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Quale amore? Quale felicità?
di Domenico Pimpinella – luglio 2007

- Capitolo 2 - Come migliorarci
Paragrafo 5 - Coinvolgere l’intera umanità
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Ammettiamo che qualche lettore inizi a trovarsi d’accordo nel voler prendere in considerazione una revisione critica della propria psicologia e consideri il cambiamento radicale di paradigma mentale come  l’unica possibilità per uscire fuori dall’attuale crisi esistenziale che investe l’uomo.
Questo lettore, come abbiamo già sottolineato, non avrà certo risolto i propri problemi, ma se ne troverà a fronteggiare, almeno momentaneamente,  un numero maggiore, primo fra tutti quello di riuscire ad operare in un ambiente in cui si trovino altri individui desiderosi come lui di poter fare altrettanto.
Facciamo appello perché sia investita su questo punto tutta l’attenzione possibile!
Infatti, contrariamente a quanto il senso comune ha sempre creduto finora, la scelta di un amore autentico da contrapporre all’egoismo, non può essere portata avanti da singoli individui sia pure “illuminati”, perché, come abbiamo accennato, per amore si deve intendere la capacità di costruire legami tra individui e individui e poi ancora tra gruppi e gruppi con il fine di formare società sempre più stabili. Da soli non si può essere in grado d’amare perché non saremmo in grado, per quanto lo desiderassimo, per quanto ci impegnassimo,  di costruire nulla di più grande di noi stessi. Come si possono costruire dei legami da soli se questi devono unire necessariamente più individui insieme?
Quella che viene di solito considerata una scelta unilaterale d’amore, ovvero il prenderci cura dell’altro al punto da dimenticarci di noi stessi, in realtà starebbe a significare, se l’altro non cercasse gli stessi identici legami, se non ricambiasse il nostro affetto e la nostra dedizione per qualcosa che va al di là di entrambi, un travaso di soggettività, da noi all’altro o agli altri e viceversa.
Un travaso del genere ha un senso solo se avviene tra genitore e prole, tra madre e figli perché, come si può intuire facilmente, tra questi individui c’è una chiara continuità filogenetica che fa di due persone una sola. Lo stadio ontogenetico più vecchio può “donare” se stesso a quello più giovane in modo da potenziarne le probabilità di successo nell’andare avanti, nel costruire il futuro. Due individui qualsiasi che non sono caratterizzati dalla stessa linea filogenetica, non devono donarsi l’un l’altro, ma devono cercare di trascendersi intrecciando più saldamente possibile le loro vicende personali.

Un individuo da solo può però iniziare col predisporre se stesso al dialogo, cercando di individuare, seppure cautamente, quante più porte e finestre possibili sul mondo, a cominciare da quelle aperture “naturali” che sono i sentimenti. Si può usare questa metafora dell’individuo che ha possibilità di costruire aperture, per contrapporla a quella della monade leibniziana, che ci vorrebbe, al contrario,  senza porte e finestre, chiusi ermeticamente in noi stessi solo perché, in fondo, non riusciamo a vivere consapevolmente le emozioni degli altri. Ma voler vivere consapevolmente o razionalmente le emozioni degli altri sarebbe un assurdo. Le emozioni degli altri in realtà vengono lette e vissute dal nostro stesso apparato emotivo, che come ben si sa non sono assolutamente private ma pubbliche. Le emozioni emergono in superficie e modificano sensibilmente la maschera del nostro volto. Se il nostro apparato emotivo non è “bloccato” da quello razionale, come accade negli altri animali, le emozioni sono come scritte su un libro aperto che ognuno può sfogliare e leggere a piacimento. Quello che in effetti non si può leggere nell’altro sono i sentimenti. Questi, in effetti, sono una lettura interna delle emozioni fatta mediante una chiave privata, legata ai propri convincimenti, alla propria cultura, ecc. per cui la razionalità che dovrebbe e potrebbe leggerli, si trova davanti ad una scrittura criptata, unica, che non permette di essere letta. Per poterlo fare occorre uno scambio di informazioni che unifichi le varie scritture.

