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Quale amore? Quale felicità?
di Domenico Pimpinella – luglio 2007

- Capitolo 1 - Il nostro destino
Paragrafo 2 - Unico scopo: sopravvivere?
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Vorremmo ora soffermarci più dettagliatamente sul concetto di socialità e di altruismo che si realizza generalmente nella pratica quotidiana.
Abbiamo avanzato l’ipotesi che la socialità confezionata dalla razionalità  non sia propriamente la stessa che l’emotività vorrebbe che realizzassimo. Accade così che ci troviamo a perseguire una socialità che è un mistura di “sentimentalismo” e di “pensiero cosciente” motivato da interpretazioni che non sembrerebbero quelle giuste.
Quando la socialità è sentimento in atto, non influenzato eccessivamente dalla ragione, non strumentalizzato per altri fini, l’obiettivo verso cui veniamo spinti, anche senza possederne una chiara consapevolezza, è con ogni probabilità un qualche legame che sale come esigenza dal “più profondo” con lo scopo di portare due o più individui ad unirsi tra loro.
Se però la socialità risultante non è di questo tipo, non si presenta con lo scopo di legare tra loro delle entità, allora è quasi sempre dovuta al perseguimento di obiettivi che possono sostanzialmente ridursi al solo aumento indiscriminato e incontrollato di soggettività: in una parola al perseguimento dell’egoismo. 

Quando si cerca, quindi,  di cogliere le motivazioni che ci spingerebbero ad essere sociali, e non riusciamo a cogliere alcun tipo di legame evidente e duraturo su cui portare l’azione, significa, con ogni probabilità,  che ci troviamo di fronte ad un tipo di socialità che non è autentica e deve essere definita in relazione all’egoismo:  con o contro di esso.
Per la difficoltà intrinseca a mettere in evidenza la necessità di legami che presuppongano una società, sia pure in fieri, si è portati a cogliere l’individualità come un’entità monolitica:  egoista o altruista. Rivolta alla cura di se stessi o a quella degli altri. E poiché, in tutta onestà, ci è davvero difficile credere che le persone che si dedicano alla cura degli altri sono un numero rilevante, possiamo tranquillamente sostenere che esse finiscono per rappresentare delle sparute eccezioni e non certo la regola.
La norma diventa allora una prevalente, pressoché assoluta, cura per se stessi: attenzione che viene posta sulla propria soggettività e che finisce per trascurare sistematicamente qualsiasi tipo di legame tra “Io” diversi. Così tutto, in ultima analisi, può essere ricondotto all’egoismo.
L’egoismo diventa il perno centrale intorno al quale può essere fatta ruotare qualsiasi azione, anche se apparentemente vi possono essere una selva di motivazioni con cui ammantarle.
        
