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Quale amore? Quale felicità?
di Domenico Pimpinella – luglio 2007

- Capitolo 1 - Il nostro destino
Paragrafo 4 - Un nuovo elemento: l’inconscio collettivo
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Finora abbiamo valutato, sia pure per sommi capi, due teorie che hanno cercato di mettere in relazione biunivoca l’egoismo e l’altruismo. In entrambi i casi, sia che l’altruismo lo si valuti come funzionale all’egoismo, sia che lo si tenga separato per poter operare una scelta di campo tra due opzioni che appaiono antitetiche, si finisce per porre l’accento sulla chiusura operativa con la quale la razionalità ha sostanzialmente finito per circoscrivere l’Io.
Per contro abbiamo accennato che la strada giusta per poter pervenire ad un concetto naturale, autentico, di individualità sarebbe quello di introdurlo già come un dividuum e non come l’individuum, l’atomos originario con cui l’ha colto da sempre la razionalità.
Anche se la chiave per la soluzione del problema potrà, in questo modo, apparire di una semplicità disarmante, quasi ingenua, siamo convinti che è questa la chiave giusta per iniziare  ad allargare correttamente le frontiere della conoscenza.
Il primo che ha inaugurato questo modo nuovo di pensare l’individualità, almeno nella storia del pensiero occidentale, credo sia stato  Jung.
Sostenendo che l’individuo non è assolutamente un essere unico e separato dagli altri  ma è anche un essere sociale,  ha potuto derivarne che la psiche umana non è un fenomeno chiuso in sé e meramente individuale, ma è anche un fenomeno collettivo. E come certe funzioni o istinti sociali si oppongono agli interessi egocentrici dell’individuo, così determinate funzioni  o tendenze della psiche umana si oppongono, con la loro natura collettiva, alle funzioni psichiche personali. Sicuramente Jung non è il primo che ci parla di socialità, ma è il primo che mette in evidenza  un certo tipo di socialità. Una socialità che non viene “dopo”, ma che si esprime “contemporaneamente” alla soggettività e che quindi getta una luce diversa sull’individuo, capace di metterne in risalto la struttura ambivalente.
Jung critica il monoteismo psicologico che avrebbe si il vantaggio della semplicità ma sicuramente il difetto della unilateralità. Rispetto alla precedente struttura “monovalente”, su cui si era sempre ragionato, egli ci fa sicuramente compiere un notevole passo avanti.
E’ possibile ora concepire una struttura psicologica che si può dividere non solo in contenuti coscienti e inconsci ma anche in contenuti personali e impersonali o collettivi, si comincia in questo modo a delineare una sorta di schema generale in grado di tener conto dell’insorgenza di vari tipi di individualità, in quanto differenti combinazioni di originari elementi strutturali.
Con Jung ci troviamo sicuramente a ragionare con un nuovo schema articolato di individualità. C’è solo da aggiungere che Jung crede, contrariamente a quanto ipotizziamo noi, che la tendenza naturale sia quella che porta verso il processo di individualizzazione, e che la psiche umana stia cercando di uscire da esperienze e storie collettive che si sono cristallizzate nell’inconscio come simboli e archetipi.
E’ un’interpretazione se vogliamo comprensibile che tiene conto di una tendenza che emerge fin dall’inizio della consapevolezza. Così per Jung chi annette alla propria coscienza il retaggio inconscio della psiche collettiva mescolandolo con quanto si è formato in lui nel corso del suo sviluppo ontogenetico, dilata l’ambito della propria coscienza in modo illegittimo e ne subisce le conseguenze. Per Jung la psiche collettiva coarta e svaluta  quella individuale perché appunto lo sviluppo corretto viene ritenuto lo stesso di quello storico. Jung non pensa che siamo fuori da una traiettoria ideale e corretta, ma che veniamo continuamente tirati per la giacca da una sorta di  DNA culturale comune che tenta di dissolvere la personalità dell’individuo nelle coppie di contrari che lo costituiscono. Coppie di contrari che ci mettono, come l’asino di Buridano, di fronte a due sacchi uguali di fieno, che pretendiamo scelgano per noi. Il Guaio, sostiene Jung, non sta né nella psiche collettiva né in quella individuale, ma nel permettere che si escludano a vicenda.