Ritornando al nostro modo interiore, potremmo servirci di un’altra metafora per esplicitarne meglio la situazione, paragonandolo ad un orto. Ammettiamo, infatti, che lo spazio interiore riservato alla socialità razionale sia diventato una sorta di orto abbandonato e, per questo, infestato di rovi ed erbacce. Per bonificare, coltivare occorrerebbe prepararlo ad una adeguata e opportuna semina. Ebbene da soli, anche senza la cooperazione degli altri, è quello che in realtà possiamo fare. Possiamo predisporre una parte del nostro “terreno  interiore” affinché vi venga seminata una comune visione, un comune destino. La vera e propria semina, la successiva cura di questa parte di orto interiore però è qualcosa che dobbiamo fare necessariamente in collaborazione con gli altri.
La possibilità, quindi, di cambiare i propri registri mentali è qualcosa che può avvenire solo con una intensa collaborazione con gli altri. E’ solo l’esperienza sul campo  che può dirci quanto possiamo spingerci verso un aumento della socialità, come deve essere attuata, fin dove possiamo spingere la sperimentazione sociale senza far insorgere eccessive ansie per la messa in pericolo della soggettività, che è un’altra parte del terreno interiore che non può essere a sua volta abbandonata, ma deve essere utilizzata per altre culture, per altri scopi.
Ovviamente. Ne deriva che quante più persone fortemente motivate riescono a partecipare ad una sperimentazione che si prefigge un cambiamento interiore mirato, tante più possibilità si avrebbero di riuscirvi. Non solo perché, come si intuisce, si avrebbero più possibilità di incontrare l’individuo con il quale il dialogo può essere facilitato da una simpatia o da un’empatia, cioè da una predisposizione emotiva, ma anche perché più persone riescono a partecipare ad un tale esperimento e più si può creare una forte resistenza al  flusso di esistenze che oggi si muove nella direzione opposta. Oggi c’è indubbiamente un flusso di esistenze che creano una forte corrente di egoismo. Da questa corrente si viene trascinati nostro malgrado. Vivendo in una società fondata sull’egoismo e fatta per gli egoisti, è estremamente complicato, quindi, estraniarsi da certe regole, non conformarsi: si rischia non solo di non poter diventare delle individualità autenticamente sociali per mancanza di altri soggetti con cui “legarsi”, ma soprattutto si rischia di non riuscire più a rimanere delle precise individualità soggettive.  Si rischia di venire sgretolati, “macinati”, ridotti in polvere affinché altri mattoni, che non vogliono assolutamente diventar casa, possano però diventare più grossi e più forti.
Il problema più impegnativo, dunque,  è riuscire a coinvolgere nel progetto di rinnovamento psicologico la più grande fetta possibile d’umanità. Più ricercatori ci sono in un laboratorio e più probabilità si avranno di compiere la mossa giusta che potrà essere copiata dagli altri. La società, quindi, dovrebbe diventare un laboratorio nel quale sperimentare come dei singoli individui possono legarsi insieme per costruire un tessuto sociale, vivendo nel contempo una vita più gioiosa e felice.

