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Raccolta di poesie Poesie e pensieri in prosa, proponi e commenta

 
 
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Vecchio 10-02-2007, 13.48.53   #1 (permalink)
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Poesie e pensieri

ho avuto lo spunto leggendo una poesia di M. Strandt





Ascoltando il rumore del mare.


Le onde nascono sul fondo del mare,
negli abissi, poi, salgono su,
escono dai vortici,
e ancora piccoli, corrono verso gli scogli,
radunano l'acqua,
sibillano il profumo del mare,
giocando con il vento.


...Lui è sempre lì, immancabile...
lui, il rumore del mare,
dimora nell'aria e dentro le onde.
E' un leone, coricato sull'acqua,
meraviglioso, invisibile, ma... a volte azzurro,
le altre - scuro o verde,
gigante o quasi silente in assenza di vento.
Lui vola sul mare, sempre libero,
scuote la sua criniera, la riscuote...
ed ecco, fa una corsa verso gli scogli,
si butta e diventa immenso...
si frange in gocce di luce,
in lacrime di sale...
si alza fino all'ultimo cielo, esce di sé,
si sperde nell'aria,
si sofferma (giusto un pò)
di fronte agli occhi...
poi, ritorna a casa, nel mare,
e, placido, su se stesso si posa.
__________________
La poesia è uno stato d'animo.
Ogni volta diverso.
Il resto sono solo parole
trovate per caso.

Ultima modifica di autunno1 : 10-02-2007 alle ore 16.42.30.
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Vecchio 13-02-2007, 08.33.35   #2 (permalink)
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Mezzogiorno, ottobre

Mezzogiorno, ottobre.
I lunghi viali di alberi gialli sono
immersi nella luce del sole.
Sulle vecchie panchine si posano i raggi.
Leggero, il soffio del vento
vola fra le foglie. Sfiora il silenzio.
Ora che son qui, ogni cosa ha perso
la propria solitudine.
Il tempo si è fermato, mi pare.
...Da dove nasce questa strana
tristezza, diciamo, autunnale?
Nulla è svanito, nulla si è perso;
né luce del mezzogiorno,
né il soffio del vento, intrappolato
fra le foglie,
né il cielo terso,
e nemmeno questi lunghi attimi gialli
(li ho appesi sugli alberi).
D'improvviso la tristezza se ne va,
e mi pervade un atroce senso di perdita.
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Ultima modifica di autunno1 : 14-02-2007 alle ore 07.59.39.
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Vecchio 18-02-2007, 12.47.21   #3 (permalink)
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Il Passato vede meglio al buio.

Aspetta, paziente, il cielo stellato

o la notte scura.

Cammina o corre sulle strade vuote.

Senza bussare entra in casa

e apre tutte le porte,

anche quelle chiuse a chiave.

Gira, indisturbato, per tutte le stanze,

si sofferma accanto alla finestra,

a volte, mi fissa negli occhi,

le altre, mi tiene la mano,

d'un tratto si alza e

dipinge le mura e il soffitto...

poi, si nasconde in un angolino.

Spesso, distratto, fa cadere

una pianta o un vaso...

e lentamente raccoglie i cocci.

Non parla, non chiede, non risponde,

talvolta, nemmeno respira,

ma io so che è vivo.

Mi porta sempre in dono qualcosa:

una stella, una lacrima, una poesia,

o solo un filo d'erba sulle scarpe rotte.

E non va via con le mani vuote:

ha messo in tasca la mia notte.

Infine, mi lascia, ed esce piano,

non sbatte le porte.

Non mi saluta, ma tutti e due sappiamo

che presto ci rivediamo.

Varca l'uscio e si dissolve nel primo

raggio del sole.

