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Quale amore? Quale felicità?
di Domenico Pimpinella – luglio 2007

- Capitolo 4 - Ipotesi per una corretta individualità
Paragrafo 1 - L’individualità animale
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Karl Jaspers, nel suo Von der Wahrheit dice: ogni essere sembra in sé rotondo; Van Gogh ha lasciato scritto: La vita è probabilmente rotonda.
Queste e altre citazioni ci hanno portato a pensare che per schematizzare l’individualità in fondo basta utilizzare una circonferenza. Una circonferenza che va bene per ogni individualità (vegetale, animale e umana) e che basta strutturare internamente in modo differente per ricavarne le varie personalità. Escludendo le individualità vegetali dal nostro percorso perché crediamo che da un certo punto in poi abbiano fatto una strada divergente da quella animale e umana, focalizziamo l’attenzione su queste ultime due, per capire in che modo possono essersi differenziate.

L’individualità animale

Partiamo dal tipo più semplice di individualità pluricellulare, come quella in cui agisce una sola tipologia conoscitiva e che si pone sostanzialmente come obiettivo la propria sopravvivenza. Una conoscenza ancora tutta presa dall’unico problema che  è quello di far “lavorare” tra loro, in modo cooperativo ed armonico, le singole cellule che la compongono e che devono dare come risultato finale una nuova unità esistenziale.
Ci troviamo chiaramente di fronte ad un’individualità in cui prevale una sola esigenza: quella soggettiva, che proprio per questo possiamo anche definire “egoista”. Ci troviamo sostanzialmente di fronte all’individualità presa in considerazione da Ciaravolo e Dawkins e descritta nel primo capitolo.
Passando ad una raffigurazione di tipo geometrico la costruiamo semplicemente, ponendo l’uguaglianza interna individualità=soggettività; dove la conoscenza istintivo-emotiva è indifferenziata e non ha ancora dato origine ad una di tipo razionale. Il risultato è riassumibile nella figura seguente.

individualità soggettività

La soggettività, come si nota,  occupa tutto lo spazio interno. Tutto è in essa ricollegabile alla sola esigenza di stabilizzarsi e sopravvivere.
E’ questo, volendo usare la terminologia adottata da Maturana e Varela ed Edgar Morin, il puro individuo autopoietico di secondo ordine che non si pone altro obiettivo che quello di conservare l’omeostasi acquisita: tutte quelle caratteristiche interne che gli consentono di sopravvivere e riprodursi. La socialità delle singole cellule che lo compongono è pervenuta a compimento e si è così esaurita in una nuova struttura, in un salto di paradigma che deve ricominciare ora una nuova espansione “orizzontale”. Un sistema olistico, che non è semplicemente la somma algebrica delle possibilità delle singole cellule, che deve porsi dei nuovi obiettivi se non vuole ripetersi all’infinito nella possibilità che ha conquistato.

L’unico obiettivo che si riesce ad ipotizzare, a questo punto, è quello di costruire con se stesso una nuova realtà associata, per cui occorre necessariamente uno spazio conoscitivo interno, che definiamo “socialità”,  che acquisisca esperienza dei nuovi rapporti intersoggettivi.
Questo nuovo spazio interno deve ovviamente essere deputato al conseguimento di un obiettivo che non è l’omeostasi interna, che non è la sopravvivenza, del quale deve comunque tenere conto: un aspetto conoscitivo, dunque, complementare alla soggettività.
A questo punto si dovrebbe comprendere abbastanza facilmente che un’individualità, dal momento in cui si è perfezionata come insieme di cellule in grado di collaborare tra loro formando di nuovo un unico individuo, deve iniziare a perseguire una nuova ambivalenza interna, dividendo gli aspetti conoscitivi tra una soggettività ed una socialità complementari tra loro. Proprio per questo loro caratteristica il graduale ampliamento della socialità, che sarà ora affidata ad un nuovo tipo di conoscenza, dovrà tenere conto del rispetto della soggettività che piano piano dovrà regredire per permettere alla socialità di avere a disposizione il suo spazio conoscitivo.
La somma di soggettività e socialità dovrà così essere sempre pari  ad 1, per cui man mano che la socialità acquisisce nuove possibilità, nuove certezze, dovrà registrarsi necessariamente un calo di soggettività. Calo di soggettività che non dovrà essere recepito come progressivo assoggettamento dell’individuo pluricellulare alle necessità della società emergente, ma partecipazione spontanea e quindi egualmente libera, come avrebbe detto Rousseau, alle nuove conquiste. Qui non dobbiamo cadere nell’errore di Freud, il quale ha sostenuto che il vivere sociale, la civiltà, ha necessariamente e progressivamente dovuto sostituire il “principio di piacere” con il “principio di realtà”, non dicendo esattamente quello che è effettivamente successo. E cioè che “il principio di piacere” della totalità degli uomini è stato sempre più regimentato da una minoranza che, per riservarlo in maniera esclusiva a se stessa, ha preteso di negarlo, con l’uso della forza o della demagogia,  a tutti gli altri.
Basti pensare a come, dall’antichità fino ad oggi ci sono sempre state  oligarchie che, con un pretesto o con un altro,  presunto legale o illegale, hanno “usato” gli altri per i propri interessi.