Ritornando per un momento al libro della Mead, di cui abbiamo discusso nel paragrafo precedente, è stato messo in evidenza come tutta l’organizzazione di vita degli Arapesh risulta assolutamente incomprensibile ai Mundugumor, e viceversa. Ovviamente, in entrambe le tribù vi si possono trovare delle deviazioni da quella che appare la normalità. Così nella tribù dei Mundugumor, nonostante si venga allevati fin da piccoli alla violenza e alla prevaricazione, vi nascono quasi per miracolo individui “buoni” che hanno la predisposizione a prendersi cura dei piccoli, che sono portati a collaborare, seppure in modo sottomesso, con gli individui più violenti  e cercano rispettare le leggi e le usanze. Questi individui vengono chiaramente collocati al gradino più basso della scala sociale. La Mead fa giustamente notare che se non fosse per costoro non esisterebbe neppure quella minima organizzazione sociale che riesce a tenere uniti insieme vari nuclei familiari.
Nella tribù dei miti Arapesh,  dove l’educazione è tutta improntata a stabilire legami di collaborazione con ogni membro della famiglia e della tribù, alla fine della scala sociale sono, invece,  collocati quelli dal carattere più irascibile e quelli che sono portati a condurre una vita più isolata dal resto del gruppo.
Dal confronto delle due tribù si evince che sarebbe del tutto inutile cercare di far capire ad un Mundugumor ortodosso che potrebbe vivere meglio se la sua vita fosse improntata alla collaborazione con gli altri  e all’amore reciproco. Come, d’altronde, risulterebbe egualmente incomprensibile prospettare ad una Arapesh quei vantaggi che pure si possono trovare nel modo di vivere dei Mundugumor. In entrambi i casi è palese che ci si è spinti verso un’eccessiva estremizzazione della propria istintiva natura ambivalente, e non si è in grado di “ragionare” sull’aspetto interno complementare del quale non ci si avvede. Cosa che invece dovrebbe essere possibile se si vuole dialogare con altri individui che sono predisposti biologicamente e disposti culturalmente in modo diverso da noi. Altrimenti è un parlare (linguistico) tra sordi.

Con questo breve inciso, abbiamo voluto introdurre l’idea che il dialogo tra individui è possibile solo se ci si rende conto che naturalmente possediamo un’individualità composta da due aspetti complementari che possono presentarsi come somma percentuale di conoscenze che, seppure miranti ognuna ad un loro specifico obiettivo, non sono incompatibili tra loro. Solo da questa consapevolezza può venir fuori l’uomo veramente civile e superiore, in grado di maneggiare la propria razionalità senza farsi male. La razionalità è in effetti una lama affilata come quella di un rasoio con cui ci si può fare molto male. Ma se opportunamente utilizzata diventa uno strumento con cui si può riuscire a produrre il vero benessere.
Purtroppo, la consapevolezza di cosa sia effettivamente la razionalità assolutamente non esiste nelle nostre società. E così non può esistere neppure un autentico dialogo. Nelle nostre società civile si possono incontrare Arapesh e Mundugumor che riescono a vivere promiscuamente gli uni vicino agli altri solo perché la loro sviluppata razionalità li porta, oggi, a unificare le tendenze verso l’ideale Mundugumor, verso cioè il mondo delle origini, dell’essere autopoietico di secondo ordine che per la nostra razionalità è una realtà conclamata che non può essere messa in discussione. Ci si spinge collettivamente verso l’ideale Mundugumor, ma nello stesso tempo, ci si camuffa esteriormente da miti Arapesh.
Questa ambiguità che si rileva al posto di una coerente ambivalenza crea una situazione maledettamente ingarbugliata dalla quale è diventato oggettivamente difficile uscire. Non si riesce più a capire dove finiscono le tesi dell’emotività e dove cominciano quelle della razionalità.
In questa situazione, le persone più sensibili, quelle che riescono ad intuire che non è con la socialità attuale, con la socialità messa in risalto da Ciaravolo e che giustamente definisce l’altra faccia dell’egoismo, che si può vivere una vita appagante, ricolma di senso.  Ci si sente soli, sfiduciati, con un tendenza egoistica che condiziona le persone e le costringe entro schemi che sembrano prigioni dalle quali nessuno può sperare d’uscire.
In effetti è così! O si tenta di uscire insieme ad un cospicuo numero di prigionieri, o si produce una risoluzione su larga scala, oppure si è destinati a rimanere nell’angusta nicchia che il destino ci ha riservato. Non sembrano esserci altre vie di scampo anche se la razionalità ne ha “pensate” anche altre che sembrano percorribili anche restandocene da soli, senza entrare in intimo contatto con altri. In realtà queste strade possono esistere solo nella nostra immaginazione e noi possiamo percorrerle solo illudendoci gravemente.
L’unica possibilità per sconfiggere il dilagante egoismo non sono le favole, bensì una laboriosa attività di convincimento degli altri, di quelli che non si sentono affatto turbati dal problema ad aprire gli occhi, a rendersi conto che c’è un’umanità da costruire, che non ha senso puntare tutto sulla propria soggettività.
Da soli, quello che possiamo fare è accrescere la propria potenza per attirare nella nostra orbita tutto ciò di cui possiamo servirci per diventare ancora più potenti e per procurarci una sfilza interminabile di momenti piacevoli  nei quali smarrire e obliare la nostra solitudine, il dolore per un destino che sembrerebbe essere schiavo dell’impossibilità del possibile.