Ecco che, dunque, una mente acuta come quella di Pietro Ciaravolo, che si assume la piena responsabilità di dire pane al pane e vino al vino, al di la degli intendimenti coscienti con cui ognuno è convinto di potere ornare il proprio essere sociale, coglie la sola, vera, motivazione di fondo che oggi è in grado di legare il comportamento sociale a quello egoista.
Per Ciaravolo, la socialità umana non può considerarsi un’alternativa all’egoismo, ma deve essere considerata un suo altro aspetto, o, esprimendoci con le sue stesse parole, una manifestazione differenziata di questo.
La sua analisi coglie il succo della questione, l’asse portante della situazione, facendo scendere il “rasoio” a recidere tutti quei fronzoli che non fanno altro che confonderci le idee, fuorviandoci.
Dopo avere, infatti,  sostenuto che ogni uomo tende a confermarsi nella sua esistenza è costretto a chiedersi quale funzione abbia allora l’altruismo.
Se, infatti, appare sacrosanto che ogni individuo, umano e non, debba essere naturalmente egoista, preoccupato solo per la propria sorte, non si riesce nel contempo a comprendere, almeno con la stessa immediatezza, per quale ragione debba anche preoccuparsi per la sorte di altri, arrivando a compiere azioni in cui si possono spendere anche importanti energie. Posta la premessa, le deduzioni logiche non possono che essere quelle avanzate da Ciaravolo: le azioni altruiste devono per forza essere compiute per gli stessi identici motivi per cui si è egoisti. Il punto che viene tenuto fermo e sul quale non si transige è che un individuo non può non essere fondamentalmente e naturalmente egoista. Ogni altro suo comportamento che in apparenza potrebbe sembrare contraddittorio in realtà non può esserlo e deve per forza fondarsi e confluire nella stessa matrice egoistica.
Così alla fine Ciaravolo ne deduce coerentemente che  colui che aiuta l’altro a conservarsi nella sua esistenza in realtà sta conservando se stesso.  Ogni eventuale contraddizione diventa  in questo modo soltanto apparente.
Ritenendo inconcepibile che possa trattarsi di uno scontro radicale tra due comportamenti contrapposti, operanti entrambi all’interno della stessa unità organica, egli sostiene che se scontro sembra esserci è solo perché la loro interpretazione viene estremizzata, radicalizzata. In realtà non può ritenersi concepibile che l’altruismo possa scontrarsi frontalmente con l’egoismo, per cui dobbiamo, come lui stesso si esprime: “interpretativamente correggerlo”, arrivando a sostenere apertamente che  l’altruismo non può essere qualcosa di differente dall’egoismo. 
Il nostro autore specifica che se così non fosse l’altruismo sarebbe un falso posta la solidità biopsichica dell’egoismo. Se, dunque, l’altruismo non può essere anti-egoismo e se l’egoismo è una forza basilare e ineccepibile dell’esistenza umana, allora l’altruismo non può che essere “una manifestazione differenziata dell’egoismo”

Per non lasciare adito a dubbi, Ciaravolo si affida ad un esempio che esplicita il suo punto di vista. Ci sono - egli sostiene -  esperienze episodiche d’altruismo come il fare l’elemosina, in cui viene sicuramente a mancare tanto l’affetto (perché dall’altra parte può esserci una persona che non si conosce) che il dovere (poiché niente apparentemente ce lo impone) ma dove è sicuramente presente (in chi compie l’azione)  l’istanza della conservazione.  Allora, perché un individuo arriverebbe  a privarsi di una certa somma di danaro in favore di un altro?
La spiegazione è che la vista del povero ci mette in uno stato di disagio e il fare l’elemosina ci dà la possibilità di ripristinare un equilibrio interno che è stato scosso dalla vista dell’indigente. L’elemosina diventa, quindi, una sorta di terapia per superare uno stato di disagio psicologico. Con una tale azione si tende, quindi, a mettersi, come si suol dire, “il cuore in pace”.
Evolvendo ulteriormente questa idea egli motiva la moralità facendola rientrare nel perseguimento, più o meno consapevole, di due specifici obiettivi che portano, coerentemente a quanto supposto, entrambi acqua al mulino dell’egoismo:
- la convenienza a misurare le proprie azioni sulla previsione della reazione dell’altro, cioè in base al “pericolo del danno” che potrebbe derivare da un comportamento moralmente riprovevole;
- l’opportunità di realizzare delle alleanze, predisponendo l’altro ad offrire il proprio aiuto al momento del bisogno.
L’altruismo, la socialità, sarebbero dunque espressioni  del convincimento che si può e si deve occorre supportare l’egoismo in tutti i modi possibili.
Al di là, quindi, delle teorizzazioni e dei proclami con cui ogni individuo può giustificare eventuali gesti altruistici, la verità è che non esisterebbe un “altruismo disinteressato”. L’altruismo non ci deriverebbe da alcun imperativo categorico, semmai da uno ipotetico.
Secondo una tale visione all’egoismo non vi può essere alternativa! Anche se può e deve essere mitigato con azioni che possono alleviarlo, addolcirlo, proprio come se si trattasse di qualcosa di amaro ma necessario.

