Citazione:
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Originalmente inviato da z4nz4r0
Abbiamo il termine ‘giustificazione’ il problema è definire qualcosa di rilevante o qualche concetto ben utilizzabile che tale termine può prestarsi a rappresentare.
[…]
(So bene, Epicurus, che ti risulta difficile digerire questo uso di ‘giustificazione’ dal tuo punto di vista; ma se non dai per scontato di sapere che cosa vuol dire ‘essere razionali’ forse alla fine non avrai bisogno di rimettere).
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Il fatto è che il concetto di “giustificazione epistemica” non è affatto un concetto nuovo, inoltre intuitivamente ha un significato ben preciso: giustificare una credenza consiste nel motivare perché si crede che tale credenza sia vera. La motivazione non deve essere psicologica (“mi fa stare bene”) ma neppure biologica (“la funzione cognitiva c ha prodotto tale credenza"), come tu sostieni.
Il concetto è normativo, ci sono standard da seguire, errori da evitare, prove da raccogliere, contraddittori da affrontare. E' questo che intendevo quando ho scritto l'ultima parte del mio intervento:
Citazione:
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Originalmente inviato da epicurus
Se a prima vista l’esternalismo sembra legittimo o addirittura affascinante, ha il grande difetto che rende la giustificazione qualcosa di assolutamente inconoscibile e misteriosa per l’uomo. Come posso giustificare, infatti, la credenza “tale processo è affidabile”? La risposta corretta e ovvia è che si cercano ragioni a favore di tale credenze e ragioni contro e si verifica quale parte ha maggior forza. Ma questo approccio non ha senso per l’esternalista. Come si è visto nel CASO A e nel CASO B, per l’esternalista non sono minimamente importanti le prove a favore o a sfavore di una tesi, l’importante è che il processo che porta a credere a tale tesi sia affidabile! Io posso credere alle teorie più incredibili possibili e se qualcuno mi chiedesse “ma che prove hai a sostegno di ciò?” potrei rispondere tranquillamente “nessuna, embè?!”. Per l’esternalismo il contraddittorio personale ed interpersonale è irrilevante.
Mi pare che tutto questo sia insostenibile. Valute prove e controprove e su questo basare le ragioni o contro-ragioni per le proprie credenze è la parte centrale della giustificazione epistemica, cioè della razionalità. Inoltre, mi pare che la giustificazione epistemica sia un concetto (almeno in parte) normativo, essendo legata alla responsabilità intellettuale. Se uno scienziato continua a collezionare prove a favore di una ipotesi I, egli ha un obbligo intellettuale di seguire tali prove e credere in accordo con esse. Tuttavia, solo se un soggetto ha un controllo sulla formazione delle proprie credenze, accettandone di nuove o rigettandone di vecchie se si accumulano sufficienti prove, si può parlare di responsabilità intellettuale. Questa concezione ha senso solo entro una teoria internalista della giustificazione, mentre nell’esternalismo non v’è spazio per le prove.
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Che senso ha avere una giustificazione epistemica che non ci permette concretamente di distinguere credenze giustificate da credenze ingiustificate? Che non considera se un agente è o meno responsabile intellettualmente? Che non incita all'autocritica e alla continua ricerca di nuove prove o nuove argomentazioni? Non ha nessun senso.
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Originalmente inviato da z4nz4r0
Tra l’altro le condizioni dello stesso Platinga sono proposte (dalla citazione) come sufficienti ma non come necessarie (e già questo basterebbe a delegittimare i contro esempi proposti, quello sull’anomala generazione di Virginia e quello sui gemelli autistici).
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Sì, perché Plantinga era interessato a concludere che la fede cristiana è giustificata e per questo è sufficiente che la sua teoria sia una condizione sufficiente. Ma anche tu proponi il funzionalismo proprio solo come condizione sufficiente?
Citazione:
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Originalmente inviato da z4nz4r0
Una credenza è giustificata se è prodotta dalla funzione propria (dunque adattiva) di 'facoltà' cognitive che lavorano nell'ambiente che, in un certo senso, le ha generate (ambiente sul quale esse si sono formate/evolute).
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‘Normalmente’ (poiché anche qui si tratta di un ragionamento abduttivo) se una credenza è adeguata allora è l’output di processi (‘cognitivi’) adatti (e adattanti o adattivi se preferite). Viceversa l’output di processi che sono quel che sono in funzione dell’ambiente al quale ‘orchestralmente’ rispondono è funzionale proprio per la sua natura, ed è in ragione di ciò che io lo dichiaro “giustificato” – usando questa parola per distinguere un concetto che mi sembra utile, rilevante e con il pregio di essere chiaro; e quindi usandola nel modo più funzionale.
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Mi pare che, oltre ad “adattamento” e “funzionamento”, anche il concetto di “ambiente” è cruciale e problematico alla tua teoria. Infatti, da un certo punto di vista, l'ambiente in cui viviamo è radicalmente cambiato rispetto all'ambiente in cui per la maggior parte del tempo l'uomo si è evoluto. Ora l'uomo si muove in ambienti intellettuali ignoti ai nostri antenati. In particolare, le nostre facoltà non si sono sviluppate in questioni complesse e astratte, come può essere l'algebra o l'ingegneria meccanica.
Lo scienziato, il detective, il giudice, ma anche “l'uomo della strada” disinteressato e interessato a scoprire la verità su una questione importante, non si fida (o non dovrebbe fidarsi) delle proprie credenze generate “spontaneamente” dalle proprie facoltà. Le proprie facoltà vanno controllate, cioè si devono seguire delle procedure, è COME vanno usate le nostre facoltà la questione centrale.
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Originalmente inviato da z4nz4r0
Riguardo al contro esempio degli autistici, il fatto è che saper astrarre a colpo d’occhio il numero di molti fiammiferi ammucchiati a terra* (ovvero essere ‘coscienti’ di ‘questo numero’) non è normalmente una cosa così vantaggiosa da potersi considerare come un risultato di processi plasmati da pressioni evolutive. (Quindi direi piuttosto che l’autismo non è giustificato - secondo l’uso che propongo di questo termine – dall’evoluzione).
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Poniamo che io sia una persona non autistica, assolutamente normale sotto tutti gli altri aspetti, ma che possegga questo “superpotere”, cioè di contare infinitamente veloce una grande quantità di oggetti. All'inizio non mi fido, non credo di possedere tale potere, poi provo a fare qualche test e piano piano inizio a convincermente... poi magari mi faccio testare dal CICAP... se vedo che non ne sbaglio una, allora se vedo una barattolo di fagioli e vedo il numero “25307” allora sono giustificato a credere che tale barattolo contenga 25307 fagioli.