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Vecchio 11-06-2012, 09.31.10   #131
CVC
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Riferimento: Non Puo' Esistere Un Rimedio?

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Originalmente inviato da Giorgiosan
Rimane da chiedersi se il rimedio non sia davanti ai nostri occhi, conosciuto da tutti, conosciuto addirittura prima della riflessione critica e di ogni mitologia, dalle persone senza istruzione, come il mio mitico vicino, e dalle persone che hanno frequentato i libri. Credo proprio che l'unico farmaco senza controindicazioni, sia il voler bene, medicina da somministrare al prossimo ed a noi stessi.
Bisognerebbe metterlo a tema qualche volta, l'amore.
Per voler bene bisogna uscire dal proprio ego e concentrare l'attenzione su ciò che ci sta intorno.
Ma esortati dal motto "conosci te stesso" e dalla ricerca della verità dentro di noi proclamata da Socrate, è giusto volere il bene degli altri prima di aver compreso quale sia in effetti questo bene?
E' più giusto dare un pesce a chi ha fame o insegnargli a pescare? Se insegno agli altri a pescare posso sfamarli per tutta la vita invece che per un solo giorno. Ma per insegnare agli altri devo prima imparare io.
Non credo esista un rimedio anteriore alla riflessione critica a meno che ci si dimentichi della nostra natura umana che vive in una realtà che si costruisce da sè adattando e riorganizzando di continuo la propria percezione.
__________________
Per me tutta la vita è un inganno, mostrane le menzogne, riconducila alla verità se hai acume.
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Vecchio 11-06-2012, 15.46.28   #132
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Riferimento: Non Puo' Esistere Un Rimedio?

Citazione:
Originalmente inviato da CVC
Per voler bene bisogna uscire dal proprio ego e concentrare l'attenzione su ciò che ci sta intorno.
Ma esortati dal motto "conosci te stesso" e dalla ricerca della verità dentro di noi proclamata da Socrate, è giusto volere il bene degli altri prima di aver compreso quale sia in effetti questo bene?
E' più giusto dare un pesce a chi ha fame o insegnargli a pescare? Se insegno agli altri a pescare posso sfamarli per tutta la vita invece che per un solo giorno. Ma per insegnare agli altri devo prima imparare io.
Non credo esista un rimedio anteriore alla riflessione critica a meno che ci si dimentichi della nostra natura umana che vive in una realtà che si costruisce da sè adattando e riorganizzando di continuo la propria percezione.

Se un affamato bussa alla mia porta non dovrei perdere tempo nell'insegnarli a pescare ma dovrei dargli un pesce per sfamarsi.
Questo mi chiede e questo gli offro.
Quello di cui ha bisogno è mangiare non apprendere.
Non posso pretendere di risolvere il problema della sua sussistenza quando è affamato.
Capovolgerei il senso della metafora: quando uno ha fame dagli da mangiare
non fargli scuola.
Cercare di prevenire le carestie, la siccità, le malattie, la fame e la sete invece coincide con l'apprendimento di tecniche adeguate.
Quando le popolazioni del Sahel sono stremate che senso ha mandare dei funzionari dell'ONU ad organizzare scuole? Quello che è richiesto è spedire quanto prima sacchi di vettovaglie ed è quello che fa e che dovrebbe fare con assai maggior generosità. Certo che per insegnare bisogna conoscere.
Il sapere tecnico, la tecnica benedetta allevia la fatica dell'essere umano, la sua applicazione di fatto previene le carestie, costruisce le protesi, produce energia utilizzabile, crea gli strumenti per "scovare" bacilli e virus e sa produrre il farmaco e il rimedio. Troppo lungo elencare i benefici apportati dalla tecnica a partire dalla fabbricazione della prima rudimentale zappa.

Purtroppo, l'essere umano può usare una zappa anche per sfasciare la testa al suo prossimo. La tecnica di per sè non e buona nè cattiva, né utile né disutile, né costruttrice nè distruttrice: è uno strumento.

C'è qualcuno che può dire di conoscersi compiutamente nel senso socratico? Può essere ma non mi sembra obiettivo così facile da raggiungere né un obiettivo che si raggiunga istantaneamente.

Il rimedio del volere bene è conosciuto da sempre: lo conosce una madre che allatta al seno la sua creatura e la creatura che quel bene riceve. Lo conosce da sempre il padre o la madre che procura il sostentamento alla sua famiglia, chi si sacrifica oltre che per sé anche per gli altri.
Le carezze, gli abbracci, il bacio, la mano tesa in segno di amicizia, l'ospitalità, la solidarietà sono manifestazioni antecedenti di gran lunga la fase del pensiero critico, inteso come periodo storico puntuale.