E’ una spiegazione questa che può essere utilizzata per incentivare la pratica dell’altruismo in quanto non ci nuocerebbe, perché comunque alla fine porterebbe acqua al mulino dell’egoismo. Una spiegazione simile però è anche una pericolosa arma a doppio taglio. Essa può convincerci che tutto sommato, esistendo solo l’egoismo a cui poter far concreto riferimento, si può prendere il toro sia per le corna che per la coda. Che si possono sfruttare le buone maniere come le cattive: che il fine giustifica i mezzi.  E, infatti, seguendo questo filo nascosto, alla fine l’umanità è diventata uno stuolo di esseri machiavellici che possono usare indifferentemente il sorriso o la violenza pur di raggiungere un unico fine: continuare semplicemente a vivere: sopravvivere.
La fotografia che Ciaravolo ed altri filosofi morali sono arrivati a scattare della realtà è indubbiamente molto fedele allo stato di cose  che giace sotto una coltre di nubi inconsistenti e mutevoli, che non modificano assolutamente la sostanza del mondo, ma finiscono solo per nasconderla agli occhi dei più ingenui, spesso delle vittime designate.
Un altruismo così motivato non aumenta certo la socialità dell’individuo: piuttosto la sacrifica esplicitamente all’egoismo, che come un mostro repellente e pericoloso avrebbe il diritto di crescere illimitatamente e a dismisura in un caveau sotterraneo, nascosto alla vista delle persone sensibili.
Seguendo questa linea di pensiero si riesce a portare allo scoperto una  pericolosa mancanza di feed-back che, se ci fosse, scongiurerebbe la crescita indefinita di ogni mostruosità. L’uomo è talmente convinto di queste sue certezze che non verifica la sua crescita razionale. Non cerca di capire se le soluzioni che ha adottato lo stanno portando davvero verso una migliore condizione. Si intestardisce a voler proseguire a tutti i costi nella direzione che ha stabilito aprioristicamente come la migliore. Una direzione che ci parla di chiusura, di difesa delle caratteristiche peculiari, di utilizzo di ogni cosa, degli enti inanimati come degli esseri viventi e addirittura dei nostri simili; che ci parla di un altruismo subordinato all’egoismo, di una socialità che può essere indifferentemente autentica o ipocrita: che, soprattutto, non avrebbe un obiettivo da perseguire.
E’ comprensibile che l’uomo abbia finito per costruirsi la casa e dimorare nella menzogna, nella trappola in cui la razionalità lo ha portato, facendogli rincorrere lucciole per lanterne.
In seguito cercheremo di comprendere più dettagliatamente come ciò può essere avvenuto. Per ora forniamo solo un’altra testimonianza dell’interpretazione imperante con cui la razionalità motiva l’altruismo, rifacendoci al noto lavoro di Dawkins: Il gene egoista.
La teoria del gene egoista, basata interamente sul principio della selezione naturale, incarna le idee originali di Darwin, riuscendo anch’essa a dare ragione dell’altruismo. Per il nostro autore è il gene ad avere quella posizione egoistica che si è soliti attribuire all’individuo. Infatti, alla luce dei fatti,  sembrerebbe più semplice sostenere che chi punta ad auto-conservarsi  non è l’individuo, pluricellulare o anche monocellulare, ma i suoi geni. L’individuo diventa allora una macchina da sopravvivenza che avrebbe il solo compito di portare a spasso i propri geni offrendogli maggiori possibilità per replicarsi.  Ponendo le cose in questo modo sembrerebbe più semplice dar conto dell’altruismo senza cadere in pericolose contraddizioni. L’individuo può assumere un comportamento altruista perché In questo modo, evidentemente, si facilita la possibilità dei geni di replicarsi. In questo modo appare incontestabile che i geni diano a quella macchina da sopravvivenza una singola istruzione generale: fa qualunque cosa pensi vada meglio per mantenerci in vita (pag 65). E questo “qualunque cosa” può ovviamente essere anche un comportamento altruistico se comporta un aumento delle probabilità dei geni di  sopravvivere e  moltiplicarsi.
