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#1 (permalink) |
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Utente bannato
Data registrazione: 03-01-2004
Messaggi: 296
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Attimo d'amore
Fraccia scoccata verso il cuore del lettore....
Ho colto il bersaglio? L’attimo d’amore Soffiava vento caldo fra la pioggerellina, abbattuto e stanco trascorrevo la sera fra le note di una canzonaccia italiana, bevendo Jack Daniel’s, in un piccolo locale di Monza. La musica e le luci ombreggiate di rosso, rendevano l’atmosfera di quel locale accogliente, rilassante, adatta al lasciasi andare fra i fumi dell’alcol e i postumi di vent’anni di vita devastata. Il pub quasi deserto, tranne che per una coppietta di fidanzatini che appoggiati al bancone finivano di bere un vinaccio giovane, festeggiavano al Kimera caffé una qualche ricorrenza, probabilmente un anniversario per i pochi anni che avevano passato insieme. Io seduto su una panca ricoperta da tappezzeria scura, li avevo osservato per gran parte della serata. Non avendo nulla da fare oltre che al bere, m’ero dedicato ad percepire, memorizzare i loro movimenti celati, i sorrisi, l’incrociarsi e il distogliersi degli occhi fra loro due, che amoreggiavano a un paio di metri davanti a me. Erano curiosi, quasi belli da vedere mentre distrattamente lasciavo scorrere il tempo. Senza accorgermene, davanti a me si era formata la solita nauseante fila di bicchieri, ed erano arrivate le due di notte. Il ragazzo che per qualche volta si era accorto che li stavo osservando, diede un ultimo bacio alla ragazzina che gli stava accanto. Finì il bicchiere di vino, tirò fuori una banconota da pochi euro e lasciatela lì sul bancone accompagnò la ragazza all’uscita, con galanteria gli aprì la porta e uscendo la fece sbattere dietro le sue spalle. Aspettai qualche minuto, se fossi uscito subito forse li avrei spaventati, era successo pochi giorni prima che il mio interesse disinteressato per le persone che chiassavano intorno a me fosse scambiato per morboso desiderio e mi causasse non pochi problemi. Difficoltà che baipassavo grazie al calore del whiskey che mi trasmetteva quella sensazione di controllo totale che bruciando, vivida, dietro i miei occhi mi sembrava procurare una specie di lucidità metafisica. Il cavallo di battaglia di ogni alcolista. La consapevolezza esagerata del proprio mondo, e l’ignoranza completa di quello altrui. Passarono pochi minuti. Gettai l’occhio sull’orologio che tenevo al polso. Erano le due e mezza passate. Barcollando mi alzai in piedi, ma lo sforzo mi abbassò di colpo la pressione, la vista rimase sfocata per qualche attimo, offuscata da lampi bianchi intermittenti. La testa mi girava, avevo bevuto troppo, così a passi lenti, indecisi mi spostai dentro al bagno. Era in condizioni nauseati, ma non ero il tipo da farmi problemi, anzi la sporcizia intorno alla tazza del cesso, le incrostazioni giallastre e l’acqua torbida al suo interno mi avrebbero probabilmente aiutato. Mi inginocchiai, e vomitai, pochi conati abbondati mi sconquassarono lo stomaco svuotandolo. Mi alzai in piedi, e uscii da quella latrina per andarmi a sciacquare la faccia cercando di riassumere un minimo contegno. Sollevando il volto davanti lo specchio mi accorsi di quanto era ormai la maschera di una persona malata. In trappola in giornate che dovevano trascorrere sempre così uguali intorno a qualche pub, tanti bicchieri, troppo Jack Daniels. I capelli erano sporchi, neri e unti coprivano leggermente gli occhi rossi, abbattuti, stanchi. Sulle guance una lieve barbetta stava ricrescendo. Erano giorni che non mi radevo. La visione però di me così stanco, così senza senso, mi fece fare troppi e strani pensieri. Mi ricordai come ero entrato un annetto fa in questo pub, con tanti amici, con tanti progetti, con l’università da finire, e invece… La famiglia distrutta da un incidente, la bottiglia che ammaliante mi aveva fatto perdere tutto, gli studi, i compagni, quella ragazza tanto bella dagli capelli riccioluti che amavo tanto, e