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Quale amore? Quale felicità?
di Domenico Pimpinella – luglio 2007

- Capitolo 1 – Il nostro destino
Paragrafo 1 – Quale destino?
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Come prima tappa della nostra riflessione, che abbiamo fatto precedere da un “urlo” di rabbia e di vergogna che spero abbia fatto presa sulla coscienza del lettore e lo abbia predisposto emotivamente ad affrontare un cammino arduo, occorre specificare quale sarebbe il destino comune a cui intendiamo riferirci e a cui desideriamo sottrarci, al di là delle svariate sfaccettature con cui ci si presenta,.
Come tappa successiva intendiamo poi proporre un’ipotesi sperimentale da percorrere per poter costruire una diversa idea di individualità che riteniamo più adatta per prendere in seria considerazione la creazione di una umanità in grado di realizzarci in modo pieno ed appagante. Cosa che l’idea che oggi abbiamo di noi stessi non sembra consentirci. 
Ci soffermeremo poi, come supporto a tutto il discorso proposto, su un’ipotesi che riguarda la conoscenza. Forse avremmo potuto proporla più logicamente prima, ma ci è sembrato opportuno utilizzarla per rispondere all’interrogativo, che spero si faccia strada nel lettore,  di “come” potrebbe essere possibile passare dall’attuale situazione reale ad una paventata idealità. La soluzione starebbe nella possibilità acquisita da noi esseri umani di operare non solo sugli oggetti sensibili tramite i nostri veri e propri occhi ma anche sugli oggetti intelligibili tramite una mente in grado, come vedremo, di ipotizzare un futuro e il modo di realizzarlo.
Infine, valuteremo il modo migliore di costruire, con delle opportune azioni, un equilibrio interiore che ha il significato di riuscire a perseguire coerentemente quell’idea di individualità ambivalente che spero scaturisca chiaramente dalla presente riflessione. E’ il solo modo per riuscire a portarci fuori dall’attuale destino che, da come vanno le cose, si potrebbe rivelare in futuro sempre più disgraziato.

Il presupposto fondamentale per puntare ad un obiettivo così ambizioso, è, ovviamente, che si riesca a cambiare qualcosa nell’attuale psicologia individuale, in maniera che possa innescarsi una poderosa spinta verso una rivoluzionaria concezione di noi stessi e della realtà che ci circonda.
Un’umanità diversa dalla attuale la si potrà, infatti, costruire solo se sapremo guardarci in modo diverso da come ci siamo sempre guardati e interpretati finora. Per questo riveste un’importanza strategica riuscire a formulare un’ipotesi corretta sulla natura umana e sulle modalità conoscitive di cui siamo giunti a disporre.
Se, infatti, il nostro destino è diventato, come sembrerebbe,  così disgraziato da non permettere (e aggiungerei giustamente) neanche più alle illusioni di farsi strada nel futuro come è avvenuto in passato, il motivo non può che addursi ad  un’interpretazione falsa, o comunque incompleta, che la razionalità ha formulato fin dall’inizio dell’individualità o, per dirla in altri termini,  dell’autentico sé.
In seguito ad un errore interpretativo-conoscitivo, dunque, avremmo iniziato a deviare da quella rotta che avrebbe potuto consentirci di rimanere esseri viventi a pieno titolo. In alternativa ci siamo convinti a percorrere stancamente un  destino che da parecchio oramai non riesce a promettere qualcosa di buono.

L’intuizione che potrebbe esservi stata una deviazione da una rotta ideale che avremmo dovuto seguire non è però cosa di oggi, anche se a tutt’ora non si è arrivati  ad averne una piena consapevolezza. E’, infatti,  presumibile che intorno al VI secolo a.c. abbia iniziato a farsi largo nell’uomo una certa insoddisfazione e sia cominciata, in oriente come in occidente, una stagione speculativa che ha visto molti grande personaggi  fondare scuole di pensiero che resistono ancora oggi. Confucianesimo, Taoismo, Giainismo, Buddismo, Filosofia Greca, risalgono grossomodo tutte a  quel periodo.
Il motivo di una tale svolta si potrebbe addebitare, dunque, alla necessità della sopravvenuta conoscenza razionale di “auto-correggersi”, dopo averci spinto ad imboccare una via che evidentemente non era più in grado di rispondere positivamente alle nostre più intime aspettative. Si potrebbe supporre che il sistema conoscitivo razionale, sviluppatosi su basi emotive e in aggiunta a quelle, come da più parti oggi si tende a sostenere, non sia riuscito a sommarsi armoniosamente a quello precedente ma abbia iniziato a portarci su un binario morto: a farci realizzare un’idea di essere vivente che non può reggere ad uno sviluppo protratto nel tempo.
Che possa essersi verificata una tale eventualità che continua a produrre discrepanze tra una preesistente conoscenza emotiva e una sopravvenuta conoscenza razionale, lo si può intuire dalla diffusa insoddisfazione che nasce da quell’operare che di solito si attribuisce alla ragione. Non a caso, si crede in modo diffuso che la razionalità sia la principale causa dell’eccessivo egoismo che oggi flagella la specie umana. Un egoismo che a molti riesce anche ad apparire “naturale” ma che tuttavia non trova il modo di conciliarsi con un bisogno di  vita sociale, di “altruismo” che sembrerebbe  altrettanto cogente e naturale.
 