Pienamente convinto di ciò, Dawkins, cerca, quindi,  coerentemente di escludere, di smontare qualunque ipotesi alternativa come, ad esempio, la teoria di Konrad Lorenz del “bene della specie” o quella di Wynne-Edward “della selezione di gruppo”.
La socialità appare, guardando le cose, con questo filtro aprioristico un epifenomeno. Dawkins può mettere insieme guardando alla natura una mole considerevole di comportamenti che possono essere valutati chiaramente come altruistici, come quando ad esempio un particolare pipistrello divide con i  membri della comunità una parte del  cibo che si è procurato o un uccello madre rischia la propria vita fingendosi ferita per portare un eventuale aggressore lontano dalla propria  nidiata. Ovviamente, in questi casi e in numerosissimi altri non è difficile cogliere l’”investimento” di risorse che l’individuo altruista finisce per fare con un comportamento che inizialmente può sembrare insensato. 
D’altra parte che i comportamenti altruistici debbono offrire un qualche vantaggio a chi li compie appare scontato. Se così non fosse, infatti, questi comportamenti verrebbero scartati dalla selezione naturale per il semplice motivo che una qualunque comunità per esistere ha bisogno che restino in vita i suoi membri. Non vi possono esservi, quindi, alla lunga, comportamenti altruistici che siano uno svantaggio per il singolo individuo. Da questo punto di vista sostenere che un comportamento altruistico sia anche un comportamento egoistico appare piuttosto una tautologia se per egoismo intendiamo quello che intende Ciaravolo e Dawkins il diritto dell’individuo ad esistere e a perseguire nella propria filogenesi.
Le cose mutano forma in maniera sostanziale se per egoismo si vuole intendere, invece, un diritto esclusivo ad esistere, un unico diritto in grado di mettere in secondo piano ogni altro. A noi sembra che si debba intendere l’egoismo più in questa accezione, mentre il semplice e naturale diritto ad esistere, a rappresentare una specifica possibilità esistenziale possa essere espresso in maniera più redditizia con la soggettività. Per cui ogni essere vivente è naturalmente soggettivo e può, mancando l’esclusività, evitare di diventare egoista, cercando di condividere il mondo, l’ambiente,  con altre soggettività. Il gene egoista come l’individuo egoista danno un’idea di  esistenza ancorata a possibilità limitate che invece di sommarsi, di dialogare, tentano di escludersi vicendevolmente. Danno insomma l’idea di una lotta totale. Idea che purtroppo sembra essere essersi incistata nella mente umana.
Il dibattito scientifico, negli ultimi tempi, ha avuto come uno dei suoi temi centrali le teorie del gene egoista e quella della selezione del gruppo.
Le due teorie suggeriscono visioni molto diverse tra loro. Secondo i sostenitori della teoria della selezione del gruppo la natura si preoccuperebbe del fatto che gli individui, appartenenti ad una data specie, cooperino gli uni con gli altri, per la sopravvivenza del gruppo. Alla natura non interesserebbe, quindi, questo o quell’individuo in particolare ma un certo insieme di individui. E’ come se un presunto bene, interesse, della collettività riuscisse a guidare le azioni dei singoli individui. Al che ovviamente ci si deve chiedere: in che modo vi riuscirebbe? Rispondere a questa domanda è di un’importanza cruciale.
Se la premessa non viene mutata e l’individuo continua ad essere intercettato come un’entità distinta e separata dal contesto, è del tutto ovvio che non si riesce a parlare in maniera corretta di socialità. E allorché si mettono in opposizione interessi dei singoli con quello del gruppo si sta realtà non si fa altro che opporre a degli interessi specifici altri interessi anch’essi specifici e non quelli dell’intera comunità.
