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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 20-11-2006, 11.27.54   #61
kooun
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Riferimento: è più importante la vita o il senso della vita?

sicuramente è più importante il senso che la vita stessa! a che serve vivere senza stimoli e senza qualcosa per cui valga la pena esistere? semplice, a niente °_°
senza scopi la vita finisce con il diventare orribile e si perde la voglia stessa di vivere!
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Vecchio 22-01-2013, 14.19.57   #62
CVC
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Riferimento: è più importante la vita o il senso della vita?

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propongo una questione filosofica tra le più amletiche, rileggendo "I fratelli Karamazov", e la discussione tra Ivan ed Alesa, "è più importante la vita o il senso da dare ad essa?" Alesa non ha dubbi "la vita".
scegliere la vita equivale a scegliere la terra, " e amarla nei secoli dei secoli", una religione dionisiaca che si sacrifica solo per la vita piena forte rigogliosa, senza lo spento nichilismo che taglia l'aldiquà in funzione di un aldilà ultimo che redime i peccati e la miseria.
non c'è alcuna redenzione ultraterrena e scegliere la vita equivale a scegliere la redenzione sulla terra, il presente è già redento!!
nessun senso ultimo..nella consapevolezza di un eterno ritorno dell'uguale,pieno e infinito.
Non ho letto "I fratelli Karamazov", ma la domanda che pone questo post mi pare di importanza... vitale appunto.
Già, cos'è più importante? Senza la vita non ci sarebbe nemmeno tutto il resto, ma senza un senso rimarrebbe comunque ben poco. Sono innumerevoli gli esempi di persone che di fronte al vuoto, alla mancanza di aspettative, di stimoli per andare avanti, di un senso alla luce del quale osservare la propria esistenza, hanno preferito farla finita decidendo di non vivere più oltre.
Allora bisognerebbe chiedersi, la vita basta a se stessa? Imparare a sopravvivere, ad adattarsi, a fare di conto per che cosa? Semplicemente per continuare a vivere senz'altro scopo che quello di mantenersi in vita. E cos'è questo istinto di conservazione che mi spinge a preservare me stesso, spesso a scapito della moralità, ignorando del tutto il mio prossimo quando sono intento in qualcosa che mi preme particolarmente? E che dire di questa senzazione di avere sempre un tempo infinito innanzi a me, quasi che il passare del tempo non scalfisse quel che rimane, sia che abbia pochi anni o che sia ad un passo dalla tomba?
C'è chi dice che per quanto noi cerchiamo di sforzarci per dare un senso alla vita, le nostre razionalizzazioni hanno l'unico scopo di illuderci di poter avere il controllo su di un qualche cosa.
Sarebbe invece l'istinto della specie che tiene il timone della nostra vita, nasciamo per mantenerci in vita, procreare e proteggere la prole, per salvaguardare la continuazione del nostro genere prima di morire e lasciare spazio ai posteri. Non c'è quindi alcun senso da ricercare nella vita, semplicemente obbediamo ad inconsci impulsi biologici illudendoci con l'arzigogolare dei nostri pensieri di fare e decidere questo e quello.

Però c'è una parte di me che si ribella a questo ragionamento. Ma come, tutto ciò che è in mio possesso è quel poco tempo che mi è stato assegnato dalla natura, e tutto ciò che posso fare con quel poco di vita che ho a disposizione è semplicemente essere un mero funzionario della specie?
Non c'è altra missione per me per cui vale la pena lottare, soffrire, tener duro? Non c'è niente da inventare, da costruire, nessun percorso da compiere, nessuna ricompensa in fondo al tragitto?
Tutto ciò non pare altro che un viaggio dal nulla al nulla, nulla prima di nascere e nulla dopo la morte.
Ma se non esiste alcun senso, allora perchè la natura ci avrebbe dotato del pensiero? Per sopravvivere sarebbe bastato l'istinto.
Mi si palesano due ipotesi:
A-natura e pensiero sono due realtà distinte
B-il pensiero è la natura stessa
Perchè altrimenti dovremmo avere un pensiero se non serve a niente? Perchè se non esiste un senso pensare è inutile. Anzi è persino deleterio, perchè noi ci rammarichiamo di dover morire.
Quindi il pensiero non solo non servirebbe a nulla se non a soddisfare le esigenze della sopravvivenza della specie, ma sarebbe per di più una chimera che ci tormenta con l'idea della morte, a differenza degli animali che ne sono inconsapevoli.
Visto che l'assenza di senso mi lascia scettico, continuerò a credere che un senso ci sia fintanto che non avrò la netta evidenza del contrario. E se un senso c'è, allora è più imporante della vita, perchè un senso dato all'intera esistenza vale molto più che una manciata di tempo in più o in meno.
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Vecchio 23-01-2013, 08.13.31   #63
acquario69
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Riferimento: è più importante la vita o il senso della vita?