Anche se esiste una oggettiva difficoltà a dimostrare scientificamente che, grossomodo, tutti gli individui umani si ritrovano oggi accomunati in un identico tragico destino su cui pesa come un macigno il paradosso mai risolto di un egoismo-altruismo che ci vieta di gioire in modo autentico e di esprimerci di conseguenza  in un’esistenza felice, cercheremo di evidenziare una linea comportamentale che ci riporta collettivamente a quello che possiamo chiamare, usando un termine biblico, “peccato originale”.
Un’interpretazione comune del sé che può essere portato alla luce per mostrare come, al di sotto delle particolari vestizioni soggettive di cui ognuno si ammanta, alla fine  esiste una struttura individuale comune che andrebbe radicalmente modificata. Una linea di pensiero interpretativo che ci riporta sostanzialmente allo stesso errore di fondo: ad un rifiuto ad accettare da parte della razionalità certi aspetti del vivere, che ci cristallizza pericolosamente in un’esistenza chiusa e solitaria.
E’ come se formassimo un bosco costituito da una enorme varietà di alberi in apparenza tutti differenti tra loro, che tuttavia, sotto il fogliame, conservano una comune identità, meno palese, meno confrontabile, che ha deviato significativamente da quello che doveva essere il suo sviluppo ideale.
In sostanza, noi uomini avremmo rivestito la nostra naturale, sobria, individualità con un variegato, chiassoso egoismo “artificiale”, costituito da un eccesso di soggettività, che proprio come un folto fogliame riesce a tenere nascosta la sua realtà più profonda: quella complementare, costituita dal tronco con le sue radici. Individualismo portato agli estremi che ammanta e riesce a nascondere, soprattutto grazie a mistificate, false, “interazioni sociali”, una struttura sottostante che necessita, invece, di legarsi saldamente e compiutamente ad una “terra” che non può fare a meno di costituire la base di un vivere comune. Così l’egoismo riesce a trasfigurare  la realtà, a celare la necessità di  intrecciare le nostre profonde, intime, radici in una più ampia e articolata struttura che ci permetterebbe davvero di stabilizzarci come singoli individui, così come  la cellula eucariote è riuscita a stabilizzarsi saldamente in un individuo pluricellulare o come, ancora prima, le cellule procariote, o organuli, si sono stabilizzati in una quella eucariote.

Con ciò non si vuole tuttavia sostenere che esiste nell’uomo una volontà consapevole a massimizzare il proprio egoismo, pur riuscendo addirittura a farlo galleggiare sul nulla. Al contrario, sembrerebbe volersi fare strada una forte volontà a far emergere il lato nascosto, complementare, della medaglia, che però non riesce a trovare le giuste motivazioni per riuscirci. E questo potrebbe accadere finché la razionalità non comprenderà in modo chiaro come dovrebbe essere costituita un’individualità: come deve svilupparsi correttamente. Intanto, essa continua a farsi trascinare dal suo iniziale errore interpretativo che ha portato ad un eccessivo ampliamento della chioma, identificata addirittura con l’intero albero.
E proprio come per gli alberi di un bosco, essendoci in tutti noi un fogliame personale che ci caratterizza, non possiamo ritenerlo la sola realtà costitutiva, anche se risulta vincente la tendenza a “nascondere” legami essenziali che dovremmo necessariamente ampliare e fortificare. Per questo non ci sarebbe dolo nella condotta umana, esattamente come già sosteneva Socrate oltre due millenni fa. L’uomo, tutto sommato, “crede” in modo ingenuo di essere tutto lì: una variegata eterogenea chioma di fronde, un’esclusiva combinazione di sinapsi. E si comporta di conseguenza. La sua iniziale ingenuità si attesta sempre più nella certezza della divisione, dell’unicità, diventando un cinico e spesso inconsapevole persecutore di interessi privati.
Nella convinzione che questo errore interpretativo debba essere assolutamente corretto per poter continuare ad essere a pieno titolo delle creature viventi ci aggrappiamo alla convinzione che un cambiamento culturale non debba interessare solo questo o quell’individuo ma deve poter coinvolgere tutti o quasi perché è solo insieme, ritrovando nuove motivazioni comuni, che possiamo mutare la tragica rotta della nostra storia di esseri ragionevoli.

Quando mi si obietta che è assurdo voler scoprire e trovare un filo comune che lega tutti gli uomini, che li renda solidali per sintetizzare un concetto generale da cui estrapolare i singoli casi particolari, vista la grande varietà e complessità che esiste nel genere umano, rispondo che la stessa assurdità non ha impedito a Newton di scoprire che tra la forza, da una parte, e il prodotto della massa per l’accelerazione dall’altra fosse stabilita un’identità, a dispetto dell’enorme “chioma” di attriti che pure separa e distingue un caso specifico dall’altro.

