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 Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
 
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Vecchio 01-04-2012, 09.22.05   #1
Ospite
 
Data registrazione: 10-12-2011
Messaggi: 6
m. heidegger e l'etica dell'essenza

Nell’introduzione all’esserci, già in Essere e tempo, Heidegger sottolinea quanto la domanda «che cos’è l’uomo?» sia una domanda altrettanto ontologica sia nel senso che essa risulta essere l’unica fondazione autentica dell’analisi del problema dell’essere, sia nel senso che questa domanda si orienta, in modo originario, alla scoperta dell’essere e anche di ciò che noi stessi siamo, ponendo quindi in discussione la stessa immagine tradizionale dell’essere dell’uomo in direzione di una comprensione primaria dell’essere.
L’esserci heideggeriano è intimamente connesso con l’essere, e seguendo l’analitica esistenziale di Essere e tempo, troviamo che l’esserci comprende se stesso in base alla sua esistenza , cioè in base a una possibilità che ha di essere o non essere se stesso. ''Queste possibilità l’Esserci o le ha scelte da sé o è incappato in esse o è cresciuto già da sempre in esse. L’esistenza è decisa, nel senso del possesso o dello smarrimento, esclusivamente da ogni singolo Esserci''.
Che cosa decide ogni singolo esserci dunque? Decide se essere se stesso propriamente o, viceversa di smarrirsi, nella sua esistenza. La costituzione dell’esserci è dunque posta in modo da lasciare all’uomo la facoltà di potersi disinteressare della stessa questione dell’essere (essendo essa ciò che lo costituisce), al punto, per Heidegger, da poter dichiarare due modi di relazione con l'essere: quello autentico e quello inautentico . Questo anche se «l’esser-sempre-mio appartiene all’Esserci esistente come condizione della possibilità dell’autenticità e dell’inautenticità», appunto.
Tale analitica esistenziale viene condotta, e sempre più approfondita, seguendo le direttive ontologiche esistenziali e sotto la ‘guida’ della Seinsfrage, cioè di quella domanda che porterà, nella sua più radicale ricerca speculativa, al superamento della metafisica e dell’ontologia tradizionali, considerate da Heidegger forme di speculazione condotte in modo improprio fin dalla modalità stessa in cui viene posta la domanda sull'essere. In vista di tale radicalizzazione della domanda sull’essere è possibile azzardare che tale approfondimento della domada sull'essere e sull'uomo necessitavano di una differente disposizione nei confronti delle stesse tematiche in questione?
La ricerca ontologica heideggeriana si muoveva già sulla spinta di una considerazione del contemporaneo come di un momento in cui la nostra vera essenza era lontana, e che sia la domanda sull'essere - che automaticamente coivolgeva il rinnovare la domanda su chi sia l'uomo, necessitavano di una nuova disposizione, di un differente ethos, un differente atteggiamento verso tali questioni?
Tutto il contesto di tale speculazione era già incentrata anche su nuove indicazioni di un ‘nuovo agire’ e un nuovo pensiero’?
La ricerca del senso dell’essere nascondeva già in Essere e tempo un’etica ontologica? Il problema di un’etica implicita nel problema stesso dell’essere?
Per quanto, solo di lì ad alcuni decenni Heidegger affronti più esplicitamente la problematica etica nella ''Lettera sull'umanismo'' è difficile negare la possibilità di accostare la dicotomia autentico/inautentico dell’analitica esistenziale ad una indicazione precisa di comportamento sotto l’egida della nostra relazione costitutiva con l’essere.
La scelta autentica è infatti un comportamento adeguato e consono alla relazione con l’essere.
E la nostra relazione con l'essere è ciò che ci definisce, che ci qualifica come esseri umani, cioè quella originaria e costitutiva proprietà di significazione, di senso, di comprensione.
Ora, l'etica originaria di cui Heidegger parla nella Lettera è un pensiero che rammemora costantemente l'essere, la sua essenziale corrispondenza all'uomo, e la possibilità che tale corrispondenza fornisce all'uomo, cioè di potersi disporre, in modo più originario, verso la sua stessa essenza e verso l'esssenza del mondo, così da poter esperire consapevolmente se stesso, gli altri e ciò che gli è intorno.
Il richiamo stesso al pensiero che rammemora l’essere è, in fondo, un richiamo all’uomo che deve «lasciarsi reclamare dall’essere» , perché «l’humanitas rimane l’esigenza di un simile pensiero, perché humanismus è questo: è meditare e curarsi che l’uomo sia umano e non non-umano, ‘inumano’, cioè fuori dalla sua essenza».
Di questo nuovo ethos essenziale, scevro di sovrastrutture e pregiudizi contingenti.
Il ‘salto’ nella verità dell’essere può dunque ridisegnare anche una nuova etica:
arrivati al punto in cui, oggi, l’essenza dell’uomo si è vanificata nel calcolo e nelle cose, negli enti, rimane da pensare un pensiero che ci restituisca l’essenza, e, di conseguenza, rimane da pensare non tanto un ‘perché’ stiamo al mondo, quanto un come ci siamo e ci stiamo, e, magari, un come starci. Un nuovo, concreto e diverso modo di abitarlo, di porci in relazione con esso. Da qui si potrà forse riconoscere o ricavare anche una nuova ‘fruizione’-impostazione del nostro agire. tutto questo tramite una consapevolezza della essenza umana, che non è solo cellule o pensiero, che non è da trovarsi tra una lotta costante tra biologismo e filosofia, ma è da esperire consapevolmente in un differente ethos che 'abita' il mondo nella totalità dell'essenza dell'esistenza.
Che cosa si può ulteriormente leggere nell’asserzione di Heidegger che l’autentico riferimento dell’humanitas è lo stare nell’aperto dell’essere?
Pongo questo quesito per sottolineare ciò che, a mio avviso, è oggi di estrema necessità: ritornare a un senso di responsabilità più autentico verso l'umano. Per questa possibilità, credo che il pensiero heideggeriano sia una possibile nuova strada, trascurata ormai da troppo tempo...
grazina is offline   Rispondi quotandoRispondi quotando
Vecchio 06-04-2012, 14.34.52   #2
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Data registrazione: 16-07-2010
Messaggi: 396
Riferimento: m. heidegger e l'etica dell'essenza