Per me è l'alba, per lui è la notte.
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Ultima modifica di autunno1 : 18-02-2007 alle ore 16.22.02.
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Vecchio 19-02-2007, 08.26.20   #4 (permalink)
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...Lontano, in alto,
le cime verdi sorreggono
le nuvole. Viaggiano.
Le montagne fra le nuvole.
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Vecchio 21-02-2007, 08.30.21   #5 (permalink)
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La Scala (senza Alcuni Pioli)


Il vuoto.
L'origine.
Il buio. Le luci.
Le mani. Aperte.
La notte. I giorni.
L'Amore.
La neve. D'estate.
Le parole. Scritte.
L'Odio. Tanto.
Il mare d'inverno.
I passi. Sentiti.
La morte. Silente.
I fiori.
I nomi. Sbagliati.
Le strade. Non prese.
Circonferenze.
I fiumi. Tutti.
Il fuoco. Lento.
Le gocce. Pulite.
Le nuvole. Cento.
Il Dolore. Di diversi colori.
La Vita. In Tutto.
Il Nulla. Accanto.
Il Perdono.
Non Uno. Tanti.
Che non perdòno.
Il tramonto.
Il muro. Davanti.
La pioggia. Brillante.
Le lacrime. Mute.
Le mancanze. I favori.
I profumi.
Gli addii.
Le porte. Barricate.
Il respiro. Spezzato.
I capelli nel vento.
Gli orologi. All'indietro.
E un poco avanti.
I tigli. Abbracci.
Il sangue. Non mio.
E il mio. Sugli altri.
Il vento. I venti.
I conti. Non tutti pagati.
Le parole. Non dette.
Ancora. Parole.
Gli occhi. Tanti.
La solitudine. Sola.
Le spiagge. Deserte.
Il sorriso.
La neve. Caduta.
Le distanze. Distanti.
I silenzi. Lenti.
Arcobaleno.
I frammenti. Di vita.
Gli sguardi. In-e-Differenti.
Il sole.
I versi. Diversi.
Gli uni. E gli altri.
Cancellature.
Tutto. E niente.
Diviso per il Nulla.
Moltiplicato per l'Infinito.
Nel risultato - un nome.


Si chiama Memoria.
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Vecchio 23-02-2007, 08.50.38   #6 (permalink)
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a mia mamma ( 13-06-1931 - 09-02-1998)

ELEGIA PER MIO PADRE


1 IL SUO CORPO

Le mani erano tue, le braccia erano tue,
ma tu non c’eri.
Gli occhi erano tuoi, ma chiusi, e non si aprivano,
Il sole lontano c’era.
La luna sospesa sulla spalla bianca del colle c’era.
Il vento sul Bedford Basin c’era.
La luce verde tenue dell’inverno c’era.
La tua bocca c’era,
ma tu non c’eri.
Quando qualcuno parlò, non vi fu risposta.
Nubi calarono
e seppellirono gli edifici sull’acqua,
e l’acqua fu muta.
I gabbiani guardavano.
Gli anni, le ore, che non t’avrebbero trovato
ruotavano ai polsi degli altri.
Non c’era il dolore. Se n’era andato.
Non c’erano i segreti. Non c’era nulla da dire.
L’ombra spargeva le sue ceneri.
Il corpo era tuo, ma tu non c’eri.
L’aria rabbrividiva sulla tua pelle.
Il buio si chinava nei suoi occhi.
Ma tu non c’eri.


2 LE RISPOSTE


Perché viaggiavi?
Perché la casa era fredda.
Perché viaggiavi?
Perché è quel che ho sempre fatto fra tramonto e l’alba.
Cosa indossavi?
Indossavo un abito blu, camicia bianca, cravatta e calze gialle.
Cosa indossavi?
Non indossavo nulla. Mi scaldava la sciarpa di pena.
Perché mi mentivi?
Ho sempre pensato di dire la verità.
Perché mi mentivi?
Perché la verità mente più di ogni altra cosa e io amo la verità.
Perché te ne vai?
Perché nulla ha senso per me ormai.
Perché te ne vai?
Non lo so. Non l’ho mai saputo.
Quanto dovrò aspettarti?
Non aspettarmi. Sono stanco e mi voglio sdraiare.
Sei stanco e ti vuoi sdraiare?
Si, sono stanco e mi voglio sdraiare.