Diventa, quindi, di estrema importanza produrre sempre nuove ipotesi in grado di “allargare” la nostra visuale e scrutare così la nostra esistenza da un’altitudine maggiore. Occorrono ipotesi da verificare o, meglio ancora, da sottoporre a falsificazione, come giustamente ha sottolineato Popper, onde poter capire entro orizzonti sempre più ampi come ci stiamo muovendo e cosa è consigliabile o sconsigliabile fare. Un lavoro inderogabile, soprattutto se a guidarci è il convincimento che comunque è obbligatorio andare da qualche parte; che non si può rimanere fermi ad aspettare un destino migliore. Se, dunque,  occorre muoversi, spostarsi in situazioni sempre nuove, allora è importante riuscire a capire dove effettivamente ci troviamo, a dispetto delle attuali credenze, e dove  sarebbe più opportuno andare. In quale situazione interiore potremmo effettivamente stare meglio.
Non ci si deve scoraggiare e magari arrendersi al classico pifferaio che prima o poi potrebbe condurci sull’orlo del classico precipizio. Dobbiamo ritrovare la via d’uscita che consenta al pessimismo di trasformarsi in ottimismo. E anche se il pifferaio sembrerebbe più reale di quanto si possa pensare, essendo costituito da un insieme di piaceri immediati, facilmente esigibili, che ci fanno compiere tutta una serie d’azioni a catena, non ci dobbiamo  rassegnare. Dobbiamo diventare consapevoli della perversità del  meccanismo prima che ci abbia  catturato completamente; di come, con il tempo i piaceri diventano sempre meno esigibili e le penali da pagare troppo forti. Restarsene indifferenti fino a che il meccanismo non ci renderà  completamente succubi, prigionieri senza scampo, è un autentico suicidio.
Occorre ribellarsi, evitare che il pifferaio continui a trascinarci verso mete da cui è impossibile far ritorno. L’unico modo per farlo è comprendere come gestire al meglio le proprie azioni e non subordinarle ai continui piaceri immediati che ci si affollano davanti e che con le loro lusinghe riescono a portarci dove vogliono. Occorre riuscire a possedere una chiara consapevolezza di quello che non possiamo fare a meno di essere rispetto a quello che invece siamo, nostro malgrado, diventati. Da qui la necessità di un’ipotesi seriamente strutturata sulla quale poter ragionare. Non basta il buon senso! Non bastano le approssimazioni! 

Se riuscissimo a renderci conto che non si può continuare ad inseguire alla cieca questo o quel piacere immediato perché poi finiamo per smarrirci in una condizione dalla quale sarà difficile trovare la giusta strada, potremmo darci da fare per correggere il sistema. L’alternativa ad un’esistenza vissuta sull’improvvisazione è ritenere fondato il timore che disattendendo un’intima natura che ci vorrebbe spingere in una precisa direzione siamo destinati a rimanere sostanzialmente infelici, in quanto distanti da quella condizione interiore ideale dove solo sarebbe possibile realizzarci in modo completo ed esaustivo. Il punto da considerare è esattamente questo!
Come riuscire ad innescare un processo critico di revisione degli attuali modi di vivere, sostanzialmente simili tra loro anche se in apparenza diversi, se non comprendiamo in maniera scientifica come stanno effettivamente le cose. E “scientifica” significa costruirsi un’idea verificabile: un progetto sulla carta da seguire e, se possibile, da modificare di volta in volta, migliorandolo.

Il sole ancora oggi appare sorgere ad est e dopo un cammino nella volta celeste ci sembra scomparire ad ovest. Quello che appariva ai nostri occhi prima di Galileo non è certo cambiato. E’ cambiato però quello che appare all’occhio della mente. Per cui la stessa certezza di allora è venuta a coincidere oggi con una diversa verità.
Capirlo non è stato semplice; alla fine però ci siamo riusciti in massa o quasi.
Così dovremmo riuscire tutti insieme a capire che ciò che ci distingue gli uni dagli altri è molto meno di quello che tende ad accomunarci e unirci. O, quanto meno, che occorre far si che le due possibilità viaggino di conserta, in maniera complementare.

Chiediamoci con convinzione, quindi, se davvero possono esserci miliardi di destini ognuno diverso dall’altro. Può davvero ogni individualità essere in totale competizione con il resto degli esseri viventi, o peggio con gli altri esseri della propria specie? Chiediamocelo in modo sincero e spassionato. Alla fine potremmo riuscire a scoprire che è una autentica pazzia impegnare coscientemente, come abbiamo sempre fatto  le nostre energie solo per portare avanti una misera singolarità, disinteressandoci degli altri o, peggio ancora, a loro scapito, votandoli al sacrificio.
Ciò che abbiamo realizzato razionalmente è ciò che siamo giunti a pensare: e cioè che ognuno è una realtà assoluta. Pur credendolo però non possiamo esserlo!
E che sia così inizia a sussurrarcelo una sensazione a pelle che ognuno  è in grado di recepire. Ce lo dice tutta una conoscenza emotiva, pre-razionale, anche se essa non riesce a specificare perché, a dirci in modo chiaro che da soli è impossibile gioire, essere felici.
Queste cose dobbiamo, dunque, farcele necessariamente ripetere dalla razionalità, dal ragionamento, dalla riflessione. Dobbiamo farci specificare perché quando non siamo capaci di fare realmente “gruppo”, di rinsaldarci intorno ad un’idea comune e si finisce per rimanere soli anche stando a contatto con gli altri, non c’è più vita autentica, soddisfacente.

Sull’idea che ognuno deve salvaguardare in modo esclusivo una propria identità acquisita, e non magari farsene un’altra più ampia, quale potrebbe essere una società per quanto minima, abbiamo impostato la nostra civiltà. Ma una società di uomini e donne sole non sarà mai un’umanità, per quanti legami formali si potranno tessere e non renderà mai soddisfatta un’individualità.
Occorrono altre certezze, bucare il muro del tempo e guardarci dentro. Occorre gettare lo sguardo sotto l’apparenza, sotto le foglie e farsi un’idea più completa di quel tutto che oggi ci appare come un insieme slegato di enti.