più di tutto il mio amore per l’arte, che restava incompleto nella mia stanza sporca. Questa consapevolezza della mia vita spezzata, della mia prigionia, mi fece di nuovo tornare voglia di bere. O meglio quella consapevolezza era ciò che mi faceva continuare a desiderare la stonatura da alcolici. E questo incolmabile desiderio durava da mesi. Ormai la sera era finita, non avrei potuto bere molto di più, e il barista vedendomi uscire dal bagno barcollando mi guardò male. Così lasciai il conto sul bancone. Erano quasi gli ultimi soldi che mi restavano, avevo speso la piccola eredità lasciatomi dai miei due amorevoli genitori. Avrei a breve perso la casa, e poi? Cosa altro avrei dovuto perdere? La depressione saliva a ritmo saltellante come la sbornia, rimasi imbambolato per qualche minuto appoggiato al bancone. Poi scorsi nuovamente lo sguardo del gestore del locale, un uomo sulla trentina, con una camicetta a righe azzurre, aperta davanti, lasciava vedere una maglietta bianca. Mi decisi ad uscire, raccolsi le poche idee buttando l’occhio in giro per quel locale, e poi mi mossi verso la porta. L’aprii, l’aria calda e umida di quella sera mi stordì leggermente. Quasi però attirato dal locale il mio sguardo lo sondò un ultima volta. I fumi della sbornia lo rendevano appannato, ma non così tanto da non scorgere accanto al tavolo vicino al bagno nel quale mi ero svuotato poco prima due occhi così simili ai miei, neri come la pece, riuscii a distinguere nei calori dell’alcool solo quelli, mi tremarono leggermente le gambe, e nuovo conato salì alla gola. Mi buttai per le strade, camminando a passi lenti, e per quello che mi era possibile decisi. La pioggia si era quietata, adesso, scendeva lentamente, calda, non più pungete e fitta come quella che mi aveva obbligato a rifugiarmi in quel locale. Prosegui per qualche stradina di Monza, passai per l’arengario, con quella sua struttura leggermente romana, i suoi archi e i capitelli reggevano un portico che per qualche passo mi proteggeva dal piovigginare. Il selciato del centro di quella cittadina si era fatto scivoloso, e i miei sensi storti, non mi garantivano nessun aiuto, così quasi per automatismo arrivai a una passerella sopra ai binari, li seduta, appoggiata alla rete di protezione, c’era un'altra coppietta. Sorrisi dentro di me. Non sapevo se le osservavo per curiosità o per infliggermi un qualche tipo di punizione, in fondo fin da giovane, mi divertivo a soffrire. Quasi ci provavo gusto, mi rendeva così superiore agli altri, così differente, così singolare. Adesso era diventata un abitudine, fastidiosa, che mi spingeva a giocare con i ricordi peggiori della mia esistenza avevo dimenticato tutto ciò che mi avrebbe dato un po’ di felicità. Ripensai camminando ancora, verso casa, al mio dipinto. Tragicamente interrotto dalla catastrofe che stroncò la mia vita, a quel punto che sembrava il migliore. Un disegno sul quale tracciavo la mia immaginazione. Ma dentro a quella macchina, assieme ai genitori e a mio fratello, contro un muretto a rimanere schiacciata da un camion impazzito non era stata soltanto la mia famiglia, ma anche la mia fantasia, quell’estro creativo che mi faceva restare vivo, mi faceva tracciare, parole, righe, immagini su qualsiasi superficie. Vulcano di idee ormai spento, annegato nel mare di anni vuoti. Non stavo pensando esattamente questo quando mi fermai nel mio angolino di tranquillità, ma le immagini confuse che mi frullavano in testa, quando mi appoggiai alla ringhiera di un ponticello che passava sopra al canale che scorreva accanto a casa mia, erano più o meno queste. Quello nel cui mi nascondevo non era un vero rifugio celato a tutti, protetto dai rumori cittadini, dallo sguardo dei curiosi. Era più uno spazio interiore che riuscivo a trovare soltanto in quel luogo, accanto al quale una stradina d’asfalto rompeva il silenzio delle notti soltanto con il saltuario passare di macchine di ritorno da qualche locale notturno. Lì riuscivo a raggiungere uno stato di lucidità apparente, che dalle lunghe sbornie mi lasciava andare in un'altra