         In fondo è questa la rappresentazione che dell’uomo hanno fatto gli esistenzialisti:  da Sartre a Camus. Un uomo sopraffatto da un destino che sembra non avere speranze, se non quella di stordirsi continuamente nel piacere, nelle droghe, nel consumo, cercando inconsapevolmente di accelerare la fine della propria esistenza.
La storia della metafisica, hanno detto bene Nietzsche ed Heidegger, è proprio la storia del desiderio di cristallizzarci nella certezza di essere qualcosa di stabile ed eterno. Ma questa certezza l’abbiamo cercata e avremmo voluto trovarla in questa fede originaria di un mondo frazionato, di un individuo ridotto a soggettività. Una cosa impossibile come si è capito, ma che purtroppo non ha smesso di illudere con un’inerzia di millenni di usi ed abitudini consolidati.
Tuttavia tutto può ancora essere ridiscusso! Il precipizio verso il quale marciamo compatti come una torma di topi che seguono baldanzosi il pifferaio, forse è ancora ad una distanza che potrebbe permetterci di invertire la marcia. Dobbiamo provarci!

Qui non si tratta di discutere del beneficio di alcuni rispetto agli altri. Non si tratta di soddisfare le esigenze di una parte di umanità che cova segretamente la speranza di un mondo migliore, vedendolo in una rinuncia da parte di quelli che hanno acquisito una condizione privilegiata, che detengono un potere, che non si sognano nemmeno di rinunciare allo status quo. Qui si tratta del futuro di tutti.
La storia ci insegna che in passato si è perseguito il miglioramento della società non riuscendo a trovare nulla di meglio che capovolgere i vecchi equilibri, che far diventare il vecchio padrone un servo e  viceversa portare il servo a diventare il nuovo padrone, nella errata credenza che la virtù del servo portasse a ridurre il divario, a superare in una nuova sintesi, sia la tesi che l’antitesi. E’ la dialettica Hegeliana che ritroviamo nella fenomenologia dello spirito  ma che la storia ha bocciato come falsa. In realtà si può invertire la testa con la coda, le cose non cambiano sostanzialmente finché la mentalità, la psicologia  dell’individuo rimane immutata. E lo rimarrà in eterno se non cambia l’idea, il concetto,  che abbiamo di noi stessi. Finché non saremo capaci di vedere con gli occhi della mente questa nuova unità unitaria che cerca di venire faticosamente alla luce mettendo insieme, fondendo le esistenze e le esigenze dei singoli individui, finché non vedremo delle società compattarsi e muoversi come un’unica realtà, resteremo quei piccoli esseri, quei “topolini” che eravamo quando si estinsero i dinosauri e che siamo ancora oggi.
Chi ne è capace, chi ne ha le facoltà, non può che puntare sulla trasformazione di se stesso sperando che questo processo accomuni più individui possibili in un processo coagulativo che interferisca positivamente anche sulla trasformazione di quelli che sono meno sensibili, che hanno un occhio della mente ancora abbozzato, meno sviluppato di altri.
C’è un proverbio che dice: “L’appetito viene mangiando”. Parafrasandolo forse  potremmo dire riferendoci al nostro caso che l’autentica socialità potrebbe venire fuori socializzando.  Oggi, proprio per la condizione in cui ci troviamo, potrebbe non esserci concesso di immaginare tutta la bellezza che acquisterebbe il nostro mondo interiore grazie alla costruzione di una vera umanità. Non siamo in grado di capirlo e neppure di anticiparlo come sensazione. Non possediamo il tipo di esperienza adatto per cogliere consapevolmente una possibilità così diversa. Forse l’unico indizio che possiamo usare, l’unica situazione che possiamo paragonargli è l’innamoramento. Quando si è innamorati e ricambiati si stabilisce un intenso legame emotivo che ci permette di attestarci su un punto di equilibrio interno e di provare così qualcosa che altrimenti ci è difficile provare: la gioia, l’estasi, la soddisfazione totale.
L’innamoramento è però un compattamento temporaneo in una dimensione tridimensionale che non possiamo certo utilizzare per compattarci come individui di terzo ordine, come umanità.  Però può farci rendere conto cosa sia un’individualità che si sviluppa in maniera corretta, che si realizza secondo quella che è la sua autentica natura.