Il filo comune che la Filosofia ha cercato fin dalla sue origini deriva proprio da questa convergenza che ci arriva come un eco smorzato dai più antichi e profondi meandri della coscienza. Non è la conoscenza razionale a gridarcelo ma quella emotiva che non può arrendersi allo scempio a cui la stiamo sottoponendo. Mentre la sua esigenza più profonda rimane quella di realizzare una società che rappresenti il luogo dell’armonia e dell’amore, noi continuiamo a contrapporgli ostinatamente il luogo del più assurdo individualismo: il luogo dove i “furbi” cercano una maggiore differenziazione sfruttando ignominiosamente gli altri, senza alcuno scrupolo. Continuando in questo giochino che non può essere da creature veramente intelligenti (come sosteniamo di essere), non possiamo fare a meno di alimentare conflitti e produrre dolore all’infinito. La magra consolazione, quando le condizioni ci sono favorevoli, è quella di produrre una gamma sempre nuova di  piaceri, ma non la gioia indispensabile alla felicità. Si, perché, contrariamente a quanti danno suggerimenti a manca e a dritta per farci diventare felici sfruttando la possibilità di inanellare per quanto più tempo possibile una serie crescente di piaceri, la felicità è qualcosa che si può realizzare in modo completamente diverso: è il luogo dove la natura ambivalente dell’essere vivente è in grado di realizzarsi appieno senza dar luogo a contraddizioni interne.
Continuando a non realizzarla, continuando su dei binari che non portano da nessuna parte, ad un vicolo senza uscita, potremmo anche noi fare la fine dei dinosauri.

         Dopo i reiterati fallimenti di una Filosofia, soppiantata quasi completamente dalla Scienza,  ci siamo convinti che fosse più sensato tralasciare di capire i “perché” credendo che bastassero i “come”.  In realtà, come giustamente ha osservato Gentile, con la Scienza abbiamo solo tralasciato i vari perché scegliendone dogmaticamente uno: il modo di essere della soggettività, della parzialità, del passato.
Da questa scelta univoca è in fondo nata la possibilità di alimentare la gigantesca crescita egoistica che ha portato sempre più l’individualità ad una pura soggettività, a privarsi sostanzialmente di quella socialità autentica e necessaria, che è la base, il tronco, di ogni essere vivente. L’”amore autentico” è stato così chiuso nel cassetto e al suo posto sono stati elaborati razionalmente nuovi concetti che potessero andare a braccetto con l’egoismo: con la crescita indefinita e incontrollata di soggettività.  E’ grazie alla scienza, alla possibilità di adattare l’ambiente alle nostre presunte esigenze, che è stato possibile continuare per così lungo tempo a percorrere una strada sostanzialmente sbagliata,  senza avere possibilità di accorgersene.
Ad ogni nuovo problema che la nostra crescita ha portato alla ribalta, abbiamo sempre risposto con una fiducia cieca nel progresso, nella possibilità che ogni problema può alla fine essere risolto. Non so se questo sarà sempre vero. Io credo di no! Credo piuttosto che davvero alla fine, continuando così,  potremmo trovarci di fronte quel muro invalicabile che ci bloccherà tutti.

Il rammarico più grande è che proprio dalla necessità della Filosofia di trovare un legame convincente tra le singole cose sia poi nata la Scienza che ha finito per ammettere, per sancire, che non c’è bisogno di alcun legame; che gli esseri viventi sono sostanzialmente dei sistemi isolati come lo è ogni altro ente. La soggettività, per la scienza, può, anzi, deve farsi egoismo e che l’egoismo può diventare autonomamente senso compiuto e soddisfacente. Ma se Laplace ha potuto ben dire a Napoleone che l’uomo non aveva più bisogno di Dio, altrettanto non poteva fare Nietzsche sostenendo che l'individualità non ha bisogno di una morale, di quel concetto di amore che, invece, è il solo che potrebbe portare gli uomini a formare una più ampia entità esistenziale.
E’ stato questo il definitivo arrenderci alla convinzione che il mondo è ciò che fin dalla nascita ci si presenta d’acchito: qualcosa di frazionato nelle sue innumerevoli entità. Un’idea che si è definitivamente imposta con il relativismo, con la presa d’atto che la “grandezza” di un uomo possa esprimersi solo con l’orgoglio, la magnanimità, con “l’amor fati”. O questa o l’altra idea, ugualmente sbagliata,  che, invece, l’amore è dedizione completa, sottomissione agli altri, sentimento gregario.

A scuola, ancora oggi,  si continua ad insegnare con spavalderia che Eraclito è uscito vittorioso dal confronto con Parmenide. E’ vero! Non si ha consapevolezza che questa vittoria è stato l’inizio di un suicidio collettivo: che non è quello che avrebbe dovuto accadere. Essa ha bloccato la nostra storia sul passato, sull’individuo pluricellulare che le singole cellule insieme hanno saputo realizzare in tempi remoti e che doveva essere, come tutto,  superato.
Nietzsche l’ha intuito, ma non ha saputo ugualmente capire il modo come ciò andava realizzato. Il superamento dell’uomo nel super-uomo non è competenza del singolo che agisce autonomamente. L’oltrepassamento, come Vattimo preferisce tradurlo, è presa di coscienza comune, è proprio quel “mare” che Nietzsche  non ha mai accettato, credendo che il grande lago solitario che è dentro ognuno di noi fosse rapinato, ingiustamente svuotato, dal  fiume d’amore che lo trascina con sé a valle, al mare, appunto.
Quel grande lago che è in ognuno di noi non può avere un senso se manca il mare! Non può avere un senso da solo. Ma un senso soddisfacente arriva a possederlo proprio combinandosi al fiume, grazie ai legami che ci fanno diventare parte necessaria ed armoniosa del tutto.
Negando questa possibilità si è negato all’individuo umano di continuare liberamente a crescere nell’autentico Eterno Ritorno, nell’autentica logica ricorsiva che, dopo averci realizzato come individui pluricellulari  ora ci vuole umanità e non singole e sparpagliate individualità.