dimensione. Lo scorrere del canale con la sua acqua torbida e con un odore marcio e pungete mi assorbiva completamente. Mi perdevo ad osservare le molecole d’acqua scivolare sotto di me. E la mia coscienza quasi si assopiva. Rilassato, appoggiato a quella ringhiera di metallo, che mi arrivava giusto all’altezza dei gomiti, passavo ore intere nel cuore della notte, aspettando l’alba, al freddo o al caldo, con l’acqua e il vento, rimanevo isolato in quei pochi centimetri che mi ero ritagliato dal mondo. Lentamente, mi scese dalla guancia una lacrima, un piccolo sfogo che si mischiava all’acqua che dai capelli fradici gocciolava sotto il metto per poi perdersi goccia dopo goccia nel fiumiciattolo scuro, piccole bolle di pensieri assopiti, di sonno perso, come i miei genitori, e mio fratello, la sua chitarra elettrica che non riuscivo mai a suonare, la musica che mi piaceva così tanto, quelle tante righe che scrivo su fogli di carta… “Ciao” Un sussulto di voce, smorzato, timido mi svegliò dallo stato di torpore nel quale mi ero lasciato andare. Tornando alla veglia girai lo sguardo verso destra, e gli stessi occhi catramati brillavano a pochi centimetri dal mio viso. Lo stupore non mi fece saltare all’indietro unicamente |
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#2 (permalink) |
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Utente bannato
Data registrazione: 03-01-2004
Messaggi: 296
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perché ero troppo stanco, misi a fuoco le immagini che mischiate a quelle dei pensieri sognanti di poco prima confondevano la mia testa pesante come un macigno.
Davanti a me c’era la stessa ragazza che mi aveva salutato con lo sguardo mentre quasi scappavo dal locale. Tremendamente bello il suo viso dolce, quasi materno, contornato da capelli che scendevano lungo le guance umide e sorridenti, una bocca dolce, morbida, rosa come quella di un neonato. Abbassai lo sguardo, portava una camicia di pelle scura, al collo un ciondolo argentato a forma di spada scendeva fino a una scollatura decisa, che lasciava scorge due senni belli e alti. Lo sguardo si abbassava lungo il suo bacino, e precipitava per le sue gambe lunghe e magre per concludersi sulle scarpe nere coperte da jeans scuri molto lunghi che ne lasciavano intravedere soltanto la punta. Mentre con lo sguardo percorrevo la strada al contrario, fermandomi sulla cintura con la fibbia a forma di ali d’angelo la ragazza se ne uscì dicendo: “Mi di solito le spogli tutte con lo sguardo?” “C-cosa?” la bocca era incredibilmente impastata. “Le ragazze che ti si avvicinano di solito provi ad imbarazzarle in questo modo?” La sua voce si era fatta più alta, mostrava meno timidezza e titubanza di quel saluto che aveva biascicato poco prima. “Solo quelle che mi si avvicinano nel cuore della notte, mentre smaltisco la sbornia appoggiata a questo ringhiera metallica.” “Ti ho disturbato? Se vuoi ti lascio a tuoi pensieri, ma mi avevi incuriosito, lì tutto solo nel pub, con tanti bicchieri davanti” “Ingannavo il tempo…” “Ti si vede che ti piace guardare… Quei due ragazzi sono stati la tua attrazione per questa sera?” “A quanto pare io sono stato la tua.” “Più o meno, sembri una persona interessante. Come ti chiami?” “Gabriele” La ragazza rimase in silenzio qualche attimo, sorrise ancora, un sorriso che non voleva mascherare ansia per la conversazione e la situazione un po’ fuori dal comune. Mi voleva trasmettere qualcosa, ma non riuscivo a sentirla. Sapevo cosa avrei dovuto provare un qualche tipo di emozione in quel momento, ma in uno stato di atarassia e aponia completa mi limitavo a ricambiare il suo sguardo. “Io mi chiamo Sophia. C’è la fai a fare qualche passo?” “Forse riesco ad arrivare al marciapiede. Sediamoci lì, sempre che non ti dia fastidio posarti sul bagnato.” “A me? Cosa credi, non sono tanto cocca di mamma come potesti pensare” “Io non stavo pensando proprio a nulla, ma è da un po’ che non parlo con qualcuno.” E mentre parlavo fissavo l’asfalto davanti a me che rifletteva la luce di un lampione, che per i frammenti