Si, il discorso di Hiddeger è interessante. Scrivo anche relativamente a quello che hai detto nel post "Codice morale".

Sembra che dire che siamo fatti di materia o di cellule porti ad un riduzionismo, ma questo è vero solo se si ferma lo sguardo a ciò che di oggettivo c'è nella descrizione di questi oggetti, quando, potrei dire primariamente, queste cellule o atomi o energie fanno parte della nostra essenza, non sono altro che rappresentazioni di ciò che siamo, cioè di come viviamo.

Dire che amo perché il corpo mette in circolo degli ormoni, o che il corpo mette in circolo degli ormoni perché amo è la stessa cosa; dalla prima frase sembra di fare del riduzionismo, ma quella sensazione o quell'ammasso di atomi in movimento hanno lo stesso fondamento ontologico, cioè originariamente rivelano una sensatezza e un tipo di relazione possibile che è il frutto di una natura che può essere rappresentata in vari modi.

In questo senso secondo me l'uomo non è solo un ammasso di cellule, l'uomo è calato nella soggettività di questo ammasso di cellule e ne è il fondamento, come lui stesso è fondato da loro. Non c'è un primato dell'uno o dell'altro, le emozioni e le altre cose a cui i più romantici danno valore possiedono quel valore in quanto esistendo rivelano una verità (Hegel: il vero è il tutto), che poi le si voglia rappresentare tramite la sensazione stessa o un'immagine visiva in cui si vedono delle cellule muoversi in un flusso sanguigno. Se si volesse mostrare perché quelle cellule stanno scorrendo in quel flusso saguigno, seguendo sempre una rappresentazione visiva, si dovrebbe svelare l'infinità delle cause dell'universo e il mistero della sua esistenza, cioè si arriverebbe a mostrare visivamente una magnificenza svelata già nella datezza dell'emozione vissuta. La perdita di valore che porta una rappresentazione oggettiva delle cose (cioè non vivere quelle cose in quanto non si è quelle cose, come quando si vedono delle immagini su uno schermo) è ancora solo apparenza.


Siamo ciò che facciamo o facciamo ciò che siamo, è giusto spostare lo sguardo sull'impostazione del nostro agire in cui solo si rivela o realizza la nostra essenza.