Non illudiamoci però! Chi è chiuso nella propria prigione esistenziale, chi usa la possibilità di una trofallassi linguistica per mettere in piedi, in assoluta buona fede, una socialità che sostanzialmente consiste nello sviluppare una faccia compatibile con l’egoismo, non è in grado di capire che si trova prigioniero della propria soggettività ed è per questo condannato alla  fredda notte cosmica.
Per come siamo stati educati e abituati a vivere, con l’idea che dei legami profondi e saldi fra gli uomini non farebbero altro che  farci perdere la nostra libertà, senza poter supporre che invece potrebbero essere proprio questi legami a donarci una condizione più autentica, è naturale  restarsene chiusi nelle vecchie convinzioni. L’idea di una diversa libertà, di una libertà autentica che tuttavia non riusciamo a concepire razionalmente, ci intimorisce e spaventa. Così la speranza è che qui e là una nuova consapevolezza delle proprie miserabili condizioni affiori prepotente riuscendo a mettere in moto dei cambiamenti locali. Accendendosi, qui e là, un numero sempre maggiori di luci, di stelle, si potrebbe dar vita all’inizio di una nuova contagiosa consapevolezza, finché tutto non diventi un fermento inarrestabile.
E’ quello che dovrebbero capire soprattutto i giovani, quelli che devono trovare il modo di sperare  nel loro futuro.
        
Di fronte a simili parole, ne sono certo, si potrà levare un coro di voci che grideranno all’utopia, al sogno irrealizzabile. Gente che dirà senza dubitarne che la verità è quella in cui siamo immersi e che è impossibile cambiare. Saranno le parole dei ciechi mentali che riescono a vedere solo con i primitivi occhi sensoriali e non possono fare altro che identificare le loro certezze con la verità.  La vera utopia è una non-possibilità, un teorema inattuabile per una logica formale, e non certo qualcosa che non si è ancora realizzato perché non  ve ne è stata l’opportunità.