La scienza dovrebbe scoprire non solo come stanno le cose ma anche come dovrebbero essere. Non si può cogliere solamente un uomo solo, un animale solo, un cosa sola, separata nettamente da tutto il resto, utilizzabile. Si deve riuscire a ricostruire il tutto, anche dopo averlo pericolosamente sminuzzato in frammenti  finissimi, quasi impalpabili.   Non so se il metodo della scienza lo consentirà mai. Nel frattempo, però, di fronte all’ennesimo frazionamento, di fronte all’ultimo processo riduzionista si è avuto una sorta di rigurgito con cui si è sputato fuori  gli elementi indigeribili che erano stati inghiottiti. Quando ogni cosa sembrava irrimediabilmente triturata è venuto fuori il “legame” indistruttibile che non può essere reciso e che potrebbe permettere di ricostruire il tutto seguendo il disegno originario.  Un disegno originario che per fortuna è  custodito da una conoscenza emotiva che non può essere cancellata, anche se può essere sopita, neutralizzata, ridotta al silenzio.  
La Meccanica Quantistica ci ha così permesso di accorgerci di quanto paradossale sia la verità che abbiamo finora accettato dogmaticamente ed ha così finito per reintrodurre quelle riflessioni che un tempo sono state proprio della Filosofia.
Dalla struttura intima della materia si può ora tentare una diversa ricostruzione del tutto che sia meno fantastica, meno dogmatica. Di fronte a noi ci sono ora quei legami che prima non eravamo in grado di “vedere”  e che, quindi, non possiamo più negare, almeno come realtà. Legami rimasti fino a poco tempo fa trasparenti alla razionalità si sono ora opacizzati e possono venir colti dall’occhio della mente che è stata così in grado di riportarsi sull’arché: sui principi comuni che devono per forza tenere insieme tutte le cose.  Schrödinger, uno dei padri della Meccanica Quantistica, ha sottolineato autorevolmente come la Fisica non abbia potuto fare a meno di ridiventare di nuovo Filosofia, proprio quando la Filosofia stava ossessivamente cercando di diventare Scienza, proprio quando si era decisa all’abbandono di ogni episteme. Ora la Filosofia dovrebbe coerentemente e lucidamente, con un’operazione in controtendenza, cercare di tirare fuori quella verità che ha sempre paventato dietro le nostre certezze. Può farlo trovandosi ora di fronte una Scienza che sta tornando indietro dopo avere compiuto il suo giro di boa. E’ un’opportunità che non possiamo lasciarci sfuggire!
Potremmo gettarci definitivamente alle spalle l’illusione di essere un microcosmo isolato che deve impegnare le proprie capacità conoscitive per erigere difese, per chiudersi in un senso compiuto di un Io che è rimasto negli ultimi tempi ad aspettare passivamente che avvenisse qualcosa, che arrivasse qualcuno.
Forse diventerà davvero chiaro e comprensibile a tutti che Vladimir ed Estragon aspetteranno invano Godot; così come il capitano Drogo aspetterà invano i Tartari.
La vita per molti, per troppi, si è ridotta ad un aspettare la propria morte convinti che solo “dopo” possa esserci la vera vita, quella eterna, quella che varrà davvero la pena di vivere. Altri, invece, si sono convinti che tutto finirà male, nel nulla e che, dunque, possedendo questa sola opportunità, dobbiamo difenderla ad ogni costo ed  utilizzarla per attingere quanti più piaceri possibili.
E’ altamente probabile che siano queste le vere commedie dell’assurdo.
E’ assurdo il pensiero degli uni come quello degli altri. In entrambi vi è il rifiuto a portare avanti un progetto a lungo termine credendo che nell’arco di una vita sia possibile solo assicurarsi un’eventuale eternità agiata oppure procurarsela qui su questa terra in quel breve tempo che ci è concesso di vivere.
Oggi abbiamo solo la possibilità di scegliere su quali di questi due tragici destini scommettere. E solo in pochi riesce ad affacciarsi la consapevolezza che potrebbero essere entrambi destini falsi, assurdi. Sono sciagurati destini paralleli perché entrambi si erigono sul presupposto che la vita sia quel pezzettino di filogenesi che chiamiamo ontogenesi. Per la razionalità, in effetti, la vita può essere solo quella e noi oramai siamo per molta parte razionalità. Così non comprendiamo come per tutto il rimante sistema conoscitivo la vita può essere invece una lunga storia che parte da molto lontano e non si sa dove potrà arrivare. Per tutte le altre tipologie conoscitive anteriori alla razionalità la vita è davvero un’avventura davvero meravigliosa. Dobbiamo riuscire a convincere di questo anche la razionalità che continua ostinatamente nell’errore, nel “peccato mortale” degli esordi.