Scusa se non ho seguito bene il tuo discorso, graziana, ma non è facile per me capire Hiddeger (ne so qualcosa ma poco), mi piacerebbe sentire tuoi commenti o una impostazione del discorso più congeniale per capire.
Aggressor is offline   Rispondi quotandoRispondi quotando
Vecchio 07-04-2012, 12.15.57   #3
Ospite
 
Data registrazione: 10-12-2011
Messaggi: 6
Riferimento: m. heidegger e l'etica dell'essenza

ciao aggressor, grazie a te del commento..

riporto alcune tue frasi:

-Dire che amo perché il corpo mette in circolo degli ormoni, o che il corpo mette in circolo degli ormoni perché amo è la stessa cosa; dalla prima frase sembra di fare del riduzionismo, ma quella sensazione o quell'ammasso di atomi in movimento hanno lo stesso fondamento ontologico, cioè originariamente rivelano una sensatezza e un tipo di relazione possibile che è il frutto di una natura che può essere rappresentata in vari modi.
In questo senso secondo me l'uomo non è solo un ammasso di cellule, l'uomo è calato nella soggettività di questo ammasso di cellule e ne è il fondamento, come lui stesso è fondato da loro-

qui sono d'accordo con te. Noi siamo tutto questo infatti. Ma siamo anche di più. Cioè, la mia critica sta proprio nel sottolineare che non è più possibile oggi, filosoficamente parlando, cercare di inquadrare l'essenza dell'uomo in un solo frammento di ciò che esso può essere. La nostra essenza, infatti, seguendo il pensiero di Heidegger, è nella possibilità di capire tutte le nostre possibilità, tutte le possibili frammentazioni, in quanto abbiamo LA possibilità di cogliere la nostra più originaria essenza: è quella con la relazione con l'essere, cioè con la possibilità, unica solo per gli esseri umani, di dare fare avere senso, significazione, comprensione.
questa nostra peculiarità ci mette in condizione POI di sviscerare qualsiasi tipo di pensiero. Ma primariamente la nostra essenza umana sta in questa possibilità.
E l'etica originaria di cui parla Heidegger è questo atteggiamento di essere consapevoli primariamente delle essenza.
Della nostra essenza, del rapporto con l'essere, con quell'affermare su tutto dicendo ''è'' di cui spesso ci si può dimenticare, perchè ci sembra così ''ovvio'' poterlo dire, poterlo fare..
Nella consapevolezza della nostra essenza originaria acquisiamo quell'ethos, quel modo di abitare il mondo in cui si può cambiare atteggiamento. Subentra una responsabilità data dal fatto che tu, uomo, hai senso del mondo, hai e dai senso a ciò che è nel mondo, e così facendo, non puoi andare consapevolmente contro le essenze di ciò che incontri, con il senso, nel mondo..
ti faccio un esempio direttamente da Heidegger (sintetizzando moltissimo..!).
Sul problema della tecnica Heidegger ha scritto molto. Già ai suoi tempi egli si chiedeva dove avrebbe portato la tecnicità sfrenata, (pensa alla bomba atomica, all'industrializzazione senza rispetto per l'uomo, allo sfruttamento incondizionato delle risorse naturali, ecc) senza essere pensata nella sua essenza e affrontata col giusto approccio.
(se vuoi leggere: LA QUESTIONE DELLA TECNICA in SAGGI E DISCORSI- Heidegger).
Bene, la sua analisi -ancora attualissima- mette in luce due cose fondamentali:
che la tecnica rientra sempre nella relazione uomo -essere. La tecnica è anch'essa ''data'' dall'essere, cioè da questa relazione. Il problema è che se l'uomo vive nella dimenticanza di tale relazione (nell'oblio dell'essere, dice Heidegger) questa è ''agita'' senza pensarla sufficientemente.
Se l'uomo si accorge che essa può diventare anche un pericolo, al massimo cerca ''regole etiche'' per contrastare gli estremismi. Ecco, qui sta un altro punto: se invece di ''combattere'' la tecnica, presa nell'accezione di ciò che essa mostra di incongruente con la vita umana, si cerca di coglierne l'essenza potremo avere un rapporto più adeguato con essa. Ed esperirla nella sua totalità.
Noi possiamo avere,dare e fare senso anche senza essere consapevoli di ciò.
Avviene così , allora un'esistenza vissuta nella inautenticità di ciò che siamo..
Riporto un passaggio dall'opera che ti ho citatato:
''La minaccia per l'uomo non viene anzitutto dalle macchine e dagli apparati tecnici, che possono avere anche effetti mortali. La minaccia vera ha già raggiunto l'uomo nella sua essenza. Il dominio dell'im-posizione [della tecnica] minaccia fondando la possibilità che all'uomo possa essere negato di raccogliersi ritornando in un disvelamento più originario [in una consapevolezza della sua essenza] e di esperire così l'appello di una verità più principiale. [..] Fino a che pensiamo la tecnica come strumento, restiamo anche legati alla volontà di dominarla.''