Dici che per insegnare bisogna conoscere: siamo tutti maestri e siamo tutti allievi, vicendevolmente. Ognuno consapevolmente o meno insegna sempre quello che sa ed ognuno che ami la verità consapevolmente o meno la raccoglie sempre.

Questa è la mia opinione.


Concludo con una espressione che non è filosofica, che non posso dimostrare in alcun modo: l'amore è più forte della morte.
__________________
ut unum sint
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Vecchio 11-06-2012, 23.15.47   #133
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Riferimento: Non Puo' Esistere Un Rimedio?

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Originalmente inviato da jador
Qualora la ricerca approdasse alla verità, siamo sicuri che l'umanità placherebbe la sua angoscia se quella verità non fosse quella sperata?

Nietzsche diceva che la verità non è mai bella. Diceva di non fidarsi di chi metteva sullo stesso piano bellezza e verità. A livello anche meramente psicologico facciamo fatica ad accettare certe verità riguardo noi stessi e costruiamo infinite difese razionali proprio per non soccombere all'angoscia.
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Vecchio 12-06-2012, 08.33.45   #134
CVC
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Riferimento: Non Puo' Esistere Un Rimedio?

Citazione:
Originalmente inviato da Giorgiosan
Se un affamato bussa alla mia porta non dovrei perdere tempo nell'insegnarli a pescare ma dovrei dargli un pesce per sfamarsi.
Questo mi chiede e questo gli offro.
Quello di cui ha bisogno è mangiare non apprendere.
Non posso pretendere di risolvere il problema della sua sussistenza quando è affamato.
Capovolgerei il senso della metafora: quando uno ha fame dagli da mangiare
non fargli scuola.
Cercare di prevenire le carestie, la siccità, le malattie, la fame e la sete invece coincide con l'apprendimento di tecniche adeguate.
Quando le popolazioni del Sahel sono stremate che senso ha mandare dei funzionari dell'ONU ad organizzare scuole? Quello che è richiesto è spedire quanto prima sacchi di vettovaglie ed è quello che fa e che dovrebbe fare con assai maggior generosità. Certo che per insegnare bisogna conoscere.
Il sapere tecnico, la tecnica benedetta allevia la fatica dell'essere umano, la sua applicazione di fatto previene le carestie, costruisce le protesi, produce energia utilizzabile, crea gli strumenti per "scovare" bacilli e virus e sa produrre il farmaco e il rimedio. Troppo lungo elencare i benefici apportati dalla tecnica a partire dalla fabbricazione della prima rudimentale zappa.

Purtroppo, l'essere umano può usare una zappa anche per sfasciare la testa al suo prossimo. La tecnica di per sè non e buona nè cattiva, né utile né disutile, né costruttrice nè distruttrice: è uno strumento.

C'è qualcuno che può dire di conoscersi compiutamente nel senso socratico? Può essere ma non mi sembra obiettivo così facile da raggiungere né un obiettivo che si raggiunga istantaneamente.

Il rimedio del volere bene è conosciuto da sempre: lo conosce una madre che allatta al seno la sua creatura e la creatura che quel bene riceve. Lo conosce da sempre il padre o la madre che procura il sostentamento alla sua famiglia, chi si sacrifica oltre che per sé anche per gli altri.
Le carezze, gli abbracci, il bacio, la mano tesa in segno di amicizia, l'ospitalità, la solidarietà sono manifestazioni antecedenti di gran lunga la fase del pensiero critico, inteso come periodo storico puntuale.

Dici che per insegnare bisogna conoscere: siamo tutti maestri e siamo tutti allievi, vicendevolmente. Ognuno consapevolmente o meno insegna sempre quello che sa ed ognuno che ami la verità consapevolmente o meno la raccoglie sempre.

Questa è la mia opinione.