Nel proseguo di questo lavoro vorremmo mostrare, e se possibile dimostrare con argomentazioni convincenti, che c’è una comune convinzione, al di là di come esse vengono poi elaborate nelle singole esistenze, che la possibilità esistenziale che abbiamo raggiunto nei milioni di anni di storia naturale è considerato nell’immaginario collettivo un approdo che non può subire ulteriori significativi sviluppi. Da qui l’impegno incondizionato sull’Io, sulla soggettività; da qui l’incomprensione per un amore che dovrebbe essere l’unica via per andare oltre: per andare chissà dove: in situazioni che oggi non possiamo neppure immaginare.
E’ da un’originaria interpretazione errata che nasce l’impossibilità di essere felici, di non poter raggiungere un vero equilibrio interiore che come ha sostenuto giustamente Fromm oscilla continuamente e ossessivamente tra l’esigenza di dover cercare l’unione e simultaneamente l’indipendenza; l’unione con altri e nello stesso tempo la preservazione della propria singolarità e particolarità.

Un’inconcialibilità apparente che ha fatto della vita umana davvero un evento paradossale, in quanto non si riesce a capire cosa andare a realizzare con quello strumento meraviglioso e terribile che è la razionalità. La razionalità ha inseguito compulsivamente per ora questo o quel desiderio, questa o quella soluzione, senza sapere effettivamente cosa deve realizzare, qual è l’obiettivo principe. Come sostiene la teoria classica sulla razionalità, ad essa è stato affidato il compito di ricercare i mezzi idonei per raggiungere obiettivi che ci sarebbero imposti da un sistema conoscitivo più a monte, più ancestrale; in definitiva dai desideri.
E’ una teoria incompleta che desideriamo confutare perché senza dubbio la razionalità con le sue interpretazioni della realtà è in grado di condizionare la sottostante coscienza e contribuire a mettere in rilievo determinati desideri invece che altri e addirittura produrne. Desideri che altrimenti non avrebbero modo di emergere, di imporsi in maniera così determinata.
Per questo è possibile, di fronte alla immensa libertà che ci è concessa dalla conoscenza più recente, provare un senso profondo di smarrimento, di nausea, come direbbe Sartre.  Gli uomini, fino a prova contraria,  possono convincersi veramente di tutto: anche che gli asini volano. Così ci si può convincere a vivere una vita da epicurei, da atei, da credenti, da scettici, da gnostici, ed altri mille modi: inchiodati tutti ad un sostanziale individualismo, che anche se condito in mille salse non potrà mai renderci pienamente felici, per i motivi che analizzeremo in seguito.

Solo un modo di essere nella pratica non viene adottato, anche se è stato preso razionalmente in considerazione da più di una corrente di pensiero che però non è riuscita ad imporlo. Stiamo parlando del modo ambivalente di essere ipotizzato per primo dal Taoismo: della possibilità di combinare opportunamente ed in maniera corretta quelli che si presume siano i nostri complementari aspetti interiori. Cosa difficile da realizzare se il discorso non viene sviluppato in maniera davvero convincente. Se non si arriva a comprendere come i vecchi automatismi della risposta, nella conoscenza emotiva, sono ora condizionati da una “visione” razionale  e preconcetta del mondo. Spesso tra le diverse tipologie conoscitive interne  si gioca a braccio di ferro per riuscire a sviluppare un’azione piuttosto che un’altra. Ed è questa un’anomalia pericolosa che andrebbe sanata.

Con l’entrata in gioco della razionalità non disponiamo più, come una volta, dei solidi riferimenti di un tempo, delle risposte univoche collaudate da una lunga pratica. Ora si può andare da qualunque parte anche se le direzioni non sono assolutamente tutte uguali. Solo una, o comunque un piccolo ventaglio, permette di continuare a realizzare un’intima natura retaggio di una storia plurimilionaria.
Si può, è vero,  per un breve tempo esplorare percorsi  diversi per capire se ci sono scorciatoie, vie più brevi o magari più sicure, per arrivare alla meta auspicabile.  Ma proprio per questo ci si può facilmente perdere, smarrirsi, in situazioni ingestibili.
E’ esattamente  quello che succede a Cappuccetto Rosso allorché si allontana dalla via tracciata per acchiappare farfalle e raccogliere fiorellini.
Allo stesso modo l’uomo può allontanarsi dalla strada percorsa per anni, inseguendo questo o quel piacere, questo o quel convincimento errato.
Una vera e propria strada sicura per la razionalità, comunque, non c’è. C’è però il sentiero visibile dei sentimenti e una bussola efficace per mantenere la rotta: la gioia.
Con questi strumenti e un’idea di massima di come comporre la nostra individualità, possiamo fare costantemente il punto della situazione ed evitare di smarrirci in situazioni che ci porterebbero lontano dalla condizione ottimale.
E’ di fondamentale importanza disporre di un meccanismo efficace di autoregolazione dal momento che la vita è un evento sperimentale che può trascinarci in situazioni senza vie d’uscita. Se cadiamo nell’errore di commettere costantemente azioni che ci allontanano troppo dalla condizione ideale dovremmo accorgercene dalla mancanza di gioia che non può sussistere in presenza di un pericoloso sbilanciamento interiore. La gioia è l’indicatore più attendibile che tutto sta andando per il verso giusto; che le scelte approntate razionalmente soddisfano anche la conoscenza più antica che comunque continua ad operare in noi, anche se in maniera più soffusa.
Libero arbitrio non significa poter fare impunemente tutto ciò che si vuole. Ma solo che si possono fare molte cose non tutte necessarie allo stesso modo. Quello che sembrerebbe certo è che la conoscenza razionale dovrebbe continuamente consigliarsi con la conoscenza emotiva. Essa sola in definitiva può sapere per certo qual è il disegno originario che bisognerebbe  realizzare e che ha a sua volta ereditato da altre conoscenze più elementari.
Non possiamo fare completamente di testa nostra, come quando abbiamo deciso, più o meno consapevolmente, di lavorare sulla stabilizzazione dell’individualità pluricellulare fornendogli un bunker, un guscio entro il quale potersi permettere di rinchiudersi. Alla prova dei fatti questa scelta si sta dimostrando disastrosa. Per questo occorre mutare convincimento rendendosi conto che non esiste contenitore a prova di intrusioni. E se anche vi fosse non è certamente rinchiudendoci in esso che riusciremmo a stabilizzare l’individualità, come si è sempre creduto.
Non è fornendole una corazza, erigendo  castelli, costruendo linee Maginot che si possono tenere alla larga i nemici. Ma affidandoci a politiche di collaborazione e integrazione, affidandoci ad un intenso e fattivo dialogo.
Il miglior modo per stabilizzare la nostra attuale individualità formata da miliardi di cellule è trovare il modo di inserirla in un circuito fortemente sociale; affidarla ad  intensi e fitti legami intersoggettivi.
Programma questo su cui la razionalità non sta sicuramente lavorando, ma sul quale potrebbe lavorare efficacemente in futuro. La razionalità potrebbe essere nata proprio per svolgere questo compito, anche se agli inizi può avere subito un disorientamento.