3 IL TUO MORIRE


Niente riusciva a fermarti.
Non il giorno più bello. Non la quiete. Non l’ondeggiare
dell’oceano.
Continuavi a morire.
Non le piante
sotto cui camminavi, non le piante che ti davano ombra.
Non il dottore che ti aveva avvertito, il dottorino biancocrinito che già una volta
t’aveva salvato.
Continuavi a morire.
Niente riusciva a fermarti. Non tuo figlio. Non tua figlia
che ti imboccava e ti aveva reso di nuovo bambino.
Non tuo figlio che credeva che saresti vissuto per sempre.
Non il vento che ti strattonava il bavero.
Non l’immobilità che si offriva al tuo movimento.
Non le scarpe che ti appesantivano.
Non gli occhi che si rifiutavano di guardare avanti.
Niente riusciva a fermarti.
Te ne stavi in camera e guardavi la città.
E continuavi morire.
Andavi al lavoro e lasciavi che il freddo ti penetrasse i vestiti.
Lasciavi trasudare sangue nei calzini.
Il volto ti si faceva bianco.
La voce ti spezzava in due.
Ti appoggiavi al bastone.
Ma niente ti riusciva a fermarti.
Non gli amici che ti consigliavano.
Non tuo figlio. Non tua figlia che ti guardava rimpicciolire.
Non la stanchezza che viveva nei tuoi sospiri.
Non i polmoni che si riempivano d’acqua.
Non le maniche che sopportavano il dolore delle braccia.
Niente riusciva a fermarti.
Continuavi a morire.
Quando giocavi con i bambini continuavi a morire.
Quando ti accomodavi a pranzo,
quando ti svegliavi di notte, bagnato di lacrime, il corpo scosso
da singhiozzi,
continuavi a morire.
Niente riusciva a fermarti.
Non il passato.
Non il futuro con il suo bel tempo.
Non la vista della finestra, la vista del cimitero.
Non la città. Non la città orrenda dagli edifici di legno.
Non la sconfitta. Non il successo.
Non facevi altro che continuare a morire.
Avvicinavi l’orologio all’orecchio.
Ti sentivi venir meno.
Stavi a letto.
Ti mettevi le braccia conserte e sognavi il mondo senza di te,
lo spazio sotto gli alberi,
lo spazio in camera tua,
gli spazi che sarebbero fatti vuoti di te,
e continuavi a morire.
Niente riusciva a fermarti.
Non il tuo respiro. Non la tua vita.
Non la vita che volevi.
Non la vita che avevi.
Niente riusciva a fermarti.


4LA TUA OMBRA


Hai la tua ombra.
I luoghi in cui sei stato l’hanno restituita.
I corridoi e i prati spogli dell’orfanotrofio l’hanno restituita.
La Newsboys Home l’ha restituita.
Le strade di New York l’hanno restituita e anche le strade di
Montreal.
Le camere di Belém dove le lucertole divoravano le zanzare l’hanno
restituita.
Le strade scure di Manaus e quelle afose di Rio l'hanno
restituita.
Città del Messico dove te ne volevi andare l’ha restituita.
E Halifax dove il porto si lavava le mani di te l’ha restituita.
Hai la tua ombra.
Quando viaggiavi la scia bianca del tuo incedere affondava
l’ombra, ma quando arrivavi la trovavi ad attenderti.
Avevi la tua ombra.
Le soglie che varcavi ti sottraevano l’ombra e quando uscivi te
la restituivano. Avevi la tua ombra.
Anche quando te la dimenticavi, la ritrovavi; l’ombra era stata
con te.
Una volta in campagna l’ombra di un albero coprì la tua ombra
e tu non venisti riconosciuto.
Una volta in campagna pensasti che la tua ombra fosse proiettata
da un altro. L’ombra non disse nulla.
I tuoi abiti portavano dietro la tua ombra; quando li toglievi,
lei si diffondeva come il buio del tuo passato.
E le tue parole che volavano come foglie in un’aria persa, in
un luogo che nessuno conosce, ti hanno restituito la tua ombra.
Gli amici ti hanno restituito la tua ombra.
I nemici ti hanno restituito la tua ombra. Hanno detto che era
pesante e avrebbe coperto la tua tomba.
Quando moristi la tua ombra dormiva sulla bocca del forno e
mangiò come pane i ceneri.
Esultava tra le rovine.
Vigilava mentre gli altri dormivano.
Risplendeva come cristallo tra le tombe.
Componeva se stessa come l’aria.
Voleva essere come sull’acqua.
Voleva non essere nulla, ma non era possibile.
Venne a casa mia.
Mi sedette sulle spalle.
La tua ombra è tua. Glielo dissi. Le dissi che era tua.
L’ho portata con me troppo tempo. La restituisco.


