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Quale amore? Quale felicità?
di Domenico Pimpinella – luglio 2007

- Capitolo 3 - Cosa si oppone al miglioramento
Paragrafo 3 - Cosa ci trattiene in questa trappola
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La ragione però deve svegliarsi! Ridestarsi ancora una volta dal suo sonno dogmatico, come avrebbe detto Kant, e mettere in seria discussione un’interpretazione che ci svilisce profondamente.
Finora abbiamo sostenuto che a farci cadere nella trappola della finitezza sarebbe stata una primitiva razionalità che ci ha posto davanti un mondo frammentato in modo che potessimo articolarlo nei suoi nodi più consistenti, materiali.
Non abbiamo però chiarito cosa ci avrebbe trattenuto in essa. E’ venuto il momento di farlo.
E’ abbastanza evidente che la razionalità trovandosi davanti un mondo composto di enti si sia messa al servizio della stabilizzazione e della crescita di quell’ente particolare che è ognuno di noi: che è ogni uomo. Se avesse potuto vedere come enti unitari  anche le società in formazione, a cominciare dalle più piccole, probabilmente si sarebbe potuta mettere al servizio anche di queste. Invece, queste società in formazione hanno subito violenti scossoni e sono andate incontro a  lacerazioni, a involuzioni, prodotte da tensioni interne.
Abbiamo così dato inizio ad una sorta di moto browniano, con “molecole” individuali che si scontrano, anche violentemente, tra loro. Questi scontri servono per procurarsi energia sufficiente per “eccitarsi”; e l’eccitazione, come si sa, finisce per procurare piacere.
Le azioni umane, quindi, hanno potuto contare su un obiettivo che ognuno può prospettarsi: il piacere. Il piacere probabilmente non dovrebbe essere il fine di un’azione, e credo per tutti gli esseri viventi sia così. Il piacere è il modo dell’emotività di “segnalare” che ci sono percorsi già collaudati da percorrere in tutta tranquillità e sicurezza. E’ molto difficile nel mondo animale che si provi piacere per qualcosa di  pericoloso e letale.
Il piacere può essere anche interpretato come una ricompensa, per avere compiuto, ad esempio, azioni che consentono il mantenimento dell’omeostasi, oppure, consentono all’ontogenesi di continuare a realizzare una filogenesi.  I piaceri più intensi, quelli che potremmo definire “per antonomasia” sono infatti i piaceri legati all’alimentazione  e alla sessualità.
Gli altri piaceri legati alla realizzazione di altri nostri aspetti costitutivi sono piaceri più soft o addirittura piaceri legati alla realizzazione di certi convincimenti, di certe aspettative, che possono essere del tutto personali.
Un avaro proverà una sorta di piacere ad accumulare denaro che però non è detto sia condiviso da tutti. Certo ognuno potrà trovare utile, e perciò piacevole, riuscire a mettere da parte una somma di denaro in grado di dargli una certa sicurezza per l’avvenire. Questi piaceri però sono legati ad aspettative dettate dalla razionalità, che potranno essere del tutto arbitrarie e dipendono da fattori  che possono mutare, anche radicalmente.
Avendo comunque realizzato razionalmente un mondo, un habitat, in cui sicuramente le condizioni soggettive vengono messe in risalto e propagandate con l’esempio, le aspettative che finiscono per imporsi sono quelle di realizzare, come sosteneva Adler, la maggiore potenza possibile. Un individuo che si è sviluppato nella direzione di una maggiore chiusura alla fine deve poter contare sulla potenza necessaria per far fronte alla messe di nemici che si troverà davanti. E, inoltre, deve anche poter contare, per starsene chiuso nella propria fortezza, su una prigionia dorata, fatta di agi e di piaceri. Se le cose oggi stanno così non vuol dire che sia corretto e opportuno continuare anche in futuro.
Nella trappola della finitezza, convinti che si ha a disposizione solo qualche decina di anni dopodiché tutto finisce, il piacere diventa l’unico obiettivo per cui esistere. Se ci sono degli obiettivi da perseguire la razionalità può svolgere il proprio lavoro che è consistito, come sostiene la teoria classica,  proprio nel trovare i mezzi necessari per realizzarli. Che poi questi obiettivi siano davvero naturali o artificiali poco importa.