Anzichè un uomo che può tutto, che arriva a ''darsi un'essenza'' partendo dal contingente, anzichè la volontà di dominio, c'è una ''proposta'' ben precisa: un atteggiamento (un ethos) più originario, che considera l'uomo come colui che avendo questo privilegio (l'apertura all'essere) può vivere autenticamente, consapevolmente la sua essenza, di ciò che è, di ciò che fa ecc, e, nello stesso modo anche quella del mondo.


...intanto interrompo qui sperando di averti dato qualche indicazione più chiara...
p.s. sono grazina no graziana..!
grazina is offline   Rispondi quotandoRispondi quotando
Vecchio 10-04-2012, 22.35.40   #4
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Messaggi: 396
Riferimento: m. heidegger e l'etica dell'essenza

Grazie per la risposta GRAZINA .

La critica alla tecnica di Hidegger la conoscevo per il tramite di alcuni saggi di Gadamer e la trovo assolutamente fondata quanto incredibilmente attuale; è una delle questioni su cui tutti dovrebbero riflettere per evitare i disasitri verso cui il problema ci stà portando.

Invece non conoscevo l'impostazione di Hiddeger alla questione, che egli affronta a un livello ontologico direi, attraverso la riflessione del rapporto dell'uomo con l'essere in cui si sintetizzerebbe la nostra primaria essenza.
Devo chiederti di chiarire questo rapporto però, perché non so se ho afferrato bene. Magari anche chiarendo il concetto di essere, quello di essenza o altro.


In vista di tale radicalizzazione della domanda sull’essere è possibile azzardare che tale approfondimento della domada sull'essere e sull'uomo necessitavano di una differente disposizione nei confronti delle stesse tematiche in questione?
La ricerca ontologica heideggeriana si muoveva già sulla spinta di una considerazione del contemporaneo come di un momento in cui la nostra vera essenza era lontana, e che sia la domanda sull'essere - che automaticamente coivolgeva il rinnovare la domanda su chi sia l'uomo, necessitavano di una nuova disposizione, di un differente ethos, un differente atteggiamento verso tali questioni?
Tutto il contesto di tale speculazione era già incentrata anche su nuove indicazioni di un ‘nuovo agire’ e un nuovo pensiero’?
La ricerca del senso dell’essere nascondeva già in Essere e tempo un’etica ontologica? Il problema di un’etica implicita nel problema stesso dell’essere?



Hai posto molti quesiti, cercherò di rispondere esponendo ciò che so in relazione a ciò che chiedi. Il so che Hiddeger considerava il suo momento storico come un'essersi allontanati dal giusto atteggiamento verso le questioni sull'essere. Il discorso sulla tecnica è molto legato a questo.
Egli considerava l'approccio scientifico della definizione e sistematizzazione come una chiusura dei significati degli oggetti incompatibile con l'apertura dell'essere che ne è il fondamento. Cioè, più semplicemente, considerava il linguaggio scientifico (e anche molto di quello filosofico) un linguaggio della finitezza, l'essere, invece, doveva essere infinito, dunque qualcosa di indescrivibile per il tramite della finitezza.
Ora, il linguaggio è per se stesso una finitezza, l'esserci e la datezza si realizzano nella finitezza, così egli considerava il problema della sua contemporaneità, invero, di spingere questo linguaggio sempre di più verso la chiusura delle distinzioni serrate, nette, scientifiche, finite; il consiglio di Hiddeger era tentare di tornare a un linguaggio più aperto, quello, per esempio, del dialogo "di strada". Hiddeger ha studiato la filosofia antica per trovarvi questo modo di dialogare ancora "impreciso", aperto, primitivo, e ha fatto notare come Socrate e Platone ancora lo utilizzassero. Aristotele, invece, iniziò a "scocciarsi" della vaghezza delle discussioni del suo maestro e con ciò si mise a sistematizzare i concetti, a definirli, restringendo e chiudendo i significati.
La poesia, con la sua vaghezza, è il miglior modo di parlare per Hiddeger.


