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Vecchio 07-02-2004, 23.21.57   #1 (permalink)
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Data registrazione: 16-08-2003
Messaggi: 361
Sylvia Plath



Tulipani


I tulipani sono troppo eccitabili, qui è inverno.

Guarda com’è tutto bianco, tutto quieto e innevato.

Sto imparando la pace, da me quietamente posando

come posa la luce su questi muri bianchi, questo letto, queste mani.

Io non sono nessuno; non c’entro con le esplosioni.

Ho dato il mio nome e i miei vestiti alle infermiere

e all’anestesista la mia storia e ai chirurghi il mio corpo.



Tra guanciale e risvolto del lenzuolo han puntellata la mia testa

come un occhio tra due palpebre bianche che non si chiuderanno.

Stupida pupilla, tutto deve sorbirsi.

Le infermiere passano e ripassano, non disturbano,

passano come gabbiani all’entroterra nelle loro cuffie bianche,

con mani affaccendate, identiche l’una all’altra,

così che è impossibile contare quante sono.



Per loro il mio corpo è un ciottolo, vi attendono come l’acqua

Tende ai ciottoli sui quali deve scorrere, gentilmente levigandoli.

Mi portano il torpore nei loro lucenti aghi, mi portano il sonno.

Adesso ho perduto me stessa sono stufa di fardelli –

La mia ventiquattrore di pelle come un nero portapillole,

mio marito e il bambino sorridenti dalla foto di famiglia;

mi agganciano la pelle i loro sorrisi, sorridenti ami.



Ho gettato cose a mare, io cargo di trent’anni

testardamente attaccata al mio nome e indirizzo.

Hanno passato una spugna sui miei affetti.

Impaurita e nuda sulla verde barella plasticata

ho guardata la miei teiera, i miei portapanni, i miei libri

sparire affondando e l’acqua si è chiusa sul mio capo.

Sono una monaca adesso, non sono mai stata così pura.



Io non volevo fiori, volevo solamente

giacere e palme riverse ed essere vuota.

Come si è liberi, liberi da non credersi.

La pace è così grande che abbaglia,

e non chiede nulla, un’etichetta col nome, pochi aggeggi.

E’ il finale a cui approdano i morti; me li figuro

Inghiottirselo come un’ostia da comunione.



I tulipani sono troppo rossi, mi fanno male.

Anche sotto la carta li sentivo respirare

lievi, sotto la bianca fasciatura, come un bebè mostruoso.

La loro rossezza parla alla mia ferita, gli risponde.

E sono infidi: sembrano galleggiare, benché mi tirano giù,

sconvolgendomi con le loro lingue imprevedute e il colore,

dozzina di rossi piombi intorno al collo.

Nessuno mi sorvegliava, adesso sono sorvegliata.

A me i tulipani si volgono e dietro me alla finestra

dove una volta al giorno si allarga e si assottiglia la luce

e io mi vedo, piatta buffa ombra di pupazzo ritagliato

fra l’occhio del sole e gli occhi dei tulipani,

e io non ho faccia, ho voluto cancellarmi.

I vividi tulipani divorano il mio ossigeno.



Prima del loro arrivo l’aria era calma abbastanza,

andava e veniva, respiro su respiro, senza trambusto.

Poi loro l’hanno riempita come un chiasso.

Adesso l’aria si rompe e vortica quale un fiume

si rompe e vortica su una macchina affondata rossa di ruggine.

Concentrano la mia attenzione che era prima felice

di giocare e riposare senza impegnarsi.



Le pareti, anche loro, sembrano riscaldarsi.

I tulipani dovrebbero stare in gabbia come bestie feroci;

si aprono come la bocca di un grande felino africano

e io mi accorgo del mio cuore che apre e chiude

la sua ampolla di rossi bocci per puro amore di me.

L’acqua che assaggio è calda e salata, come il mare,

e viene da un paese lontanissimo come la salute.
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Vecchio 08-02-2004, 16.51.58   #2 (permalink)
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Messaggi: 582
Papaveri in ottobre

Nemmeno le nubi assolate possono fare stamane
gonne così. Né la donna in ambulanza,
il cui rosso cuore sboccia prodigioso dal mantello -

Dono, dono d'amore
del tutto non sollecitato
da un cielo

che in un pallore di fiamma accende i suoi
ossidi di carbonio, da occhi
sbigottiti e sbarrati sotto cappelli a bombetta.

O Dio, chi sono mai
io da far spalancare in un grido queste tarde bocche
in una foresta di gelo, in un'alba di fiordalisi

Sylvia Plath

(da "Ariel")
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Vi@nne
Ovunque andiamo...ci siamo già

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Vecchio 09-02-2004, 21.51.06   #3 (permalink)
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Messaggi: 582
Io sono verticale

Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con radici nel suolo
succhiante minerali e amore materno
così da poter brillare di foglie a ogni marzo,
né sono la beltà di un'aiuola
ultradipinta che susciti grida di meraviglia,
senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.
Confronto a me, un albero è immortale
e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
dell'uno la lunga vita, dell'altra mi manca l'audacia.

Stasera, all'infinitesimo lume delle stelle,
alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
forse assomiglio a loro nel modo più perfetto -
con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me più naturale.
Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,
e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:
finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.

Sylvia Plath
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Vi@nne
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Vecchio 11-02-2004, 20.03.35   #4 (permalink)
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Ultime parole


Non voglio una cassa qualunque, voglio un sarcofago

con striature di tigre e una faccia dipinta

tonda come la luna, con gli occhi sgranati in su.

Voglio sembrare che li guardo quando verranno

a cavarmi fra ottusi minerali e radici.

Già li vedo – pallide facce, a una distanza astrale.

Adesso non sono nulla, non sono nemmeno in fasce.

Li penso senza padri né madri, come gli dei primigeni.

Si domanderanno se io sia stata importante.

Dovrei come frutta candire e conservare i miei giorni!

Il mio specchio si appanna –

Ancora qualche fiato e non specchierà più niente del tutto.

I fiori e le facce sbiancano come un lenzuolo.



Dello spirituale non mi fido. Sguscia via come vapore

nei sogni, per le fessure della bocca o degli occhi. Non posso

fermarlo, né mai tornerà. Ma non così le cose.

Loro restano, con quel piccolo brillio particolare,

da tante mani scaldato, con un brusio di piacere.

Se avrò freddo alle piante dei piedi,

mi consolerà l’occhio azzurro del mio turchese.

Siano con me le mie casseruole di rame, i miei vasi di coccio

mi fioriscano intorno notturni fiori, dal buon profumo.

Mi avvolgeranno nelle bende, deporranno il mio cuore

sotto i miei piedi in un bel pacchettino.

Non mi riconoscerò quasi. Sarà tutto buio,

ma ci sarà il fulgore di questi piccoli oggetti più dolce che il viso di Ishtar.

Sylvia Plath
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