di vetro di un parabrezza mandato in frantumi qualche giorno prima, si scomponeva in un caleidoscopio di colori. “Che non parli con qualcuno da un po’ si nota… Questo mi fa pensare che tu non abbia la ragazza.” Sorrise ancora, mostrando denti bianchissimi e puliti, quasi come quelli che mi sarei immaginato in bocca a un angelo. Con un gesto goffamente teatrale aprii le braccia, facendo vedere come ero conciato, Un giubbotto jeans scuro copriva una maglietta nera, scarpe da tennis scure, amavo il nero mi confondeva nella notte che mi piaceva tanto. “Ho l’aspetto di una persona che frequenta una donna?” Sorrisi anche io, ma fu un gesto più cattivo del suo, era quasi un sorriso di sdegno misto a una live autocommiserazione. “Dai ritira le unghie leoncino… Non voglio farti nulla di male!” Sorrise ancora… Sorrisi anche io, questa volta era uno esprimersi più rilassato… Meno turbolento… Ero del segno del Leone. Di nuovo il silenzio sembrava mormorare fra noi due. Non riuscivo a distogliere lo sguardo dal suo. La sbornia stava passando, e non ci stavo pensando. In quel momento per la prima volta in molti giorni non stavo pensando al bere. Ci pensai.. E sorrisi per aver interrotto quel momento. “Cosa facevi prima di prenderti una pausa dalla vita?” Questa frase mi colpì profondamente… Non mi stava dando per spacciato. Come avevano fatto tutti e io per primo. Parlava di una pausa, un momento, un attimo. Sorrisi di nuovo, feci per parlare… Iniziare a raccontare. Ma un rumore sordo riecheggiava nelle mio orecchie, il rumore di lamiere divelte, di urla strazianti, di un pianto docile, i ricordi della tragedia erano ancora lì, fra cervelletto ed encefalo, memorizzati fra cellule stellate che si prendevano gioco di me. “Nulla di importante” “Non ti preoccupare, c’è ancora tempo, per raccontarle… O farle” Sorrise quell’angelo. Si alzò in piedi, e come una scolaretta arruffata si spolverò le ginocchia, mi porse la mano. Sollevai lo sguardo, dovevo sembrare un punto interrogativo. “Dai bello, fa freddo e voglio vedere una cosa.” “Cosa?” “Casa tua… Mostrami dove abiti e ti dirò chi sei!” “Casa mia è una topaia, dubito che riusciresti ad entrare.” Intanto mi ero alzato. “Questo è un problema mio giusto? Dai accompagnami” “Come vuoi tu.” Proseguimmo per la stradina che costeggiava il canale. Potevamo procede in fila indiana in quanto una grande quantità di arbusti ai bordi del passaggio era cresciuto in maniera spropositata, nutrendosi delle acqua abbondati e sporche del canale. Lei procedeva dietro di me. Sentii un rumore tra le piante e mi fermai. Stava staccando qualcosa. Me lo porse. Ere un piccolo fiore rosa. Con quattro petali, non sapevo di che specie si trattasse, e ad essere sincero in quel momento pensai che fosse bruttino, ma il gesto, così spontaneo così gratuito mi fece sorridere. Lo presi e lo misi fra i capelli, poco sopra l’orecchio. “Dai.. Cosi sembri un figlio dei fiori!” E scoppiò a ridere, una risata cristallina travolgente e… coinvolgente. E per poco non ridevo anche io. Mi limitai a sorridere anche questa volta, e a mettere il fiore nella tasca della giacca. Quasi attento che non si sciupasse. Girai a sinistra, il mio condominio era vicino, il primo sulla sinistra. Un bel condominio, la mia esistenza lì stonava parecchio tra quella gente dignitosa, rispettabile e riservata. Entrai, prosegui per un piccolo corridoio che al centro aveva un lungo tappeto rosso sangue, dello stesso tipo che si trova negli alberghi credo. Arrivai davanti alla porta di casa mia, la aprii… spingendo con forza per spostare i sacchi di rifiuti dietro di essa. “Scusami, ma mi hanno staccato la luce… Adesso accendo qualche candela.” Così entrai per primo, e con un accendino accesi una candela nell’ingresso. La luce tremula, come quella che c’è nei sogni, diede un po’ di vita all’ingresso. Per terra numerosi sacchi di spazzatura, alcuni aperti, altri chiusi, altri ancora rovesciati, avevano invaso la stanza di rifiuti solidi… Lattine, bottiglie, confezioni di cibo in scatola. Almeno i rifiuti organici avevo continuato a portarli