5 LUTTO


Ti piangono.
Quando ti alzi a mezzanotte
e la rugiada luccica sulla pietra delle tue guance,
ti piangono.
Ti riconducono nella casa vuota.
Riportano dentro le sedie e tavoli.
Ti fanno sedere e respirare.
E il tuo respiro brucia,
brucia la scatola di pino e le ceneri cadono come luce del sole.
Ti danno un libro e ti dicono di leggere.
Ascoltano e gli occhi gli si colmano di lacrime.
Le donne ti carezzano le dita.
Ti pettinano restituendo il giallo ai tuoi capelli.
Radono via il gelo della tua barba.
Ti massaggiano le cosce.
Ti vestono elegante.
Ti strofinano le mani per tenerle calde.
Ti danno da mangiare. Ti offrono denaro.
Si inginocchiano e ti scongiurano a non morire.
Quando ti alzi a mezzanotte ti piangono.
Chiudono gli occhi e continuano a sussurrare il tuo nome.
Ma non possono sfilarti dalle vene la luce sepolta.
Non possono afferrare i tuoi sogni.
Vecchio mio, è impossibile.
Alzati e continua ad alzarti, non giova a nulla.
Ti piangono come possono.


6 L’ANNO NUOVO


È inverno, anno nuovo.
Nessuno ti conosce.
Via dalle stelle, dalla pioggia della luce,
giaci sotto il clima delle pietre.
Non c’è alcun filo che ti riconduca qui.
Gli amici s’assopiscono nel buio
del piacere e non possono ricordare.
Nessuno ti conosce.
Sei il vicino del nulla.
Non vedi la pioggia e l’uomo che s’allontana a piedi,
il vento sudicio che soffia le proprie ceneri per la città.
Non vedi il sole che trascina la luna come un’eco.
Non vedi il cuore ferito andare in fiamme,
i crani degli innocenti farsi fumo.
Non vedi le cicatrici dell’abbondanza, gli occhi senza luce.
È finita. È inverno, anno nuovo.
I mansueti trascinano la propria pelle in paradiso.
I disperati soffrono il freddo con quelli che non hanno
nulla da nascondere.
È finita e nessuno ti conosce.
Luce di stella alla deriva su acqua nera.
Vi sono le pietre nel mare che nessuno ha visto.
C’è una riva e la gente aspetta.
E niente ritorna.
Perché è finita.
Perché c’è silenzio invece di un nome.
Perché è inverno, anno nuovo.