Concludo con una espressione che non è filosofica, che non posso dimostrare in alcun modo: l'amore è più forte della morte.
Il "rimedio del voler bene" può essere attuato solo restringendo il proprio ego. Purtroppo lo stile di vita attuale ci condiziona a concentrarsi sempre più su noi stessi e vivendo nel nostro ego è come se per noi gli altri non esistessero. La nostra umanità si risveglia solo di fronte a fatti estremi come calamità naturali, omicidi efferati verso innocenti, guerre sanguinarie, malattie atroci.
Qualcuno disse che le generazioni migliori sono quelle che hanno succeduto le più grandi catastrofi, la consapevolezza della drammaticità della vita in qualche modo ci rende migliori.
E' difficile mantenere vivi i sentimenti di umanità e solidarietà ereditati da uno stile di vita "paesana"- dove le persone vivevano a stretto contatto fra loro e il darsi una mano era un fatto del tutto naturale- in un conteso di vita dove per andare avanti devi lavorare ed il posto di lavoro è visto come una competizione. Oggi si è costretti a recarsi sul luogo di lavoro non con l'intento di svolgere bene la propria mansione ma con quello di doverla svolgere meglio di come la farebbe un altro che potrebbe essere al nostro posto. Siamo inseriti in un contesto di competitività costante che a partire dalla vita lavorativa si estende a tutte le altre sfere. Anche quando compriamo qualcosa vogliamo che sia esclusivo cadendo nel paradosso citato da Watzlawick, come può qualcosa essere esclusivo nel momento in cui viene offerto a tutti?
Paradossi del linguaggio a parte sarebbe ora di chiedersi dove può condurci questo individualismo di cui, credo, siamo a malapena coscienti.
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Vecchio 12-06-2012, 14.33.06   #135
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Originalmente inviato da imperator87
Nietzsche diceva che la verità non è mai bella. Diceva di non fidarsi di chi metteva sullo stesso piano bellezza e verità. A livello anche meramente psicologico facciamo fatica ad accettare certe verità riguardo noi stessi e costruiamo infinite difese razionali proprio per non soccombere all'angoscia.
Ovvio che una verità assoluta non esiste anche perchè il "tutto" è sempre un divenire e noi stessi, nel continuo scoprire spicchi di verità o non verità, contrinbuimo al cambiamento. Lo stesso universo è in continua evoluzione o involuzione... per cui non si puo' parlare di verità assoluta, che sarebbe statica, ma di "verità in cambiamento".
Ma, diversamnte di Nietzsche, che nulla sapeva circa la bellezza di una verità, per sua amissione, a lui sconosciuta, io direi invece, da quei pochi indizi che pure mi giungono...che la verità, se esistesse, sarebbe bellissima...come sono belli, in effetti, gli spizzichi di verità che intravediamo.

Quanto alla ipotetica angoscia che l'aspirazione al conoscere ed il conoscere stesso, darebbero all'umnità, indaghiamo sulla possibile angoscia che potrebbe aver pervaso e pervadere i grandi scienziati proprio per il loro sapere: cito a caso senza alcuna pretesa di ordine per importanza relativa: Dulbecco, Dirac, Einstein, Maxwell, Zichichi, Hack, Stephen Hawking, ecc...
Cito scienziati eclatanti, come migliaia e migliaia di altri, che certamente sapevano, cercavano, cercano e sanno assai più della media degli orsi e della umanità intera: ci consta che costro fossero e siano pervasi da angoscia e infelicità come logicamnte dovrebbero?

Non mi pare... è piuttosto vero il contrario! Erano e sono più felici della media degli HSS!...la stessa Rita Levi Montalcini (103 anni), premio Nobel, è ancora attiva e pervasa dal desiderio di sempre più cercare e sapere e conoscere ...non dall'angoscia "dell'essere cercante e conoscente".

Certo non si può essere sicuri di nulla, ma direi che se per qualcosa l'umanità è angosciata non è per il pericolo di conoscere la verità come avrebbe potuto supporre Nietche o suppone Severino. Anzi...per il contrario!...per il troppo poco sapere!

Andiamo, infatti, a chiedere ai terremotati d'Emilia se la loro angoscia stia nella ricerca o nella troppa sapienza...
...risponderrebbero che sì l'angoscia terribile sta prorio nel sapere o non sapere mai, ad ogni momento, se la terra sprofonda, o non sprofonda, in questo momento o se aspettiamo domani...nella ricerca continua di questo sapere!

Che poi costruiamo, col nostro stesso cervello, difese contro i mali pensieri tipo il continuamente chiedersi se finirà, è effettivamente vero tanto che, per non pensarci, giochiamo più del solito a ramino o facciamo grandi tombolate sotto i tendoni che così grandi non s'erano mai viste.
Se poi nemmeno questo toglie l'angoscia e la depressione profonda, consiglierei un prozac prima di dormire...se è un dormire.

Ma il sapere o non sapere in generale, la verità "vera del tutto" cercata, attesa o completamente nota,...ecco tutto questo, sembra proprio che con l'angoscia della umanità non ci abbia a che fare,.... Ammesso anche che l'umanità ci abbia l'angoscia.

Ecco, per me è un mistero il fatto che ogni tanto nella storia del sapere filosofico vengano fuori studiosi o filosofi eccelsi che propongono le cause dell'angoscia della umanità...senza manco verificare se veramente questa angoscia esista o l'umanità sia angosciata di suo.
Il bello che difficilmente a noi viene il sospetto che siano loro stessi, i particolari filosofi, i depressi angosciati da sottoporre ad analisi e non l'umanità!

Ripeto ancora ...certo c'è sempre qualcuno che l'angoscia la sente e la soffre, ma accertato che la loro zona non è terremotata, guerreggiata o che la borsa non è in caduta libera...consiglierei di mandarli in analisi!
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Vecchio 12-06-2012, 18.28.36   #136
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Riferimento: Non Puo' Esistere Un Rimedio?

