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Vecchio 20-11-2008, 10.00.42   #1 (permalink)
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il "sapere": come lo definireste?

Il “sapere” : come lo definireste?

La cultura umanistica è la “paideia” come educative rielaborazioni di conoscenze che formano la personalità, da distinguere dalla sterile erudizione come è stata definita attraverso i secoli dai maggiori pensatori in una ambito filosofico inteso come progresso del pensiero umano. Convengo che “cultura” per chi non possiede una vasta frequentazione di fonti filosofiche e di specifica preparazione accademica,può creare alcuni fraintendimenti. Forse si taglia la testa al toro con un termine incontestabile anche per definire quella particolare e oggi tanto rara capacità di collegare saperi nell'ambito di una stessa disciplina,come appunto la filosofia, ma anche con un'apertura pluridisciplinare ed interdisciplinare. Oggi si parla anche di transculturalità, di neuroscienze come “scienza della natura” che può interagire con quelle “scienze dello spirito” per tradizione, come appunto la filosofia e la psicologia. Il termine “sapere” può superare il significato di un unico possesso di nozioni, sia pure organizzate? Credo di sì, perchè oltre a presupporre il pieno possesso di una buona cultura generale, prevede un'alta capacità intellettuale e morale che consente di trarre giudizi in vari campi. Sapendo distinguere il “bene” ed il “male”, l'utile ed il dannoso, sempre in un senso contestuale, relativo e dialogico,fuori da interessi particolaristici e di potere. E per agire di conseguenza. Una conoscenza che sa discernere le varie “verità”,assolute,rivelate, scientifiche fenomenologiche. ecc. Senza indebite contaminazioni e invasione di ambiti non pertinenti. Quindi a parer mio “sapere” in un contesto filosofico ha un significato più forte ed attivo di “cultura”,anche per il profano di temi etici e culturali. E' un tipo di conoscere maggiormente consapevole,attento alle implicazioni di ciò che si afferma,con lo spirito di ricerca di una tradizione filosofica,senza prevenzioni verso alcuni pensatori, “scomodi”,quindi la selezione è casomai in un senso positivo e non escludente per contrasti ideologici,multidisciplinare, laica con l'intenzione di vedere la realtà quotidiana oltre le apparenze , con occhio critico e demistificatore,senza contraddizioni o fughe nell' irrazionale,capace di considerare svariate idee,ipotesi, punti di vista. Senza interpretazioni prefabbricate,sotterfugi sleali per avere comunque ragione, anche quando il “vero” è evidente e palese a tutti. Senza imporre credenze quali “verità” valide per tutti ed in ogni tempo. “Sapere” temuto dai regimi politici, dalle menti retrograde e stantie, e spesso contrastate pure in luoghi di pubblico dibattito, in ogni maniera. Specie in ambienti oggi pervasi da una connivente mentalità sottoculturale di stampo tele-mediatico,nemica di intellettuali illustri e filosofi di ogni tempo. E ben rappresentata da tutti i pattumi tuttologici.
Chi per educazione familiare, formazione, ed esperienze vissute ha interiorizzato alcuni valori in controtendenza, oggi con i tempi del declino dei “saperi” che contrassegnano il tramonto dell'Occidente e la “società liquida” (ma mi sembra sia già liquefatta), rientra nella normalità, se riceverà sempre meno consensi e contestazioni.
“Sapere” come capacità intellettuali e morali discernenti,necessarie per esprimere un giudizio critico verso le nostre visioni del mondo, e in seconda istanza, di quelle altrui. “Sapere anche come individuazione di relazioni tra fenomeni per cui si ebbe un fondamentale incremento del “sapere” con il metodo scientifico (Galilei, Descartes, Keplero,Newton) per cui la “cultura” passò dal trasmettere il sapere in forma prevalentemente acritica e autoritaria, all'analisi spregiudicata dei fatti e dei fenomeni che mette in discussione le verità via via raggiunte. Tale indirizzo ebbe il massimo impulso con l'illuminismo che esaltava la ragione liberando da superstizioni e false credenze,riesaminando il sapere precedente. Quindi il “sapere” nel nostro contesto sarebbe da interpretare come conoscenza garantita nelle sue “verità”,sempre con i limiti che ha tale termine, anche alla luce del fallibilismo del '900.
Penso che il concetto di “sapere” ,correlato a ragione,onestà intellettuale, ecc. si acquisisca più per un fortunato ambiente familiare mentre quello di “cultura” da vari contesti dove è possibile e giusto assecondare le proprie inclinazioni.

Alte prospettive che espandono il sapere derivano dalle scienze umane e sociali. In prevalenza sono discipline dello spirito che colgono eventi specifici e singolari a differenza delle scienze della natura fondate su leggi generali confutabili da esperimenti (falsificabilità) tuttavia parimenti necessarie per una conoscenza di tipo comprensivo, interpretativo, e verosimile anche se non scientifico.

“Cultura” e “sapere” furono sempre osteggiati da certe ideologie che basavano il loro potere sulla non conoscenza e sulla mancanza di senso critico, sulle supine adesioni alle suggestioni manipolatorie a la massa è particolarmente vulnerabile. La storia si ripete in forma più sottili e mascherate, anche se non si arriverà mai (spero) ai pubblici roghi di libri “proibiti per immunizzare la nazione dai veleni di chi dissente. Goebbels fu un ministro nazista che avrebbe sparato (“Quando sento parlare di cultura la mano mi corre alla fondina della pistola ...”) a quel “sapere”( la piattezza di un' erudizione è piuttosto innocua, e forse anche di una cultura non più che tanto combattiva e critica) portatore di intenti veritieri, morali e lucidamente giudicanti,che ha un corrispondente effetto anche sul comportamento e sull'azione e che non si lascia prevaricare.
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