Questo è accaduto perché, come vedremo meglio in seguito, con l’entrata in gioco della razionalità, la socialità emotiva, che si era creata uno spazio abbastanza ampio per sé, è stata soffocata  da un aumento indiscriminato di soggettività. Volendo usare una metafora potremmo dire che lo spazio riservato all’orticello e curato dall’emotività è venuto ad essere di nuovo infestato dalla gramigna seminata dalla razionalità.
Se la razionalità avesse seguito le orme dell’emotività avrebbe dovuto continuare a sviluppare l’aspetto sociale autentico ed avrebbe tentato di allargare sempre più gli spazi comuni con gli altri, le grandi porte e le ampie finestre già  create dalla emotività, invece che richiuderli di nuovo con sofisticherie che ne negano l’evidenza.
Ovviamente porte e finestre non si allargano se prima non c’è la sicurezza che l’ampliamento della socialità non viene perseguito da tutti i membri della comunità, attraverso un dialogo che ne stabilisca le modalità. Se osserviamo le comunità animali, guidate per lo più da una  conoscenza emotiva, si nota che manca quasi totalmente una lotta, una tensione intraspecifica; presente, ma ritualizzata solo nel caso delle lotte per l’accoppiamento. Occorre comunque osservare che negli animali non ci troviamo assolutamente di fronte ad una socialità perfetta, anche se autentica, che deve ancora fare molto e che forse ha necessità proprio di una tipologia conoscitiva diversa, come la razionalità, per portare la socialità ad occupare uno spazio interno maggiore di quello occupato dalla soggettività.
A prescindere da quali siano effettivamente le condizioni individuali dei singoli nelle varie specie, si può, riferendoci allo schema circolare adottato, proporre una variazione interna segnando con una secante, coincidente grossomodo con il diametro, una divisione tra gli aspetti soggettivo e sociale, in modo da rendere ambivalente una qualsiasi individualità.  La figura sarà modificata, assumendo ancora come unica tipologia conoscitiva quella emotiva, in questo modo.