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Originalmente inviato da Giorgiosan
Rimane da chiedersi se il rimedio non sia davanti ai nostri occhi, conosciuto da tutti, conosciuto addirittura prima della riflessione critica e di ogni mitologia, dalle persone senza istruzione, come il mio mitico vicino, e dalle persone che hanno frequentato i libri. Credo proprio che l'unico farmaco senza controindicazioni, sia il voler bene, medicina da somministrare al prossimo ed a noi stessi.
Bisognerebbe metterlo a tema qualche volta, l'amore.
[…]
A proposito di nichilismo ... per Severino anche l'amore è nichilismo

E quindi anche l’amore per la verità, e cioè il senso stesso di dialogare su questo forum. Ma se tutto ciò non fosse spiegato adeguatamente, si concluderebbe che ad esempio, essendo il sottoscritto d’accordo col Nostro per tutte le ragioni che adduce, mi contraddirei continuando a dialogare sul forum. Naturalmente non è così perché Severino non parla propriamente dell’amore, ma della persuasione, dell’ipotesi, della congettura, dell’interpretazione, della fede, dell’errore, dell’impossibilità, ecc. ecc., in cui consiste l’amore. E’ la fede nell’amore, ossia l’amore come significato controvertibile, che per Severino esiste, non l’amore come significato pacificamente evidente. L’amore è una volontà, una tensione, una forza, un’intenzionalità, una progettualità, una potenzialità, perché certamente non è una constatazione di ragionamenti o di stati di fatto, cioè una pura e semplice presa d’atto di ciò che già esiste ed è inemendabile. Ed essendo ogni volontà una fede, cioè essendo la contraddittoria fede che qualcosa sia reale anche se non è reale perché è appunto oggetto di progettualità, ogni volontà è nella prospettiva dell’ipoteticità, dell’errore, di ciò che non appare evidente né in maniera immediata né in maniera mediata, perché nell’ipoteticità la realtà (e quindi la verità) dell’oggetto è per definizione mancante. Nel bel video che hai segnalato, l’amore viene rivelato per quello che è, cioè una specificazione della volontà di morte, in quanto necessità di volere che muoia qualcosa per realizzare il suo scopo. Nel video si dice che nell’atto di creazione si crede di vedere meno morte che nell’atto di distruzione, quando invece, come tutti possono convenire, si tratta dello stesso atto. Si può aggiungere che anche quando sia ama qualcuno si possiede una volontà di morte (o meglio è la volontà a possedere noi, ma è da spiegare a parte) diretta verso chi si ama, perché anche se si volesse la sua preservazione da ogni pericolo, o se si volesse il contenuto della sua stessa volontà, in quanto volontà sempre nostra la nostra volontà non può essere insieme volontà altrui. E questo lo si vede spesso tristemente quando l’equivoco cui fa capo la persuasione di identificare due o più volontà, talvolta si scioglie innescando il conflitto. Ma nel mio discorso, ogni prospettiva psicologica, essendo incapace di fondare se stessa per l’impossibilità di ammettere che anche le sue verità sono frutto di stati psicologici, è destituita di fondamento, e quindi non è della volontà e dell’amore in senso psicologico che sto parlando, e sarebbe un equivoco accostare alcune di queste tesi a quelle ad esempio di tipo psicanalitico. Sto parlando della volontà come persuasione esistente, reale, concreta, dell’impossibile, ipotetico, progettuale, far diventare altro le cose, che accade necessariamente e che quindi non è libera di essere pensata o meno, e non si risolve agendo liberamente attraverso un pensare alternativo.