fuori per la raccolta giornaliera. Entrai in camera mia accesi 4 o 5 candele per fare luce nella stanza e mostrargliela, sul lato sinistro c’era il mio letto, sfatto, con le coperte ingiallite dal fumo, le lenzuola sporche. Per terra una grande quantità di libri e una libreria rovesciata. Ricordo che qualche mese prima l’avevo ribaltata a terra in una crisi isterica. Nell’angolo della stanza un vecchio stereo . E sul muro il mio dipinto. Lei, che da quando era entrata non aveva detto una parola, e avevo gironzolato con gli occhi per la casa, passando da bottiglie a riviste, da libri per terra a vetri spaccati, si fermò davanti al disegno. Salì una leggera ansia, un lieve interesse, era inspigabile, il silenzio mi infastidiva. Aprii la bocca che si era fatta secca e chiesi “Cosa ne pensi?” “Cosa vuoi che pensi bello? In questo disegno c’è la tua vita… E’ la tua vita, ma non è ancora finito.” “Da quando mi sono preso questa pausa dalla vita non sono più riuscito ad andare avanti, non riesco a capire se la mia condizione da adesso viene dal fatto di aver perso la mia arte… o la mia famiglia” L’avevo detto, non avevo mai pronunciato quelle parole, i miei amici avevano saputo e mi avevano guardato come per dire qualcosa, ma io li avevo azzittiti tutti con gli occhi, non volevo condividere il mio dolore con nessuno, La mia superiorità con nessuno. La ragazza si girò mi accarezzò il viso con la mano dolce, liscia, immaginai la sensazione che doveva provare toccando la mia guancia ruvida. “Posso toccarlo?” “Fai pure, ma ti sporchi le mani, il carboncino non è ancora fissato.” Ultima modifica di FantasiaFinale : 06-01-2005 alle ore 14.31.03. |
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#3 (permalink) |
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Utente bannato
Data registrazione: 03-01-2004
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Si avvicinò a passi lenti toccò un’ala, e si guardò le mani diventate nere, si girò e disse “Vedi? Hai disegnato anche me” e passò la mano sopra all’occhio. Il carboncino sfumò con lo sfondo del silenzio, dando all’angelo che avevo disegnato uno slancio verso l’alto, sembrava che stesse volando, un tremito nella gambe, sentii qualcosa, un calore nel petto, la sbornia era passata, e il desiderio di bere con lei. Il disegno, il dipinto era pronto ad essere ricominciato, fare lo sfondo etereo, le stelle, le piume che cadevano. Un fervore si prese di me. Lei si girò e camminò a passi decisi verso di me. Mi cinse il collo con le braccia e… Mi baciò.
Il primo bacio, sempre il più bello, la paura di essere rifiutato, il piacere di essere accettato, sentire il battito del cuore che sale, la passione con esso, e sentire quella sensazione assopita di leggerezza…. di felicità. Mi spinse verso al letto, e dolcemente mi buttò su di esso. “Avrai tempo domani di ricominciare a vivere.” Sorrise. Non dissi nulla, iniziai a baciarla. E nella luce ambrata delle candele, si spogliò, mi strinse al petto levandomi la maglietta nera, I suoi seni erano rotondi e morbidi contro di me, la sua pelle abbronzata e liscia nell’oscurità. Il tempo si dilatava all’infinito, sospiri e gemiti, mi baciò sulla guancia, il suo respiro caldo sul mio orecchio, lo baciò. Passò le mani sulla mia schiena, e fece l’amore con me, come se fossi stato un bambino pieno di paure. Ma quelle si dileguavano con il venire dell’alba che si annunciava fra le finestre socchiuse. Mi svegliai l’indomani. Saranno state le 12, mi guardai nel letto. Lei non c’era. Accanto a me un biglietto una matita trovata chissà dove, e poche righe scritte. “Ciao Riccardo, sono dovuta andare via. E tu sai perché. L’amore, quello vero, quello che crea le cose, le speranze e i mondi, è un attimo, una scintilla che nel buio dell’universo si può vedere da ogni suo angolo. Un singhiozzo che si dilata per l’eternità. Ma adesso hai da fare, devi recuperare il tempo perso e completare il tuo disegno… La tua vita . In un un altro tempo in un altro luogo Tua Sophia” FantasiaFinale 4/8/2005 |
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