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Originalmente inviato da CVC
Non ho letto "I fratelli Karamazov", ma la domanda che pone questo post mi pare di importanza... vitale appunto.
Già, cos'è più importante? Senza la vita non ci sarebbe nemmeno tutto il resto, ma senza un senso rimarrebbe comunque ben poco. Sono innumerevoli gli esempi di persone che di fronte al vuoto, alla mancanza di aspettative, di stimoli per andare avanti, di un senso alla luce del quale osservare la propria esistenza, hanno preferito farla finita decidendo di non vivere più oltre.
Allora bisognerebbe chiedersi, la vita basta a se stessa? Imparare a sopravvivere, ad adattarsi, a fare di conto per che cosa? Semplicemente per continuare a vivere senz'altro scopo che quello di mantenersi in vita. E cos'è questo istinto di conservazione che mi spinge a preservare me stesso, spesso a scapito della moralità, ignorando del tutto il mio prossimo quando sono intento in qualcosa che mi preme particolarmente? E che dire di questa senzazione di avere sempre un tempo infinito innanzi a me, quasi che il passare del tempo non scalfisse quel che rimane, sia che abbia pochi anni o che sia ad un passo dalla tomba?
C'è chi dice che per quanto noi cerchiamo di sforzarci per dare un senso alla vita, le nostre razionalizzazioni hanno l'unico scopo di illuderci di poter avere il controllo su di un qualche cosa.
Sarebbe invece l'istinto della specie che tiene il timone della nostra vita, nasciamo per mantenerci in vita, procreare e proteggere la prole, per salvaguardare la continuazione del nostro genere prima di morire e lasciare spazio ai posteri. Non c'è quindi alcun senso da ricercare nella vita, semplicemente obbediamo ad inconsci impulsi biologici illudendoci con l'arzigogolare dei nostri pensieri di fare e decidere questo e quello.

Però c'è una parte di me che si ribella a questo ragionamento. Ma come, tutto ciò che è in mio possesso è quel poco tempo che mi è stato assegnato dalla natura, e tutto ciò che posso fare con quel poco di vita che ho a disposizione è semplicemente essere un mero funzionario della specie?
Non c'è altra missione per me per cui vale la pena lottare, soffrire, tener duro? Non c'è niente da inventare, da costruire, nessun percorso da compiere, nessuna ricompensa in fondo al tragitto?
Tutto ciò non pare altro che un viaggio dal nulla al nulla, nulla prima di nascere e nulla dopo la morte.
Ma se non esiste alcun senso, allora perchè la natura ci avrebbe dotato del pensiero? Per sopravvivere sarebbe bastato l'istinto.
Mi si palesano due ipotesi:
A-natura e pensiero sono due realtà distinte
B-il pensiero è la natura stessa
Perchè altrimenti dovremmo avere un pensiero se non serve a niente? Perchè se non esiste un senso pensare è inutile. Anzi è persino deleterio, perchè noi ci rammarichiamo di dover morire.
Quindi il pensiero non solo non servirebbe a nulla se non a soddisfare le esigenze della sopravvivenza della specie, ma sarebbe per di più una chimera che ci tormenta con l'idea della morte, a differenza degli animali che ne sono inconsapevoli.
Visto che l'assenza di senso mi lascia scettico, continuerò a credere che un senso ci sia fintanto che non avrò la netta evidenza del contrario. E se un senso c'è, allora è più imporante della vita, perchè un senso dato all'intera esistenza vale molto più che una manciata di tempo in più o in meno.