Un esempio preso da una famosa storia d'amore. Dio vuole salvare l’uomo appunto perché all’uomo non spetta di diritto la salvezza. Essa è un dono, l’elargizione magnanima di una volontà libera. Ma una salvezza siffatta, cioè voluta, è il peggior male per l’uomo perché è appunto ciò che non può coincidere con la sua volontà umana se non come coincidono necessariamente per equivoco le volontà di due amanti, o due qualsiasi contraenti di un patto. Dio, amando l’uomo, proprio per questo più in profondità lo odia, vuole ucciderlo. Dio possiede una volontà certamente diversa da quella del serpente, ma sia Dio che il serpente sono d’accordo su qualcosa di ben più fatale che precede e sta a fondamento dei progetti futuri di Dio (o del serpente) per la salvezza (o la perdizione) dell’uomo dopo il peccato: Adamo è polvere, un burattino di terra rossa (adam = terra rossa) che di per sé è già cadavere (cioè caduto, secondo l’etimologia) ancora prima di peccare, ed assume la vita solo per mezzo di un intervento esterno che è semplicemente, e non può non essere, un atto di violenza per la sua natura di aggregato passivo di fango. Adamo si fa convincere a mangiare il frutto proibito della conoscenza nel momento stesso in cui coglie la contraddizione di un Dio che da un lato gli dà la vita, dall’altro, togliendogli la conoscenza, gli toglie la sicurezza di possedere innanzitutto realmente e a lungo quella vita. Cioè capisce che la sua volontà umana non può coincidere con quella divina se non sulla base di una fede, un equivoco. E quindi preferisce disubbidire a Dio che vivere eternamente nello strazio angoscioso del dubbio. Ma sarebbe da ingenui credere ad un Dio ingiusto, perché se l’uomo è polvere e, considerato per sé, non merita la salvezza, allora se viene trattato da polvere non si fa altro che rendergli giustizia. Eppure, se l’uomo è quell’essere che è condizione affinché appaiano, in maniera non equivoca e assolutamente vera, (le interpretazioni in cui constistono) le vicende di un Dio, del peccato e della storia della salvezza, ecc. ecc., allora non può coincidere con quella polvere, ma per ciò stesso si trova almeno per qualità, ancorché non per quantità, all’altezza di Dio stesso. Se poi ogni Dio è una forma del nichilismo, allora l’uomo non è a pari, ma la verità di quella forma.

Tanto si deve dire per il versante “logico” riguardante la contraddittorietà della proposta dell’amore come rimedio ai mali della civiltà. Per quanto riguarda invece il versante “fenomenologico”, che l’esperienza storica abbia mostrato come l’amore non abbia mai funzionato nonostante un coinvolgimento spirituale e materiale tale da istituire religioni e complessi apparati organizzativi finalizzati precipuamente al suo raggiungimento, è sotto gli occhi di tutti. Ed è certamente un’obiezione peregrina quella che consisterebbe nel pio credere che debba essere comunque fatta salva la bontà dell’intenzione difronte alla malvagità umana che ha sempre tradito l’ideale. Non sarà che il tradimento dell’ideale non è affatto casuale? Non sarà che il difetto sta proprio nel manico, cioè nell’ideale?

Saluti.
il Seve is offline   Rispondi quotandoRispondi quotando
Vecchio 13-06-2012, 16.09.33   #137
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Il "rimedio del voler bene" può essere attuato solo restringendo il proprio ego. Purtroppo lo stile di vita attuale ci condiziona a concentrarsi sempre più su noi stessi e vivendo nel nostro ego è come se per noi gli altri non esistessero. La nostra umanità si risveglia solo di fronte a fatti estremi come calamità naturali, omicidi efferati verso innocenti, guerre sanguinarie, malattie atroci.
Qualcuno disse che le generazioni migliori sono quelle che hanno succeduto le più grandi catastrofi, la consapevolezza della drammaticità della vita in qualche modo ci rende migliori.
E' difficile mantenere vivi i sentimenti di umanità e solidarietà ereditati da uno stile di vita "paesana"- dove le persone vivevano a stretto contatto fra loro e il darsi una mano era un fatto del tutto naturale- in un conteso di vita dove per andare avanti devi lavorare ed il posto di lavoro è visto come una competizione. Oggi si è costretti a recarsi sul luogo di lavoro non con l'intento di svolgere bene la propria mansione ma con quello di doverla svolgere meglio di come la farebbe un altro che potrebbe essere al nostro posto. Siamo inseriti in un contesto di competitività costante che a partire dalla vita lavorativa si estende a tutte le altre sfere. Anche quando compriamo qualcosa vogliamo che sia esclusivo cadendo nel paradosso citato da Watzlawick, come può qualcosa essere esclusivo nel momento in cui viene offerto a tutti?
Paradossi del linguaggio a parte sarebbe ora di chiedersi dove può condurci questo individualismo di cui, credo, siamo a malapena coscienti.

Forse potrebbe interessarti il pensiero del filosofo Ludwig Binswanger che prende le categorie della sua fenomenologia da Heidegger, per il pensiero del quale, dice, si è aperta la strada all’antropologia.
Essere nel mondo significa essere con le altre esistenze. Considera l’amore la forma più eminente nella quale si manifesta il ci dell’esser-ci, la sua originale e autentica apertura.
L’essere-se-stesso dell’amore, l’ipseità dell’amore, è un noi non un io.
Scrive: “L’immotivazione dell’amore, che alla ragione appare come irragionevolezza, è proprio il suo fondo, la sua ragione e la sua giustificazione”.

Per Binswagen l’amore ha una priorità ontologica sulla morte, morte che per Heidegger era, invece, il senso determinante dell’esistenza.