Prattico, in La tribù di Caino  ci porta, proprio a questo proposito, ad  un’importante considerazione. Egli osserva come probabilmente l’uomo di Cro-magnon, subentrando all’uomo di Neanderthal, avrebbe subito un’involuzione dal punto di vista sociale: sarebbe cioè diventato più individualista, pur avendo introdotto presumibilmente una maggiore plasticità e potenzialità cerebrale, grazie alle nuove possibilità razionali. La spiegazione potrebbe essere che l’ampliamento significativo della neo corteccia frontale, deputata alla nuova modalità conoscitiva, pur mettendo finalmente termine  ad una eccessiva macchinosità tra stimoli  e risposte che stava portando il sistema ad un preoccupante saturazione, abbia creato un scompiglio nel progetto emotivo, diffidando della socializzazione, più che affidandosi ad essa. Vi sarebbe allora stato un rigurgito dell’istanza sociale ed una quasi totale affermazione dell’istanza soggettiva.
L’eccessivo individualismo oggi riscontrabile nell’uomo, rispetto ad altri animali,  potrebbe essere la conseguenza proprio di una maggiore attenzione posta dalla potente neo conoscenza sull’aspetto soggettivo che gli si parava di fronte in tutta la sua evidenza, mentre quello complementare, la socialità, rappresentata dai legami emotivi, rimaneva disgraziatamente in ombra: invisibile al nuovo occhio della mente. Così la razionalità sarebbe rimasta impegnata sul consolidamento della soggettività avendola ritenuta l’unico nostro aspetto possibile.
Oggi però sappiamo con certezza che l’essere vivente deve necessariamente essere un sistema aperto e non può contravvenire impunemente a questa necessità. E un sistema aperto per non chiudersi, per non “seccarsi” come un ramo nel quale non scorre più linfa, deve poter diventare sempre più aperto fino a stabilizzarsi definitivamente in una nuova e più ampia struttura societaria.

Anche se seguendo questo filo del discorso siamo arrivati a nutrire più che delle certezze in merito allo svolgimento del nostro attuale destino, non possiamo tuttavia esimerci dal chiederci se davvero le cose sono andate in questo modo.
Possiamo davvero sostenere che l’uomo ha sviluppato razionalmente solo una parte della propria individualità: quella soggettività, tralasciando il resto? Il nostro modo di vivere, la grande socialità di cui siamo senza dubbio capaci non dimostrerebbe il contrario?
Abbiamo fondato comunità così grandi e articolate che nessun altro essere vivente può permettersi di vantare. Non sarebbe la dimostrazione che, invece, la razionalità ha operato a tutto tondo, tanto sulla soggettività, quanto sulla socialità.
E’ proprio questa la convinzione comune: che l’uomo ha sì pensato a se stesso, ha sì alimentato forse in maniera esagerata il proprio egoismo, ma, nel contempo ha sostenuto anche il necessario sviluppo della socialità, obbedendo ad entrambe le pulsioni che lo portano a cercare una maggiore differenziazione ma anche una migliore socializzazione.
Sembrerebbe  abbastanza facile convincerci che le cose siano andate in questo modo: dopotutto diventando più egoisti ma, nel contempo, anche più sociali avremmo dato, come si suol dire,  un colpo alla botte ed una al cerchio.