personalmente penso che la vita e il senso della vita siano reciprocamente relazionati,se non ce' l'uno non puo esistere nemmeno l'altro e viceversa.
altrimenti ce da chiedersi come mai anche coloro che dicono che un senso non ce lha alla fine pero preferiscono rimanere in vita e non suicidarsi.
si dira,ma quella e' la speranza..allora per come lo sento io il senso e' intrinsecamente legato alla speranza e la speranza a sua volta e' la vita in se stessa.
dopodiche sembrerebbe di non esserci mossi di un dito dal quesito iniziale ma come io credo la razionalita da sola non basta a spiegare le cose e ci si ritrova inevitabilmente in un vicolo cieco,a subentrare dev'essere la coscienza che alberga al di la della nostra ragione e al di la della fortissima tendenza dei nostri (limitati) sensi alla dicotomia...per questo penso che la realta,intesa in senso ampio,non e' "separata" ma complementare.
acquario69 is offline  
Vecchio 23-01-2013, 16.59.14   #64
CVC
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Riferimento: è più importante la vita o il senso della vita?

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Originalmente inviato da acquario69
personalmente penso che la vita e il senso della vita siano reciprocamente relazionati,se non ce' l'uno non puo esistere nemmeno l'altro e viceversa.
altrimenti ce da chiedersi come mai anche coloro che dicono che un senso non ce lha alla fine pero preferiscono rimanere in vita e non suicidarsi.
si dira,ma quella e' la speranza..allora per come lo sento io il senso e' intrinsecamente legato alla speranza e la speranza a sua volta e' la vita in se stessa.
dopodiche sembrerebbe di non esserci mossi di un dito dal quesito iniziale ma come io credo la razionalita da sola non basta a spiegare le cose e ci si ritrova inevitabilmente in un vicolo cieco,a subentrare dev'essere la coscienza che alberga al di la della nostra ragione e al di la della fortissima tendenza dei nostri (limitati) sensi alla dicotomia...per questo penso che la realta,intesa in senso ampio,non e' "separata" ma complementare.
Non credo che la coscienza alberghi al di là della ragione, penso con Galimberti che la coscienza (l'io) sia per la psicologia ciò che la ragione è per la filosofia.

Ultima modifica di CVC : 24-01-2013 alle ore 09.55.47.
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Vecchio 24-01-2013, 23.08.36   #65
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Riferimento: è più importante la vita o il senso della vita?

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CVC

.../...Sarebbe invece l'istinto della specie che tiene il timone della nostra vita, nasciamo per mantenerci in vita, procreare e proteggere la prole, per salvaguardare la continuazione del nostro genere prima di morire e lasciare spazio ai posteri. Non c'è quindi alcun senso da ricercare nella vita, semplicemente obbediamo ad inconsci impulsi biologici illudendoci con l'arzigogolare dei nostri pensieri di fare e decidere questo e quello.