Se l’obiettivo è la realizzazione di un desiderio allora è del tutto congruo che si vada alla caccia di desideri da soddisfare. Desideri che possono, quindi, anche essere creati artificialmente, sfruttando l’incremento dell’aspetto soggettivo una volta che lo si è identificato con l’intera individualità.
Non ci si deve stupire, quindi, nel constatare che la tendenza generalizzata è quella di  inseguire ogni forma di piacere e di passione. Anche per la nostra rozza mente razionale è relativamente semplice riuscire ad “anticipare” mentalmente un piacere per poi perseguirlo autonomamente.
I vecchi indicatori del piacere e del dolore, utilizzati dalla conoscenza emotiva come “segnali” per tracciare il cammino sicuro percorribile, sono diventati degli obiettivi da perseguire non avendo motivo di considerarne altri, come la società, l’amore, la coesione sociale. I motivi per realizzare oggi simili obiettivi sono subordinati solo al tentativo di conquistarsi un posto in Paradiso.
Se non avessimo la possibilità di perseguire consapevolmente dei piaceri, di riuscire ad anticiparli per poi realizzarli con azioni adeguate, forse avremmo già tentato in massa di evadere dalla trappola della finitezza, perché in essa ci annoieremmo a morte.
Bloccata la razionalità sull’aspetto soggettivo dell’individualità, non siamo in grado di cogliere la bellezza e la maestosità di un progetto che portiamo scritto in parte nel nostro DNA: trascenderci in una nuova e più ampia possibilità.  E così andiamo meschinamente alla ricerca di un piacere per il quale siamo disposti a tutto. Il non-Io ci si presenta come una caterva di enti utilizzabili dove sono accatastate cose, animali, altri individui come noi, persino i nostri stessi figli.
I tanti suicidi nelle società più avanzate, più ricche, più consumiste, potrebbero essere  il risultato di uno schifo che tante persone sensibili non riescono più a sopportare. Potrebbe essere il risultato dell’angoscia per essere costretti ad essere delle mezze creature, degli  autentici mostri dediti al consumo.
Unico scopo sopravvivere! Unico scopo consumare! Sopravvivere, consumare. Sopravvivere, consumare. E’ questo il Mantra occidentale in cui si consuma e si riduce in polvere la nostra essenza di esseri viventi.
Caduti nella trappola della finitezza non riusciamo più a fare a meno di inseguire il piacere e la potenza per poter rimanere degli Io isolati. Le cose sarebbero sicuramente  diverse se si riuscisse a salire su qualche altura e cogliere la realtà dall’alto, con una visione più ampia. Ci renderemmo conto di quanto piccola è l’idea che possediamo di noi stessi e di quanto grande potrebbe invece essere. Ci renderemmo conto che stiamo diventando delle mezze creature, mancanti di un aspetto interno importante, che corre verso la completa atrofia e che per questo motivo potrebbero non riuscire più a provare sensazioni di gioia, di pienezza, legate indiscutibilmente all’equilibrio interno che si dovrebbe realizzare tra l’aspetto soggettivo e quello sociale, quello che potrebbe consentire di amarci.
Spero che qualcuno essendo costretto a guardare la terribile realtà si sia passato disperato le mani tra i capelli. Dovremmo farlo in molti. Dopodiché rimboccarci le maniche e capire cosa si può fare per sfuggire a questo tragico destino.
Purtroppo, non esiste solo la trappola della finitezza con la sua esca appetitosa a bloccarci un una pericolosa situazione di stallo, ve n’è anche un’altra egualmente tremenda capace di scattare in sinergia con la prima: la trappola dell’immutabilità.
Vediamo in cosa consiste.

 

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Bibliografia

Questo saggio è un testo in fieri, l’autore offre ai lettori l’occasione di partecipare alla sua composizione e quindi al suo sviluppo. Per proporre correzioni, miglioramenti o altro, scrivere a suggerimenti@riflessioni.it verranno presi in considerazione solo scritti sostenuti da valide spiegazioni.

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