A questo punto però sorge un evidente problema: il sistema botte-cerchio è il singolo individuo o l’intera società?
Può davvero il singolo individuo spaziare tra caratteristiche interne cosi contrastanti come l’egoismo e una grande socialità? O non dovremmo invece  considerare la società umana nel suo complesso composta da individui così eterogenei da spaziare da una possibilità all’altra?
Ad una seria analisi nessuna delle due alternative sembra capace di reggere.
La prima alternativa ci farebbe supporre che un individuo può essere contemporaneamente chiuso e aperto: il che è chiaramente un paradosso insostenibile. O, anche, che l’individuo sarebbe capace di passare in tempi brevi dall’uno all’altro stato: il  che appare sempre altamente improbabile.
Dobbiamo allora buttarci sulla seconda alternativa. Dopo tutto, il mondo ci appare proprio in questo modo: un insieme eterogeneo di entità, che possono spaziare dalle più egoiste alle più altruiste,  passando attraverso numerosi punti intermedi; che si troverebbero, come direbbe Aristotele, nel giusto mezzo. È così che indubbiamente ci appare quella chioma che abbiamo considerato poc’anzi. La risposta corretta sembrerebbe essere proprio questa: una parte dell’umanità caratterizzata dall’egoismo mentre la rimanente dall’altruismo, dalla socialità.
Mischiando individui egoisti e individui votati all’altruismo, ecco che alla fine riesce ad appare un insieme equilibrato convincente, che può nelle sue individualità arrivare a commettere tanto efferati atti di ferocia, tanto atti della più grande bontà e del più grande amore.
Può succedere, inoltre, che individui simili si aggreghino in gruppi e che questi gruppi si allarghino fino a formare grandi comunità. Una simile ipotesi sembrerebbe reggere benissimo.

Un ampio spettro è indubbiamente osservabile, riscontrabile, nel contesto umano. Non lo si può negare. Quello che però vorremmo sottolineare è che questo spettro è dovuto in larga parte alla conoscenza emotiva e che la subentrante conoscenza razionale non l’ha affatto ampliato ma ne ha spostato pericolosamente il baricentro verso un incremento collettivo di soggettività. Cosicché oggi, ritroviamo nelle comunità umane individui che, pur avendo rispetto a tanti loro simili un grado di socialità maggiore, non ne hanno comunque abbastanza per i canoni naturali che occorrerebbero per essere creature viventi sane. La razionalità ci avrebbe spostato in massa verso l’egoismo, e così anche se tra noi ritroviamo delle differenziazioni, queste si sono appiattite in modo pericoloso.
Su quale base è possibile avanzare una simile congettura?
Su questo semplice ma credo efficace ragionamento: se davvero ci fossero individui altamente sociali, individui davvero così aperti da essere capaci non solo di stabilire forti legami con altri individui dalle caratteristiche simili, ma di essere spinti da un intenso desiderio a farlo,  non ci ritroveremmo davanti ad una totalità di individualità dalle caratteristiche diverse; ma ci troveremmo davanti a singoli individui che si sono chiusi in se stessi mischiati a grumi di individui, a società  ben strutturate, visibili.

Volendo fare un paragone per essere più chiari, si potrebbe dire che se la gamma di individui fosse davvero molto ampia, potendo spaziare dalla più autentica socialità al più autentico egoismo, ne ritroveremmo una parte che si comporterebbe come  si comportano i gas perfetti, con il loro ottetto esterno che li chiude in una sorta di corazza e non consente loro di sentire attrattiva per alcun  legame; ed una parte che invece proprio perché dovrebbe essere fortemente reattiva non possiamo ritrovarla come atomi egualmente isolati. Se davvero fossero reattivi, sociali, aperti, il loro destino sarebbe ineluttabilmente segnato: convolerebbero a nozze con i loro vicini e troveremmo non atomi ma molecole e molecole molto complesse come lo sono ad esempio le molecole organiche.
Se gli individui umani sono, invece, come sembrerebbe, rimasti pressoché tutti degli atomi, che al più sono capaci di deboli legami circostanziali, facilmente scindibili, allora il  dubbio  sull’autenticità della socialità che pratichiamo o quantomeno della “grande socialità” sembra quantomeno legittimo.
Potrebbe darsi che la socialità umana avanzata razionalmente sia qualcosa che non corrisponde alla socialità naturale avanzata dall’emotività. Che quindi l’uomo millanterebbe una situazione interna ottimale mentre nella realtà si troverebbe ben lontano da essa.
Se le cose stessero in questo modo non potremmo continuare impunemente a far finta di niente, come se nulla fosse, perché una socialità millantata per autentica mentre sarebbe solo una socialità ad hoc costruita dalla razionalità per accordarla ad una sempre crescente soggettività, ad un egoismo che tende sempre più a chiuderci in un devastante isolamento dovrebbe essere smontata pezzo per pezzo, sconfitta come un virus terribile che potrebbe ucciderci in massa.

Non basta quindi sostenere che l’uomo è un animale sociale, come già fece Aristotele molto tempo fa, occorre capire bene di che tipo è questa socialità: se è davvero compatibile con le intime esigenze di una creatura vivente.

A questo proposito ci conviene soffermarci su due posizioni molto simili forniteci dalle scienze biologiche e dalla filosofia morale, che credo fotografino esattamente l’idea razionale che l’uomo si è fatto della socialità e dell’altruismo. Un’idea che scaturisce dalla convinzione che nostra unica preoccupazione, come quella di ogni altro essere vivente, debba essere quella di assicurarci la sopravvivenza. Una sopravvivenza che viene indicata come una priorità assoluta, capace di porre in second’ordine qualsiasi altro obiettivo.  Queste indicazioni della razionalità ci lasciano molto perplessi, una volta che abbiamo interpretato la vasta gamma di sentimenti sociali come una spinta della conoscenza emotiva a portare avanti parallelamente e in modo coordinato anche l’obiettivo della socialità oltre a quello della soggettività.

 

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Bibliografia

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