Però c'è una parte di me che si ribella a questo ragionamento. Ma come, tutto ciò che è in mio possesso è quel poco tempo che mi è stato assegnato dalla natura, e tutto ciò che posso fare con quel poco di vita che ho a disposizione è semplicemente essere un mero funzionario della specie?
Non c'è altra missione per me per cui vale la pena lottare, soffrire, tener duro? Non c'è niente da inventare, da costruire, nessun percorso da compiere, nessuna ricompensa in fondo al tragitto?
Tutto ciò non pare altro che un viaggio dal nulla al nulla, nulla prima di nascere e nulla dopo la morte.
Ma se non esiste alcun senso, allora perchè la natura ci avrebbe dotato del pensiero? Per sopravvivere sarebbe bastato l'istinto.
Mi si palesano due ipotesi:
A-natura e pensiero sono due realtà distinte
B-il pensiero è la natura stessa
Perchè altrimenti dovremmo avere un pensiero se non serve a niente? Perchè se non esiste un senso pensare è inutile. Anzi è persino deleterio, perchè noi ci rammarichiamo di dover morire.
Quindi il pensiero non solo non servirebbe a nulla se non a soddisfare le esigenze della sopravvivenza della specie, ma sarebbe per di più una chimera che ci tormenta con l'idea della morte, a differenza degli animali che ne sono inconsapevoli.
Visto che l'assenza di senso mi lascia scettico, continuerò a credere che un senso ci sia fintanto che non avrò la netta evidenza del contrario. E se un senso c'è, allora è più importante della vita, perché un senso dato all'intera esistenza vale molto più che una manciata di tempo in più o in meno.
Caro CVC, mi ha talmente affascinato la tua logica che credo veramente valga la pena di vivere per cercare il nostro scopo che, non necessariamente, deve avvenire su questa terra, come fase ultima. Hai detto bene: se la materia, tramite l'uomo, ha creato il pensiero, ed io ci aggiungo la memoria, a cosa dovrebbe servire questo pensiero se non a complicarci la vita tramite questi rebus, se alla fine non dovesse servire per comprendere uno scopo? Come ho ricordato in altri thread, uno stuolo di astrofisici americani ha elaborato la teoria del principio antropico, i quali affermano: se l'universo ha creato l'uomo, è perché esso possa ammirarlo e studiarlo. Un astrofisico Francese, più sarcastico degli altri, ha commentato: poiché la natura ha fatto nascere anche l'elefante e il tricheco, anche loro dovrebbero ammirare e studiare l'universo? Qualcuno ha risposto che, potrebbe darsi che la materia ha fatto nascere la vita, ben sapendo che da quella, tramite la casualità, una vita che avrebbe potuto ammirarlo e studiarlo sarebbe nata in ogni caso; è toccato a quell'animale chiamato uomo. Chiarito ciò, il problema è di domandarsi: perché l'uomo dovrebbe studiare l'universo? In pratica, è come se l'universo ci avesse dotato della memoria, del pensiero e dell'intelligenza perché noi dovremmo attuare qualcosa che serve a lui. Ovvero, come se avesse bisogno dell'uomo. Ecco! Come ho affermato altre volte, poiché il nostro universo è un processo termico, e come tale tendente all'esaurimento, né più e nemmeno del caminetto che possediamo in casa, se non sarebbe alimentato, chissà se noi, quando saremo pronti, il nostro compito non sia proprio quello di alimentarlo? Noi saremmo i fuochisti del cielo che dovranno alimentare quella parte di universo in cui risediamo, come altri lo faranno in altre zone degli altri universi? Se le cose stessero in questo modo, molti misteri potrebbero avere un significato, come le migliaia di avvistamenti di extra terrestri ecc. Per quanto ci riguarda e per il momento, il nostro unico compito sarebbe di continuare la ricerca, e vivere una vita tranquilla a dimensione umana, senza angosce, finché l’umanità non saprà attuare quello per cui è stata creata. A questo punto, anche gli atei avrebbero il loro massimo sistema, giacché avrebbero appreso come sono nati e qual è il loro scopo finale. Né più né meno di come il massimo sistema escatologico della religione di Abramo; solo che in quello religioso bisogna applicarci la fede, mentre in questo: solo la ragione; e non mi sembra poca la differenza per gli uomini del terzo millennio.

Ps. Compiti limitati da svolgere su questa terra, ai fini dell'universo, non ne vedo; poiché se la nostra terra tornasse ad essere quella palla di fuoco del suo inizio, sotto un profilo funzionale all'universo, come sappiamo, non accadrebbe nulla.
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Vecchio 25-01-2013, 07.10.04   #66
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Riferimento: è più importante la vita o il senso della vita?

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In pratica, è come se l'universo ci avesse dotato della memoria, del pensiero e dell'intelligenza perché noi dovremmo attuare qualcosa che serve a lui. Ovvero, come se avesse bisogno dell'uomo.
Non sono tanto sicuro del fatto che l'universo ci abbia dotato della memoria, dell'intelligenza, del pensiero. Seguendo la teoria evoluzionistica parrebbe invece che pensiero, intelligenza e memoria siano creazioni proprie dell'uomo nella sua evoluzione. Partiamo dal presupposto che l'universo obbedisce alle leggi della fisica che lo regolano e che gli esseri viventi obbediscono all'istinto di sopravvivenza. Le facoltà intellettuali dell'uomo si sarebbero sviluppate in conseguenza dell'istinto di sopravvivenza. A monte di tutte le invenzioni dell'uomo, dal linguaggio al fuoco, fino alla scienza odierna, c'è sempre l'istinto di sopravvivenza, è questo il motore che ci muove.
La struttura complessa del cervello umano ha reso possibile la capacità di rappresentazione, ossia la proiezione del mondo esterno all'interno della mente, e tramite il segno e il linguaggio l'uomo può anche proiettare una rappresentazione interna alla sua mente all'esterno. Attraverso un susseguirsi di produzioni l'uomo ha creato il proprio contesto culturale, ed è in tale contesto che si è generata l'alternativa:
-l'universo obbedisce alle leggi fisiche
-l'essere vivente obbedisce all'istinto di conservazione
-l'uomo può obbedire all'istinto di conservazione ma anche alla propria ragione, che scopre di avere in quanto possessore di una cultura