Il potere eternizzante dell’amore elimina l’antitesi presente-assente perché ciascuno può morire solo come individuo, ma non come Tu per l’Altro. “ Il noi dell’amore è così pienamente e globabalmente essente che ogni piccola specificazione, anche negativa come il dolore e la morte, perde il suo senso perché ciò che ci riempie è solo amore, l’amore in quanto tale.”
(Da una sintesi di U.Galimberti).
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Vecchio 13-06-2012, 22.28.10   #138
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Riferimento: Non Puo' Esistere Un Rimedio?

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Ovvio che una verità assoluta non esiste anche perchè il "tutto" è sempre un divenire e noi stessi, nel continuo scoprire spicchi di verità o non verità, contrinbuimo al cambiamento. Lo stesso universo è in continua evoluzione o involuzione... per cui non si puo' parlare di verità assoluta, che sarebbe statica, ma di "verità in cambiamento".
Ma, diversamnte di Nietzsche, che nulla sapeva circa la bellezza di una verità, per sua amissione, a lui sconosciuta, io direi invece, da quei pochi indizi che pure mi giungono...che la verità, se esistesse, sarebbe bellissima...come sono belli, in effetti, gli spizzichi di verità che intravediamo.

Quanto alla ipotetica angoscia che l'aspirazione al conoscere ed il conoscere stesso, darebbero all'umnità, indaghiamo sulla possibile angoscia che potrebbe aver pervaso e pervadere i grandi scienziati proprio per il loro sapere: cito a caso senza alcuna pretesa di ordine per importanza relativa: Dulbecco, Dirac, Einstein, Maxwell, Zichichi, Hack, Stephen Hawking, ecc...
Cito scienziati eclatanti, come migliaia e migliaia di altri, che certamente sapevano, cercavano, cercano e sanno assai più della media degli orsi e della umanità intera: ci consta che costro fossero e siano pervasi da angoscia e infelicità come logicamnte dovrebbero?

Non mi pare... è piuttosto vero il contrario! Erano e sono più felici della media degli HSS!...la stessa Rita Levi Montalcini (103 anni), premio Nobel, è ancora attiva e pervasa dal desiderio di sempre più cercare e sapere e conoscere ...non dall'angoscia "dell'essere cercante e conoscente".

Certo non si può essere sicuri di nulla, ma direi che se per qualcosa l'umanità è angosciata non è per il pericolo di conoscere la verità come avrebbe potuto supporre Nietche o suppone Severino. Anzi...per il contrario!...per il troppo poco sapere!

Andiamo, infatti, a chiedere ai terremotati d'Emilia se la loro angoscia stia nella ricerca o nella troppa sapienza...
...risponderrebbero che sì l'angoscia terribile sta prorio nel sapere o non sapere mai, ad ogni momento, se la terra sprofonda, o non sprofonda, in questo momento o se aspettiamo domani...nella ricerca continua di questo sapere!

Che poi costruiamo, col nostro stesso cervello, difese contro i mali pensieri tipo il continuamente chiedersi se finirà, è effettivamente vero tanto che, per non pensarci, giochiamo più del solito a ramino o facciamo grandi tombolate sotto i tendoni che così grandi non s'erano mai viste.
Se poi nemmeno questo toglie l'angoscia e la depressione profonda, consiglierei un prozac prima di dormire...se è un dormire.

Ma il sapere o non sapere in generale, la verità "vera del tutto" cercata, attesa o completamente nota,...ecco tutto questo, sembra proprio che con l'angoscia della umanità non ci abbia a che fare,.... Ammesso anche che l'umanità ci abbia l'angoscia.

Ecco, per me è un mistero il fatto che ogni tanto nella storia del sapere filosofico vengano fuori studiosi o filosofi eccelsi che propongono le cause dell'angoscia della umanità...senza manco verificare se veramente questa angoscia esista o l'umanità sia angosciata di suo.
Il bello che difficilmente a noi viene il sospetto che siano loro stessi, i particolari filosofi, i depressi angosciati da sottoporre ad analisi e non l'umanità!

Ripeto ancora ...certo c'è sempre qualcuno che l'angoscia la sente e la soffre, ma accertato che la loro zona non è terremotata, guerreggiata o che la borsa non è in caduta libera...consiglierei di mandarli in analisi!

Per me la verità riguarda la questione del senso. La verità che non esiste una trascendenza, che non esiste un senso ultimo delle cose e che la vita è essenzialmente insensata mi angoscia. La curiosità che può avere uno scienziato verso i fenomeni, verso il mondo è una cosa che non tocca la questione del senso. E' bellissimo l'amore per la conoscenza e per il sapere, ma questo non colma quel vuoto (di senso) che è la vita.
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Vecchio 14-06-2012, 12.19.11   #139
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Forse potrebbe interessarti il pensiero del filosofo Ludwig Binswanger che prende le categorie della sua fenomenologia da Heidegger, per il pensiero del quale, dice, si è aperta la strada all’antropologia.
Essere nel mondo significa essere con le altre esistenze. Considera l’amore la forma più eminente nella quale si manifesta il ci dell’esser-ci, la sua originale e autentica apertura.
L’essere-se-stesso dell’amore, l’ipseità dell’amore, è un noi non un io.
Scrive: “L’immotivazione dell’amore, che alla ragione appare come irragionevolezza, è proprio il suo fondo, la sua ragione e la sua giustificazione”.

