene, come salvaguardia e conferma del valore di ciò che ha senso per noi. Essa non coincide con la morte, ma attinge dalla sua anticipazione l'effettiva autenticità dell'essere, come "modo" di disporsi dell'esserci nel mondo. Mi provo a spiegartelo nel modo più chiaro. La morte, come anticipazione dell'impossibilità dell'essere come presenza, è nello stesso tempo un sentimento ed un afferramento razionale. La consapevolezza della morte, come atto del pensiero, non è affatto la presa di coscienza di una finitezza, ma del trascendere di ogni senso che diamo agli oggetti del mondo, rispetto al nostro disporci dentro un progetto che in essi "ci" riguarda. Il nostro essere gettati dentro e attraverso il mondo si esprime in una apertura di significati e di senso che "supera" sempre e comunque il nostro agire e il nostro proporci all'esistenza. La morte sancisce l'evidenza di questo limite e, come ogni limite, mostra la vastità dell'"oltre", di ciò che, nella fattispecie di ogni singolare esistenza è "altro da sè" pur non potendo esser percepito come estraneo. Il sentimento della morte, come atto immediato della nostra presenza, è l'angoscia, la quale esprime, come già in Kierkegaard, ma prima ancora in Schopenhauer, il coglimento della finitezza della nostra "individuazione" rispetto al mondo. L'angoscia non è paura della morte, ossia il timore di cessare di distinguerci dall'inerzia del non avere senso del mondo, ma proprio il fatto di percepirci liberi di dare senso alla nostra presenza nel mondo: il confine tra angoscia ed ebbrezza è labile e sfuggente. Ciò che può avere interpretazione, e senso, ci "riguarda", ci "rivela", e la disposizione con cui ci poniamo in relazione con ciò che ci riguarda e rivela è la "cura", il prendercene cura. Ciao.
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Holzweg |
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#4 (permalink) |
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Ospite abituale
Data registrazione: 06-09-2003
Messaggi: 412
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Prego, caro amico
Provo un immenso e disinteressato piacere nel sentirti corrispondere al mio intento che, ora, è stato solo didattico.
Il problema che tu hai posto è uno dei pochi e rari che meritassero attenzione in un sito web che dovrebbe occuparsi scientificamente di filosofia. Io lo frequento da qualche mese e, come avrai forse visto, altrove rispondo con un intento sarcastico o, a volte, ironico. L'argomento che tu hai suscitato è davvero importante, ma, come tutto ciò che è serio, sostanziale e profondo, richiede impegno, fatica e studio, e non il pressapochismo cui, in tutte le attività apparentemente "liberali", tanti di noi si sentono legittimati a profondere riflessioni effimere e selvagge. Avevo la tua età quando cominciai a interessarmi seriamente ai testi di Heidegger. Pensa, ho perfezionato il mio tedesco per poter comprendere quei lavori in lingua originale. Ho acquisito anche una laurea in filosofia, nel tempo, pur praticando per vivere una professione ad essa lontana (sono medico), ma non ho mai smesso di studiare e so che ciò che vale merita il costo di una fatica, del sudore e del'impegno quotidiano e costante. Siamo una piccola città di ignoti. Ogni tanto, caro Nikolaj, veniamo a sapere di qualche abitatore, e ce ne sorprendiamo. Ciao.
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Holzweg |
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