In questo modo, credo, l'uomo entra in sintonia con l'universo: come l'universo segue le leggi fisiche che lo regolano, così l'uomo segue i dettami che rendono possibile l'esistenza della propria ragione e della propria cultura. Diversamente l'uomo regredirebbe allo stato animale
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Vecchio 25-01-2013, 12.19.02   #67
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Riferimento: è più importante la vita o il senso della vita?

Premetto che mi sono piaciuti i post di CVC e Tempo 2011, anche se quest'ultimo ha poi, forse, viaggiato un po' troppo di fantasia e suggestioni (anche se ammetto di aver pensato, a volte, le stesse cose! e non escludo a priori che siano baggianate).

In ogni caso volevo far notare una cosa, che avevo iniziato a scrivere su un altro tread, ma che qui trova sicuramente maggiore contestualizzazione.



Il ragionamento mio è questo: ogni cosa che pensiamo (percepiamo, comprendiamo ecc..), ogni concetto, suono, colore, scritta, può essere oggetto di una analisi particolare (nel senso di ragionamento indirizzato a quell'oggetto specifico e non ad altri) in vista della sua particolare modalità di esistenza; cioè grazie al fatto che un oggetto possiede delle caratteristiche specifiche, o anche, se mi permettete di porre il concetto in questi termini, una forma particolare, noi possiamo indirizzare il nostro "sguardo interiore" su di esso e, appunto, non su "altro". Non siamo in grado, invece, di dirigere lo sguardo verso qualcosa di indeterminato, poiché in realtà quella assenza di forma, quella assenza di delimitazione, porta con sé l'indistinguibilità della modalità e così l'assenza dell'indirizzo conoscitivo. In altre parole il nostro pensiero si rivolge sempre alle forme, o a dei particolari, tanto è vero che non siamo in grado di comprendere il non-essere, come pure l'Essere, né gli universali (tanto per fare un altro esempio) al di fuori dei particolari che parteciperebbero della loro essenza (se ci vogliamo riferire alla concezione di tipo platonico).

Ora; quello che vorrei tentare di dimostrare è che ogni forma è in realtà, e a priori, una sensatezza o un'armonia. Ogni forma è sistematizzata nei nostri principi trascendentali, cioè gli oggetti colti dal pensiero per essere tali hanno già trovato un accordo con le nostre facoltà, ovvero, e più in generale, con le "modalità"" intrinseche di una conoscenza possibile in sé (per dirla alla Kant), e così pure soggiacciono ad un ordine dato. Un oggetto del pensiero, colto nella sua unità, prevede un rapporto specifico dei suoi costituenti che porta pure l'irriducibilità del proprio senso a quello delle sue parti per sé (mi rifrisco anche alla teoria della forma nella Gestalt e ad un approccio olistico), e così mi pare ancora che sia implicita la sensatezza del percetto conosciuto nella unità della sua natura "tecnicamente" molteplice.

Per cui direi che si può svuotare il senso della vita di una qualche concezione particolare, ma non in assoluto di quella armonia che essa manifesta attraverso la specificità colta nella nostra coscienza quando è ogetto di riflessione, o quando viene semplicemente "vissuta". "Un senso" nel senso ampio del termine (scusate il gioco di parole..) della vita permane a priori, mentre "il senso" particolare da noi ricercato può essere pure deluso nella sua aspettativa di essere trovato come un "fatto" (nel senso di un reale oggettivo).


Per cui mi pare che senza un senso la vita non sarebbe tale, e niente sarebbe affatto, almeno per ciò che riguarda la nostra condizione di enti-nel-mondo. E lo so che non sembro rispondere veramente alla domanda del tread.. ma preferirei non aggiungere altro per ora, a parte una piccola digressione..