Cambiando però gli assiomi di partenza, mettendo al posto di un’individualità sostanzialmente monolitica un’altra ambivalente, è ancora lecito sostenere che si tratta di utopia?
Se la base dei nostri ragionamenti mutasse; se non fosse più quell’individualità che abbiamo sempre fatto coincidere con una pura soggettività ma diventasse sul serio quel dividuum, che tanto orrore ha destato in Nietzsche, solo perché un aspetto di esso è stato rielaborato come morale priva di senso, nelle scadenti razionalizzazioni che sono le religioni; se diventasse quella somma di soggettività e socialità, complementari tra loro e sintetizzabile nella formula Individualità = soggettività + socialità, ogni cosa  verrebbe vista sotto una nuova luce, con un diverso spirito.
Potremmo renderci perfettamente conto che gli attuali rapporti improntati sulla quantità non sono più accettabili. Che è necessario improntare i rapporti sulla qualità, perché è da come si sta insieme e non da quanto  che può venire il soddisfacimento dei bisogni dell’interiorità, di quella conoscenza pre-razionale che ci ha guidato correttamente per milioni di anni e che si ribella nel vedere come maldestramente e incautamente agisce la razionalità.

Spesso si sente parlare di eccessiva massificazione della società e di poca individualizzazione, intendendo con ciò dire che esisterebbe un appiattimento generale su pochi modelli standard, che ci farebbe così apparire tutti monotonamente uguali. Massificazione non significa però socializzazione. Massificazione significa darsi da fare per accrescere la propria soggettività rimanendo slegati gli uni dagli altri, prendendo come modello di crescita quelli che hanno avuto maggiori successi. L’uomo massificato non è un uomo che cerca di stabilire legami con gli altri, che cerca di dare attuazione ai propri sentimenti sociali. E’ solo un uomo che si rifugia nelle idee più gettonate, che segue la moda, perché vuole  sentirsi accomunato agli altri, perché ha paura di “pensare”, di sperimentare una via propria e così si incammina sulla strada più affollata. La massificazione è una  conseguenza dell’idea monolitica di individualità che si è annidata nelle nostre menti.
Il socialismo reale è stato soprattutto una storia di massificazione, con uguale abbigliamento, uguale reddito, uguale solitudine, e non di socializzazione.
La socializzazione autentica può derivarci solo dall’idea che una parte di noi è comune agli altri perché ha un progetto comune da realizzare, un sogno da condividere, ma differisce per un’altra parte perché ognuno a quel progetto deve dare l’apporto specifico derivante dalla sua esperienza unica. Solo se riusciamo a costruire un mondo di diversi, di unici, che però hanno come obiettivo una finalità condivisa, possiamo sperare che le nostre individualità riescano a mantenersi in equilibrio e a rimanere idonee a vivere.
Un mondo di unici che, quindi, non deve rimanere arroccato su se stesso, chiuso, senza possibilità di impiantare legami, sia emotivi che razionali.  Per questo bisogna stare attenti affinché non venga scambiata per socializzazione una massificazione che è quanto di più deprimente si possa realizzare.
Parlando di massificazione non si può non fare riferimento ad Heidegger al “si” impersonale, al “così si fa”, “così si dice”, che  rivela la tendenza diffusa a non voler cercare una propria strada per il futuro, ritenendo più confortante  e sicuramente meno dispendioso percorrere sentieri già conosciuti, già esplorati da altri.
Neanche si può tralasciare Fromm con le sue modalità dell’essere e dell’avere. La modalità dell’avere rappresenta una diversificazione sulla quantità ma non sulla qualità che viene  ad essere la stessa per tutti: l’accumulo di risorse, il potenziamento della propria parzialità che viene elevata a totalità. Purtroppo Fromm non ha specificato sufficientemente la modalità dell’essere che invece occorre definire nelle sue linee essenziali in maniera particolareggiata. La modalità dell’essere può ritrovare un senso appagante solo se essa viene imperniata su due fuochi ben distinguibili:  i fuochi della soggettività che deve mantenersi sotto i limiti dell’egoismo e della socialità che deve andare oltre quella socialità di facciata, di comodo, che tanti uomini hanno criticato.
Se la massificazione della società è stata stimolata, incentivata, e resiste alla sua evidente insensatezza, è perché è divenuta funzionale a quella parte “furba” dell’umanità che riesce a sfruttarla per mantenere elevata il proprio livello di soggettività. Per elevarsi quantitativamente, infatti, si ha necessità di spostare le risorse togliendole ai tanti sprovveduti che si accontentano di un ruolo gregario.
Le enormi quantità di energia che servono ad una piccola quantità di individui dominanti deve essere reperita, sottraendola ai meno violenti, ai più umili, a coloro che non sentono giustamente la competizione come congeniale alla loro indole e allo sviluppo della vita.
Comprendere la necessità di vedere coinvolta l’intera umanità in un progetto di socializzazione che ognuno restandosene isolato non può in alcun modo realizzare, significa comprendere la necessità di voltare pagina sulla storia dell’uomo nonostante la storia di egoismi sembrerebbe così consolidata che nessun’altra storia appare possibile.
Siamo sicuramente al limite dell’utopia! Siamo in difficoltà, trascinati da un fiume in piena che inesorabilmente spinge verso una crescita collettiva di soggettività  che non può lasciare spazio a nient’altro. Eppure bisogna decidersi! Non possiamo lasciare che la storia dell’umanità rimanga una corsa strategica per l’occupazione di quelle che crediamo le condizioni migliori come individui di secondo ordine, ma che alla fin fine non sono neppure quelle perché  la stabilizzazione perseguita attraverso la totale chiusura porta inevitabilmente alla reificazione, alla mummificazione delle possibilità viventi.
Per molti è completamente inutile qualunque tipo di azione tenti di opporsi all’attuale destino dell’uomo. Oramai sembrerebbe proprio un destino che ognuno è arrivato a sentire come intimamente connaturato e che la fede nella scienza riesce ad alimentare con la sempre rinnovata fiducia di riuscire a risolvere ogni problema, di togliere di mezzo qualunque ostacolo possa intralciarci la strada.
Leopardi ha sostenuto, e qualcuno dice giustamente,  che ci si può solo illudere! La scienza, la religione, il consumo, le droghe, perfino la poesia servono per stendere un velo pietoso sulla certezza del nulla che incombe terrificante.