Mark Strand
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Il resto sono solo parole
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Vecchio 27-02-2007, 20.11.39   #7 (permalink)
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Descrivere i nubi

Descrivere le nubi è un talento che non ho...
Cammino su un monte e dall'alto guardo
verso le nubi che pendono dall'orbita blu,
leggere e trasparenti,
come cotone cardato dal vento,
come un'idea bianca sul significato dell'esistenza.
Forse, vi sono dèi che riesaminano la storia della genesi
"Non ha una forma definita, quest'universo...
le forme non hanno storia..."
Guardo dall'alto e dalla futilità dell'informe vedo
nascere la forma: piume d'uccelli crescono nelle corna
[di bianchi caprioli,
il volto umano spunta da un'ala
d'uccello marino...
Le nubi ci dipingono alla loro maniera
i volti si confondono con la visione,
nulla e nessuno è completo, dopo un istante
la tua nuova immagine sarà una tigre ferita dallo scettro
[del vento...
ignoti pittori che ancora giocano davanti a te, e dipingono
[l'eterno assoluto,
bianco come le nubi sulle pareti dell'universo....
I poeti con le nubi costruiscono case
e se ne vanno...
Per ogni sentimento un'immagine,
per ogni tempo una nube,
ma la vita delle nubi è breve nel vento,
come la temporanea eternità delle poesie
non svanisce e non dura...

Per mia fortuna io cammino su un monte
e dall'alto guardo
verso le nubi...




Mahmoud Darwish
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Ultima modifica di autunno1 : 28-02-2007 alle ore 09.47.28.
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Vecchio 01-03-2007, 10.37.40   #8 (permalink)
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da "Poesia verticale"

Uno spazio
non può cancellarne un'altro,
ma può chiuderlo in un angolo.
Anche gli spazi occupano un posto,
in un'altra dimensione che è più dello spazio.


Ci sono spazi a una sola voce,
spazi a molte voci
e pefino spazi muti,
ma ogni spazio è solo,
più solo di quello che contiene.


Anche se ogni spazio
si confonde alla fine con ogni spazio.
Anche se ogni spazio
è un gioco impossibile,
perché niente sta in niente.



Roberto Juarroz
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Vecchio 11-03-2007, 15.17.09   #9 (permalink)
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Messaggi: 632
Ciò che dicono le parole non dura.
Durano le parole.
Perché le parole sono sempre le stesse
e ciò che dicono non è mai lo stesso.


Antonio Porchia
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Ultima modifica di autunno1 : 11-03-2007 alle ore 19.51.58.
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Vecchio 11-03-2007, 19.14.50   #10 (permalink)
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Messaggi: 632
primo amore

(ai tutti i libri che ho letto di nascosto prima dei 18 anni.)

un tempo
quando avevo 16 anni
c'èra solo qualche scritore
a darmi speranza e conforto.

a mio padre non piacevano
i libri e
a mia madre neppure
(perché non piacevano al babbo)
specie i libri che prendevo io
in biblioteca:
D.H. Lawrence
Dostoevskij
Turgenev
Gorkij
A. Huxley
Sinclair Lewis
e altri.

avevo la mia camera da letto
ma alle 8 di sera
bisognava filare tutti a nanna:
"il mattino ha l'oro in bocca",
diceva mio padre.

poi gridava:
"LUCI SPENTE!".

allora mettevo la lampada
sotto le coperte
e continuavo a leggere
sotto la luce calda e nascosta:
Ibsen
Shakespeare
Cechov
Jeffers
Thurber
Conrad Aiken
e altri.

mi offrivano una opportunità e qualche speranza
in un posto senza opportunità
speranza
sentimento.

me la guadagnavo.
faceva caldo sotto le coperte.
qualche volta fumavano le lenzuola
allora spegnevo la lampada,
la tenevo fuori per raffreddarla.

senza quei libri
non sono sicuro del tutto
di cosa sarei diventato:
delirante;
parricida;
idiota;
buonannulla.

quando mio padre gridava
"LUCI SPENTE !"
son sicuro che lo terrorizzava
la parola ben tornita
e immortalata
una volta per tutte
nelle pagine migliori
della nostra più bella
letteratura.

ed essa era lì
per me
vicina a me
sotto le coperte
più donna di una donna
più uomo di un uomo.

era tutta per me
ed io
la presi.




Charles Bukowski
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