Quando il senso totale d'una esperienza vissuta (la vita di un uomo), colta nella sua unità, viene a sfumarsi agli occhi del soggetto in questione, cessa pure di avere un significato al di fuori dei piccoli particolari di cui è composta, e così, forse, qualcuno può pure pensare di vivere per questi momenti, senza che essi si conformino ad un senso unitario e coattivo nei loro confronti.
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Vecchio 25-01-2013, 22.59.17   #68
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In pratica, è come se l'universo ci avesse dotato della memoria, del pensiero e dell'intelligenza perché noi dovremmo attuare qualcosa che serve a lui. Ovvero, come se avesse bisogno dell'uomo.
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Non sono tanto sicuro del fatto che l'universo ci abbia dotato della memoria, dell'intelligenza, del pensiero. Seguendo la teoria evoluzionistica parrebbe invece che pensiero, intelligenza e memoria siano creazioni proprie dell'uomo nella sua evoluzione. Partiamo dal presupposto che l'universo obbedisce alle leggi della fisica che lo regolano e che gli esseri viventi obbediscono all'istinto di sopravvivenza. Le facoltà intellettuali dell'uomo si sarebbero sviluppate in conseguenza dell'istinto di sopravvivenza. A monte di tutte le invenzioni dell'uomo, dal linguaggio al fuoco, fino alla scienza odierna, c'è sempre l'istinto di sopravvivenza, è questo il motore che ci muove.
La struttura complessa del cervello umano ha reso possibile la capacità di rappresentazione, ossia la proiezione del mondo esterno all'interno della mente, e tramite il segno e il linguaggio l'uomo può anche proiettare una rappresentazione interna alla sua mente all'esterno. Attraverso un susseguirsi di produzioni l'uomo ha creato il proprio contesto culturale, ed è in tale contesto che si è generata l'alternativa:
-l'universo obbedisce alle leggi fisiche
-l'essere vivente obbedisce all'istinto di conservazione
-l'uomo può obbedire all'istinto di conservazione ma anche alla propria ragione, che scopre di avere in quanto possessore di una cultura

In questo modo, credo, l'uomo entra in sintonia con l'universo: come l'universo segue le leggi fisiche che lo regolano, così l'uomo segue i dettami che rendono possibile l'esistenza della propria ragione e della propria cultura. Diversamente l'uomo regredirebbe allo stato animale.
Se prendiamo per buona l'ipotesi scientifica della nascita della vita, dalla non vita, per casualità nata dalla materia, mi sembrava scontato che, partendo da quelle forme primordiali, tutto si è formato con l'evoluzione; ma in esse già dovevano esserci i presupposti per arrivare dove siamo ora. A tale motivo ho affermato che l'universo ci ha fornito una memoria e un pensiero. Per esempio, inizialmente la memoria non poteva che essere fisica, poiché serviva alla vita appena nata a individuare i paletti termici a lei adatti per continuare a vivere; sopra quel tipo di memoria fisica, in seguito, tramite l'evoluzione, siamo arrivati alla memoria dei giorni nostri. Ho fatto un balzo di milioni di anni poiché mi sembrava ovvio che le qualità per arrivare all'oggi già vi dovevano essere tutte. Per portare un esempio pratico, vediamo che cosa accade quando mettiamo al mondo un figlio. Si parte da uno spermatozoo e un ovulo che non ha nulla delle sembianze che diventeranno in seguito, ma hanno in loro già una memoria fisica che li condurrà a essere uomini e donne. Si evolveranno durante i nove mesi di gravidanza e si completeranno con il passare degli anni. Questa metamorfosi è esattamente quello che è accaduto alla prima forma di vita. Per altro, quello che ci dovrebbe far riflettere, secondo me, è questo: come mai che una forma di vita nata dalla casualità, si porta dietro il famoso istinto di sopravvivenza? La sopravvivenza riguarda il futuro, è questo è un concetto astratto. Allora: l’universo è formato da una semplice materia inerte che ha in se delle qualità per formare il pensiero che sa formulare dei concetti astratti? Tanto semplice questa materia non dovrebbe poi essere...non ti sembra?
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Vecchio 26-01-2013, 08.07.20   #69
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Se prendiamo per buona l'ipotesi scientifica della nascita della vita, dalla non vita, per casualità nata dalla materia, mi sembrava scontato che, partendo da quelle forme primordiali, tutto si è formato con l'evoluzione; ma in esse già dovevano esserci i presupposti per arrivare dove siamo ora. A tale motivo ho affermato che l'universo ci ha fornito una memoria e un pensiero. Per esempio, inizialmente la memoria non poteva che essere fisica, poiché serviva alla vita appena nata a individuare i paletti termici a lei adatti per continuare a vivere; sopra quel tipo di memoria fisica, in seguito, tramite l'evoluzione, siamo arrivati alla memoria dei giorni nostri. Ho fatto un balzo di milioni di anni poiché mi sembrava ovvio che le qualità per arrivare all'oggi già vi dovevano essere tutte. Per portare un esempio pratico, vediamo che cosa accade quando mettiamo al mondo un figlio. Si parte da uno spermatozoo e un ovulo che non ha nulla delle sembianze che diventeranno in seguito, ma hanno in loro già una memoria fisica che li condurrà a essere uomini e donne. Si evolveranno durante i nove mesi di gravidanza e si completeranno con il passare degli anni. Questa metamorfosi è esattamente quello che è accaduto alla prima forma di vita. Per altro, quello che ci dovrebbe far riflettere, secondo me, è questo: come mai che una forma di vita nata dalla casualità, si porta dietro il famoso istinto di sopravvivenza? La sopravvivenza riguarda il futuro, è questo è un concetto astratto. Allora: l’universo è formato da una semplice materia inerte che ha in se delle qualità per formare il pensiero che sa formulare dei concetti astratti? Tanto semplice questa materia non dovrebbe poi essere...non ti sembra?
La scienza cerca di inserire in un medesimo contesto materia e vita, ma ancora non esistono spiegazioni che giustifichino il passaggio dalla materia alla vita. La materia non ha intelligenza, ha solo azione e reazione. Ciò che è biologico invece ha la capacità di creare strutture per la propria sopravvivenza. La materia non ha il problema della sopravvivenza perchè non si distrugge, al massimo si trasforma.
Personalmente in attesa di valide spiegazioni riguardo al salto dalla materia alla vita preferisco considerare parallelamente queste due realtà.
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Vecchio 26-01-2013, 10.14.07   #70
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Premetto che mi sono piaciuti i post di CVC e Tempo 2011, anche se quest'ultimo ha poi, forse, viaggiato un po' troppo di fantasia e suggestioni (anche se ammetto di aver pensato, a volte, le stesse cose! Non escludo a priori che siano baggianate).