Ci troviamo d’accordo nel ritenere che individuale e collettivo devono coabitare lo stesso individuo, chiedendoci tuttavia quali di queste due tendenze debba alla fine prevalere.
Se il collettivo non viene visto solo come un insieme di dati che ci allacciano e ci riportano tutti al passato, ai grandi tesori  che vi giacciono sepolti, ma anche come un programma comune che ci permette di utilizzare lo svilupparsi di individualità differenziate, esso diventa socialità: tendenza a convergere con motivi differenti sullo sviluppo di una nuova unità super-individuale.
Quello che riveste comunque una importanza significativa è la possibilità di ragionare da jung in poi con un modello di individualità che non è più monolitico, ma ambivalente e addirittura tetravalente se andiamo ad abbinare tra loro i contenuti coscienti e inconsci con le tendenze evolutive che possono essere individuali o collettive.
Non basta sostenere che la direttiva vitale di un individuo è la risultante delle tendenze individuali e collettive esistenti, in ciascun istante, nel processo psicologico. E che la  persona  rappresenta un ostacolo all’evoluzione dell’individuo, in quanto indica un atteggiamento tipico dominato da una singola funzione psicologica. Un fondamentalista diremmo oggi.  Occorre capire quale era e qual  è rimasta la tendenza fondamentale dell’inconscio per potergli associare  in modo coerente e armonioso anche una tendenza cosciente. In questo modo possiamo capire se davvero la maschera è portata, come sostiene Jung, dalla psiche collettiva con lo scopo di simulare un’individualità, oppure non sia al contrario portata dalla coscienza individuale volendo far credere agli altri e sopratutto a sé di essere collettiva, e dunque sociale?
Noi oggi parliamo disinvoltamente di socialità, di un DNA culturale che costituirebbe la solida base di un vivere comune. Ma mentre parliamo e ci riempiamo la bocca di belle parole e di magnifiche intenzioni, rileviamo nella realtà una guerra di tutti contro tutti, che nessun potere, nessun Leviatano sembra in grado di regolamentare, di scongiurare.
Una guerra che tutti cercano di coprire con un velo pietoso. Si critica Hobbes, si inneggia ad un uomo civile, giudizioso, ma poi sotto sotto ognuno combatte quasi senza rendersene conto la sua guerra personale. E’ inevitabile con la mentalità che abbiamo! L’idea rimane comunque quella di erigere steccati, di fortificarsi, perché crediamo che sia giusto, lecito, farlo. E sospinti da questa logica non ci rendiamo conto che dovremmo invece, cominciare a togliere qualche paletto, ad aprirci dei varchi in modo da poterci incontrare più da vicino. Finché magari non avremmo compreso come toglierli completamente come, fidarci e dialogare gli uni con gli altri.
Dovremmo poter chiederci qual è dunque l’idealità e quale la realtà attuale che da essa si discosta.
La vera saggezza ci deve portare a chiederci questo. E non lo deve chiedere come giustamente dice anche Jung né alla Scienza né alla religione. La soluzione, egli dice,  può venire solo da un’osservazione assolutamente imparziale di quei germi psicologici della vita che nascono dalla collaborazione naturale della coscienza e dell’inconscio, dell’individuale e del collettivo.
Il vero tesoro che emerge davvero dalla caverna dell’”inconscio collettivo”  è l’idea di una socialità in grado di riadattare in modo nuovo una vecchia predisposizione dell’animo. Se in noi c’è un terreno comune che riguarda il passato perché non credere che sia possibile coltivare insieme un nuovo terreno comune che riguardi il futuro?

 

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Bibliografia

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