Se a sembrare più convincente, e, quindi, ad avere più clamore,  è stata la teoria del gene egoista e non quella della selezione del gruppo è solo perché nella prima lo sguardo è rivolto sostanzialmente al passato, ad una realtà oramai consolidata come l’individuo;  la seconda è invece rivolta al futuro, a ciò che deve ancora realizzarsi e non si sa bene come riuscirci.
         La mente razionale che forse dovrebbe preoccuparsi di questo in realtà non se ne preoccupa, ma non perché non ne sarebbe capace, anzi! ma perché prima deve riuscire a cogliere in maniere convincente il progetto dell’emotività di formare nuove entità che superino il singolo individuo pluricellulare.
Così la consapevolezza è in sostanza solo consapevolezza del passato. Dovrebbe diventare anche consapevolezza del circolo vizioso nel quale siamo finiti, e cercare di rispondere ad una domanda che brucia nelle coscienze di molti: siamo davvero tanti Sisifo impegnati in un’immane, eterna,  fatica solo per ricominciare sempre tutto daccapo? Quello di Sisifo è un supplizio che una mente aperta, intelligente, non può accettare  in quanto reca in sé un’angoscia e una tristezza incomparabili. Oltre a comprendere che il gene è una sorta di libro che ha in sé la facoltà di auto-tutelarsi da ogni possibile distruzione, occorrerebbe anche capire perché questa sorta di librone dovrebbe aspirare al destino di doversi rinnovare infinitamente senza alcuno scopo. E’ destinato come Sisifo a scontare una qualche punizione?
         E’ quello di cui hanno finito per convincersi un po’ tutti, gli orientali come gli occidentali,  anche se in maniera diversa.
In oriente ci si è convinti in larga parte che lo scopo principale di un individuo sia quello di raggiungere una perfezione che permetta all’anima di liberarsi definitivamente dei lacci di desideri mondani. Il che, evidentemente, significa che il vivere, con i suoi desideri, è concepito come una sorta di punizione da cui dovremmo sottrarci. Desideri che ci fanno girare eternamente in tondo costringendoci ad un’esistenza senza senso che ci procura per questo solo dolori ed ansie.
In occidente, la stessa base di partenza è stata sviluppata razionalmente in maniera leggermente diversa. Qui basta solo una vita per risolvere il problema. Una vita virtuosa e l’anima se ne svolazza leggera e beata in Paradiso. Il supplizio sisifico mondano è stato più opportunamente differito, spostato sull’anima e posto all’inferno. Cosa cambia? Il succo della faccenda rimane lo stesso. Che si formalizzi filosoficamente o scientificamente l’egoismo o che lo si pratichi solamente imitando gli altri, lo scopo dell’esistenza finisce per rimanere per tutti uno scopo unico: sopravvivere. L’unica libertà sembrerebbe quella di poter scegliere se sopravvivere come esseri virtuosi per guadagnarsi il paradiso o la liberazione dal ciclo delle rinascite, o sopravvivere per cercare di godersi il più possibile i piaceri che si possono cogliere nel giardino dei desideri.  Oppure, si può cercare di vivere ambiguamente per assicurarsi entrambe le opportunità. E’ questa la soluzione più gettonata che ogni uomo alla fine persegue in modo più o meno consapevole. E seppure un noto proverbio ci ammonisce dell’impossibilità di poter avere contemporaneamente la botte piena e la moglie ubriaca, nessuno sembra curarsene più di tanto. Alla fine quasi tutti rinunciano a scegliere tra una vita virtuosa e una vita piena di piaceri, credendo di poter legittimamente aspirare ad entrambi. E questo soprattutto dopo che, come abbiamo visto, si è legittimati a perseguire in ogni maniera l’egoismo, ritenendolo una naturale e soprattutto l’unico scopo per cui si può vivere.

 

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Bibliografia

Questo saggio è un testo in fieri, l’autore offre ai lettori l’occasione di partecipare alla sua composizione e quindi al suo sviluppo. Per proporre correzioni, miglioramenti o altro, scrivere a suggerimenti@riflessioni.it verranno presi in considerazione solo scritti sostenuti da valide spiegazioni.

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