In ogni caso, volevo far notare che, avevo iniziato a scrivere su un altro thread, ma che qui trova sicuramente maggiore contestualizzazione.
Caro Aggressor, hai perfettamente ragione riguardo alla mia fantasia e le forzature che essa esprime; però dobbiamo ammettere che sono quattromila anni che l'uomo si pone il quesito senza tirar fuori un ragno dal buco. Se guardiamo la storia delle grandi intuizioni, la fantasia è dovuta andare sempre oltre l'ovvio, senza paura delle eventuali prese in giro di chi stava con i piedi piantati in terra. Allora dobbiamo ammettere che il realismo è controproducente per andare avanti nell'evoluzione della conoscenza. Per attuarla ci vogliono menti fantasiose, poiché sicuramente, quello che sarà il nostro futuro è già è scritto in noi; bisogna solo avere il coraggio di leggerlo; anche se, in quella prospettiva, non potremmo leggerle se rimanessimo ancorati con i piedi in terra. E’ a tale motivo che siamo costretti a organizzare delle forzature rubate alle strutture architetturali della nostra memoria. Ipotesi che poi dovranno essere vagliate dalla ragione, e solo alla fine possiamo decretare quanto erano forzature oppure verità. Julius Verne è andato sulla Luna molti anni prima degli americani. Leonardo da Vinci ha volato quattrocento anni prima dei fratelli Wright e andato sotto i mari prima dell'invenzione del sottomarino di Cornelius Drebbel. Come vedi, senza spaziare con la fantasia, non vi sarebbe stato il telefono, il telescopio, la radio l'aereo, il sommergibile, la relatività, i Neutrini, e tante altre scoperte che, oggi, ci sembrano ovvie ma che per il tempo non lo erano per niente. Allora, t’invito a ragionare su quello da me affermato, e se alla fine porterai delle argomentazioni che confutano quello da me "fantasiosamente" esposto, sarò il primo ad abbandonare quella strada per cercarne altre: ma sempre nell’ambito delle forzature fantasiose e intuitive.
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