Veniamo al rapporto che questa visione delle cose riporta sul piano etico. Non si dovrebbe ricercare una verità assoluta; quando due persone dialogano non dovrebbero aspettarsi di giungere a una conclusione veramente condivisa, perché ciò sarebbe possibile solo se fosse sensato parlare e/o concepire gli oggetti in modo preciso e rigorso. Si dovrebbe però dialogare, e con ciò essere coscienti della crescita a cui porta una discussione; sebbene essa non trascinerà mai ditro di sé una conclusione, ma sempre un'altra apertura, come un'altra domanda per il prossimo dialogo, come un'altra causa per il prossimo effetto.


Per ora mi fermo qui.

Che cosa si può ulteriormente leggere nell’asserzione di Heidegger che l’autentico riferimento dell’humanitas è lo stare nell’aperto dell’essere?

Forse ho già espresso qualcosa di relativo a quest'ultima domanda vedremo se si riesce ad aggiungere altro.


Un saluto
Aggressor is offline   Rispondi quotandoRispondi quotando
Vecchio 11-04-2012, 11.40.11   #5
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Messaggi: 6
Riferimento: m. heidegger e l'etica dell'essenza

ciao aggressor,
concordo pienamente con il tuo commento sulla critica alla tecnica di heidegger. E' incredibilmente attuale e si dovrebbe riflettere molto di più su ciò che questo filosofo ha scritto...e soprattutto sulle motivazioni essenziali che lo fanno scrivere in quel modo.
Tutto infatti dipende dalla relazione dell'uomo con l'essere. Che non è un faccia a faccia fra un soggetto o un oggetto o una relazione fra un ''animale razionale'' e un ente superiore... No, questa relazione è un ''evento'' che si può solo esperire. Ed è ciò che ci definisce come esseri umani. E' un essenza che ci dà uno specifico comportamento - esperire il senso- che, personalmente, mi porta a considerare il pensiero heideggeriano un pensiero fondamentalmente etico.
Ma che non ha niente a che vedere con l'accezione dell'etica tradizionale!!
Si tratta di un'etica ''originaria'' (vedi l'opera ''lettera sull'umanismo'' lì capirai meglio di che parlo), cioè un ethos, un comportamento, un modo di ''abitare'' il mondo che si basa sulla consapevolezza del nostro rapporto con l'essere, che altro non è che la possibilità che noi soli umani abbiamo di dare fare avere senso, significatività e comprensione...
Tutto ciò non è mera possibilità di speculazione.... Noi possiamo fare speculazione su tutto in virtù di questo essenziale rapporto, che, secondo Heidegger, non è mai stato genuinamente indagato, messo a tema in modo originario.
Infatti il pensiero heideggeriano si colloca su un piano differnte dal pensiero di tutta la tradizione filosofica. (personalmente considero il pensiero di Heidegger un momento di rottura epocale rispetto alla filosofia precedente che però non è mai stato colto adeguatamente..)
Heidegger dice ''l'uomo non pensa più'', ''non sa pensare'' o ''non pensa abbastanza e nel modo giusto'' proprio perchè secondo lui non c'è mai una profonda e meditata consapevolezza di ciò che fa e nemmeno di ciò che esso è, e questo porta ai disastri che oggi vediamo. Si arroga, senza pensare, il fatto di essere ormai onnipotente..
Heidegger asserisce che ''la scienza non pensa'', non perchè rigetti completamente la scienza in toto, ma solo perche contesta il suo modo 'oggettivo' di affrontare il mondo, cioè va solo all'oggetto e dimentica la relazione essenziale..
Riguardo alla filosofia, emblematico è il titolo di una sua conferenza: ''la fine della filosofia e il compito del pensiero''. Hdgr parla di ''fine'' della filosofia proprio per mettere in luce quanto sia necessario cambiare atteggiamento, cambiare modo di pensare. Quel modo di ''occuparsi di filosofia'', cioè di fare senza un pensiero originariamente consapevole, dovremmo ritenerlo concluso. Quel modo che è stato per secoli il considerare l'essere un ente, o una ''aggiunta nobilitante'' di un ''animale razionale''..
il ''compito del pensiero'' sta proprio qui: nel ritrovare la sua vera essenza e da lì agire secondo essa. Noi esseri umani abbiamo da custodire questa essenza e quella di ciò che già c'è e quella di ciò che potremo fare. Di quella che potremo fare con un atteggiamento, però, diverso, più responsabile.

a presto
grazina is offline   Rispondi quotandoRispondi quotando
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