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Vecchio 03-06-2005, 08.32.46   #1 (permalink)
Ospite abituale
 
Data registrazione: 01-04-2004
Messaggi: 1,080
letteratura dell'inquietudine

Per i percorsi di un disagio da disarmonia con il mondo è significativo il periodo tra le due guerre di cui certi temi proseguono poi negli anni '50. Alcuni personaggi di un meditato novecento letterario sono isolati portavoce di una dissintonia nei confronti della realtà che li circonda e verso cui si sentono estranei o destinati alla resa.
La loro incapacità di vivere – allo stesso tempo esplicita critica sociale – proviene dalla coscienza dell'assurdità, dell'indifferenza del mondo e dell'impossibile riscatto dagli schemi imposti.
Ne esamino alcuni:
Arsenio, personaggio poetico emblematico del male di vivere, proiezione montaliana di una frattura con la realtà. In vana fuga da “una ghiacciata moltitudine di morti” in cui infine dolorosamente decidedi reintegrarsi. Lo stesso squallore di una folla d'individui impersonali e intercambiabili è raffigurato ne La città irreale di Eliot:
“Sotto la nebbia marrone d'un'alba d'inverno
la gente si riversava su London Bridge. Tanta ch'io
non avrei mai creduto che morte tanta n'avesse
disfatta”
Rappresentativi della “filosofia della crisi” sono Mersault (Lo straniero di Camus) e Roquentin ( La nausea di Sartre) che demistificano la commedia dei buoni sentimneti, l'inutlità dell'uomo e del mondo e l'irragionevolezza della vita.
Camus stesso descrive con efficacia la condizione umana nel Mito di Sisifo:
“La levata, il tram, le quattro ore d'ufficio o di officina, la colazione, il tram, le quattro ore di lavoro, la cena, il sonno e lo svolgersi del lunedì martedì mercoledì giovedì venerdì e sabato sullo stesso ritmo.”
Perchè questa ruotine fatta di automatismi? E una volta che si è diventati coscienti, che fare? Riadattarsi o adottare strategie?

Per Zeno (La coscienza di Zeno, Svevo) la vita è malattia. Dopo aver raggiunto una maggior consapevolezza si chiede se egli sia malato tra i normali o sano in una società malata.
Il Padre (Sei personaggi in cerca d'autore, Pirandello) si assilla per la non autenticità delle forme cristallizzate che imprigionano la Vita.

Per la standardizzazione di massa e l'assenza di dialogo se non nelle frasi ripetute e vuote di chi non sa più pensare indicherei Jonesco e la sua Cantatrice calva e per l'autoingannevole attesa del Nulla Beckett di Aspettando Godot e il Buzzati kafkiano del Deserto dei tartari.
Infine, per il presente discorso, sarebbe impossibile ignorare due illustri precursori:
Bartleby (Melville) scrivano che può permettersi di opporre un “preferirei di no” a ogni richiesta e Folantin di Alla deriva (Huysmanns) forse il primo errabondo del grigiore quotidiano.

Perchè rivaluterei tali classici? In questo terzo millennio all'insegna di una pervasiva omologazione culturale e dell'appiattimento nel thrash narrativo promosso dall'industria culturale sarebbero un antidoto agli attuali romanzi in classifica sia stranieri che italiani: artificiose imitazioni, sprimentazioni linguistiche, melensi sentimentalismi, ecc. non possono avere risonaze profonde, non rispecchiano l'attuale società e non fanno riflettere sulla vita.
arsenio is offline  
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