Come ultima spiaggia ci resta solo questa possibile via di fuga, questa autentica alternativa all’egoismo che appaia realizzabile, perseguibile. Una via di fuga che forse è più reale e percorribile di quanto sia lecito sperare. Basterebbe uno scambio di pronomi. Basterebbe riuscire a rappresentare massicciamente l’individualità con un Noi, cogliendo consapevolmente quella fusione di Io e Voi,  che già appartiene alla nostra storia emotiva.
Per G. Gentile è indubbio che …in fondo all’Io c’è un Noi, una originaria socialità che è lo Stato autentico ed è insieme l’autentico Dio: in fondo all’Io c’è un Noi che non è diviso
Certo non è sufficiente solo uno scambio di pronomi. Occorre una fase propedeutica di riflessione dove ognuno possa, affidandosi alla riflessione, riuscire a vedere quella strada che porta a compimento della nostra intima natura. Solo nella consapevolezza che questa strada esiste ci si può associare coerentemente agli altri, evitando così di  percorrere passivamente una strada per imitazione, per affinità con il gruppo.
Sperare in un cambiamento generalizzato e sincrono di miliardi di individui non è sicuramente cosa da poco. Un cambiamento limitato, parziale, di individui che avvertono la responsabilità di dover compiere delle scelte, di dover proporre delle alternative, che non cercassero di farlo insieme agli altri sarebbe solo fatica sprecata. A costoro è indirizzato questo scritto! A quelli che non riescono proprio a credere in modo dogmatico, come Leibniz, che le cose vanno bene così, che questo è già il migliore dei mondi possibili.

 

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Bibliografia

Questo saggio è un testo in fieri, l’autore offre ai lettori l’occasione di partecipare alla sua composizione e quindi al suo sviluppo. Per proporre correzioni, miglioramenti o altro, scrivere a suggerimenti@riflessioni.it verranno presi in considerazione solo scritti sostenuti da valide spiegazioni.

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