Per Binswagen l’amore ha una priorità ontologica sulla morte, morte che per Heidegger era, invece, il senso determinante dell’esistenza.

Il potere eternizzante dell’amore elimina l’antitesi presente-assente perché ciascuno può morire solo come individuo, ma non come Tu per l’Altro. “ Il noi dell’amore è così pienamente e globabalmente essente che ogni piccola specificazione, anche negativa come il dolore e la morte, perde il suo senso perché ciò che ci riempie è solo amore, l’amore in quanto tale.”
(Da una sintesi di U.Galimberti).

Mi sembra che ci sia un grosso equivoco. Per quanto lo psichiatra Binswanger dissenta da Heidegger su “la forma più eminente nella quale si manifesta il ci dell’esser-ci”, intendendola come amore e non come cura così come appunto in Heidegger, rimane che si ispira alla fenomenologia, e inoltre accolga quella particolare versione della fenomenologia presente appunto in Heidegger. Ora, per la fenomenologia (e per Heidegger), l’altro, il nostro prossimo, non è una dato fenomenologico, e quindi rimane un’ipotesi. Nella quinta delle “Meditazioni cartesiane”, Husserl afferma che l’altro non si può cogliere originalmente, cioè come dato dell’esperienza, ma si può cogliere come oggetto dell’intenzione che si rivolge appunto verso l’altro. Ma, ancorché rimanga fermo che per la fenomenologia ogni dato si presenta sempre all’interno di un’intenzionalità, l’intenzionalità in quanto tale rimane, per la fenomenologia, una condizione necessaria ma non sufficiente dell’incontrovertibilità, della verità, della realtà, dell’oggetto dell’intenzione. Se l’intenzionalità, che è una proprietà “interna” all’io, fosse una condizione sufficiente, ogni suo contenuto porrebbe per ciò stesso l’affermazione di qualcosa di “esterno” all’io. E quindi pensando tutto e il contrario di tutto, lo si renderebbe reale. In Heidegger, l’esserci è un io storico e intrascendibile, e la sua “proprietà” dell’essere-con specifica il legame dell’io ad ipotetici altri io. Infatti Heidegger non ha mai presentato alcuna dimostrazione dell’esistenza dell’altro, ma ha solo specificato che una delle modalità esistenziali dell’esserci, ancorché fondamentale, è il tenere sempre conto della fede negli altri io per comportarsi di conseguenza. Inoltre, altro equivoco, l’analitica esistenziale di Heidegger vorrebbe, almeno nell’intenzione, porsi sul piano fenomenologico. Questo vuol dire che come l’analisi registra determinate possibilità dell’esserci, così potrebbe, in altro momento, registrarne altre opposte alle prime. E’ vero che è necessario cogliere come dato fenomenologico ciò che si dà nella presenza e nella stretta misura del modo in cui si dà, ma non è necessario che ciò che si dà, si dia sempre. Inoltre l’essere-con è una possibilità, e in Heidegger tutte le possibilità, tranne la morte, possono non verificarsi e non sono obbligate.

Quindi concludo che, oltre che per quanto specificato nel mio post precedente, l’amore non può essere preso come rimedio ai mali della civiltà, perché non c’è dimostrazione dell’esistenza dell’oggetto cui dovrebbe rivolgersi. L’etica occidentale è un’etica del “tu”, e, per esempio secondo Gesù o Kant, si compendierebbe nelle varie versioni della regola aurea. Ma l’etica fallisce anche, ma non solo, appunto perché non è possibile riconoscere l’evidenza di un “tu”, oltre che naturalmente riconoscerlo come un “io” che è sullo stesso piano del mio.

Saluti.
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Vecchio 14-06-2012, 20.13.31   #140
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Citazione:
Originalmente inviato da imperator87
Per me la verità riguarda la questione del senso.
La verità che non esiste una trascendenza, che non esiste un senso ultimo delle cose e che la vita è essenzialmente insensata mi angoscia.
Sarebbe come dire che il sapere che la notte è buia mi angoscia, per cui tengo sempre le luci accese a mi illudo che sia sempre giorno.
Forse la metafora non è proprio azzeccata, ma è qualcosa del genere.

Personalmente penso che la vita abbia senz’altro un senso, solo che non è quello cui pensi tu o che preferiresti.

Le religioni e le filosofie, fino a pochi secoli addietro e in parte anche oggi, ci hanno fatto credere, e ci fanno credere, che noi umani siamo una specie di semidei frutto di una qualche trascendenza a cui dobbiamo tornare.
Tutta una straordinaria filosofia e teologia ci si è costruita sopra a giustificare il nostro esserci.
Per chi ne ha fatto una cultura, un’etica ed una religione su cui costruire la propria Vision e se stesso è difficile staccarsene e la sola ipotesi è portatrice di angoscia e sconforto …di mancanza di senso...come s'usa dire...io direi di "scopo".

Infatti è del tutto plausibile e comprensibile che, a confronto, l’esistere attuale e futuro che le scienze, assieme al codazzo delle tecnologie, prospettano con la forza della logica, della sperimentazione e della dimostrazione matematica, appaia orrendamente insensato e quindi sia rigettato: sembra assurdo che si possano scambiare le meraviglie che il cielo,o l’essere dei filosofi, promettono…scambiare.. dicevo… con la materialità laboriosa, autoreferente, ma continuamente mutevole fra gioie e dolori e con futuro incerto e a scadenza, pur in un susseguirsi di generazioni.

Infine, diversamente dalla trascendenza sognata e agognata, il senso vero è proprio questo: riuscire da un lato a rendersi conto e accettare, anzi cercare indefinitamente, lavorare, pensare e costruire cultura ed etica attorno al fatto che non siamo che uno dei tanti meravigliosi fenomeni dell’universo…e magari, dall’altro lato, riuscire a conservare ancora l’orgoglio e la illusione di essere fenomeno abbastanza ben riuscito..tanto ben riuscito da riuscire, almeno i più filosofici e religiosi di noi, a rendere reale ciò che non lo è semplicemente perché lo desideriamo: il wishful thinking! …chè, diversamente, ne proveremmo angoscia.

Per quanto mi riguarda, e credo sia così per la gran parte degli HSS, Il fatto che esista o non esista una trascendenza (forse quella del tipo delle storie religiose) non mi tange…d’altre parte non mi preoccupo delle scoperte che ha fatto o farà la scienza…spero ne faccia tante a prescindere dal risultato: mi fa solo piacere e mi interessa che sempre più la scienza riesca a capire cosa è il mondo e con essa, anch’io potrò capire un minimo.

Certo che sarebbe preoccupante se si scoprisse, ad esempio, che il Sole ha in animo di lanciare quanto prima una tempesta magnetica fino a investire la terra: a quel punto sì, che l’angoscia del “sapere” avrebbe ragion d’essere.
Citazione:
La curiosità che può avere uno scienziato verso i fenomeni, verso il mondo è una cosa che non tocca la questione del senso.
Invece si: come ho detto, esiste anche il senso del lavoro e del pensare umano, delle ricerca e dell’autorealizzazione o del darsi da fare per sopravvivere nell’ambito di un’etica e di una cultura in continuo autocostruirsi…anzi è questo l’unico senso, non illusorio, possibile.
Citazione:
E' bellissimo l'amore per la conoscenza e per il sapere, ma questo non colma quel vuoto (di senso) che è la vita.
Ma proprio questo è la vita, cosciente o incosciente che sia: il perseguire continuamente l’amore, la conoscenza, l’autorealizzazione per ciascuno o l’etica per tutti ecc… o anche perseguire il contrario...come a qulcuno capita.

In definitiva il senso della vita è quello che ciascuno riesce a dargli in solitaria o in comunione. Non mi pare ci sia altro senso…ed è già molto.
In effetti chi veramnte persegue la scinza ad altro livello, scinziati e ricercatori di professione non sentono alcun vuoto: hanno una vita piena!

Geneticamente ogni vivente è predisposto al vivere facendo ed adattandosi, il resto di senso dobbiamo mettercelo noi.
Se non ne siamo capaci e ci pare che manchi, non lamentiamoci… è solo deficienza nostra…ma anche una questione di cultura perseguita e succhiata col latte della madre…per quanto vasta sia…la cultura, intendo, non la madre!

Concedo comunque che ognuno possa o debba perseguire la cultura o la Vision che più gli aggrada e che più gli dà soddisfazione…sia pure il bene della comunità…che tanto, se poi è una balla..un misunderstanding... uno non ha manco il tempo ed il modo per accorgersene.

Io, invece, mi accorgo che mentre tutti parlano pomposamente di “verità”, io parlo di conoscenza…come di un cantiere in continua costruzione ed elaborazione…come fosse, questo perseguire, il senso!
Sospetto, infatti, che la “verità” della filosofia o della teologia non esista….una specie di chimera che il passato ancora ci porta!
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