soggettività socialità

E’ uno schema che credo possa riferirsi ad ogni tipo di animale pluricellulare in cui opera ancora in modo massiccio una tipologia conoscitiva che possiamo chiamare più propriamente pre-razionale, dove, quindi, atteggiamenti culturali non sono presenti o poco presenti. Se un’individualità è strutturata in questo modo, se effettivamente è ambivalente, significa sicuramente che sta cercando il modo di  ampliare la socialità a scapito della soggettività per pervenire ad una nuova forma unitaria.
Le società degli insetti sono probabilmente, in campo animale, quelle dove le individualità sono caratterizzate dalla più bassa soggettività. Grazie alla possibilità di dialogare in maniera efficace mediante una trofallassi ormonale, le api, le formiche, le termiti riescono a comportarsi collettivamente in maniera da sembrare  quasi  un nuovo individuo pluripluricellulare o anche pluriindividuale. Hofstaedter sembra esserne convinto, anche se, a mio parere, la  strada seguita dalla conoscenza istintivo-emotiva le ha portate davanti a “possibilità evolutive” che difficilmente riusciranno ancora a perfezionare. E’ probabile che quella strada le abbia condotte in un vicolo cieco che le farà rimanere allo stadio di quasi-unità autopietiche di terzo ordine. E questo perché la loro compattazione si è sviluppata in modo molto simile alla compattazione cellulare che è avvenuta in uno spazio a tre dimensioni, mentre per formare una società davvero compiuta forse ce ne vorrebbero di più: almeno quattro. Indizio ne sarebbe il fatto che altre possibilità animali hanno invece cercato altre forme di dialogo apportando modifiche strutturali al loro cervello che si è accresciuto in moltissimi casi di una neo corteccia in grado di trasformare completamente la metodica conoscitiva, incanalandola verso la razionalità.
La schematizzazione adottata ci permette di tenere conto dei differenti casi di socializzazione dell’individualità  che possono presentarsi con uno spazio soggettivo molto più ampio di quello sociale o anche con uno spazio sociale molto più ampio di quello soggettivo. Queste differenze sarebbero da attribuire al modo in cui la sperimentazione si è trovata fissata, in conseguenza dei fattori che possono averne influenzato lo sviluppo. Fattori come il territorio, il clima, le caratteristiche morfologiche dell’individuo e altro.
Le figure che seguono riassumono uno spettro di possibilità che comunque, in un modo o nell’altro si trovano in equilibrio tra esigenze dovute a differenti obiettivi.

soggettività socialità      soggettività socialità

Nel primo caso, ad esempio, possiamo far rientrare l’esistenza solitaria di molti animali, come tigri o orsi, costretti dalle proprie caratteristiche e dall’habitat  a ridurre al minimo le loro interazioni sociali e a frenare così sullo sviluppo di maggiori legami di cui avrebbero bisogno per riuscire, se non proprio a trasfigurarsi in una società stabile e integrata, quantomeno ad avvicinarcisi.
E’ da notare che, per quanto minimo, l’autentico aspetto sociale interno è comunque presente e lascia aperta la possibilità di pervenire in futuro ad una variazione di personalità, spostando il punto di equilibrio.
Nel secondo caso, invece, possiamo far rientrare tutti quegli individui animali che già riescono a formare comunità caratterizzate da relazioni continue e complesse.  Pensiamo agli insetti sociali, a molti mammiferi e uccelli che si raggruppano in branchi, greggi, stormi, ecc. e che anche visivamente riescono a dare l’idea di una maggiore caratterizzazione sociale.
Idealmente, anche quegli animali che oggi hanno acquisito tipologie conoscitive aggiunte, che li posizionano in una fase pre-razionale anche molto avanzata, hanno in passato attraversato uno degli aspetti qui ipotizzati dovuti ad una pura emotività. Un’emotività che, come abbiamo detto, non può riuscire  con le proprie possibilità a compattare più di tanto gli individui pluricellulari, che anche nei migliori casi rimangono comunque entità “sfilacciate”.  Per poter trasfigurare in maniera compiuta l’essere autopoietico di secondo ordine in un essere autopoietico di ordine superiore occorrono tipologie conoscitive più potenti in  grado di operare in uno spazio ad almeno quattro dimensioni.
Una tipologia conoscitiva che abbiamo supposto essere quella razionale e che nell’uomo ha sicuramente assunto le maggiori potenzialità e che avrebbe dovuto farci superare quel confine ideale tra esseri autopoietici di ordine differente. Invece così assolutamente non è stato. Anzi, (è la tesi portata avanti da questa riflessione) la razionalità ha sortito un effetto contrario portandoci in un primo momento (che ancora non sembrerebbe terminato) ad un’involuzione, con l’ampliamento della soggettività mediante la formulazione di una socialità artefatta. Si è avuta così la trasformazione dell’individualità che in modo generalizzato ha potuto superare ogni limite di “naturale soggettività” facendoci scadere in una condizione egoistica altrimenti non ravvisabile in altri animali. La razionalità, quindi, è diventata una sorta di boomerang che per il momento si ritorta contro noi stessi, ma che in futuro potremmo utilizzare diversamente ed utilmente. Perché ciò avvenga occorre comprendere cos’è e come deve essere usata la razionalità affinché  possa essere utilizzata per accrescere la socialità autentica, portando a compimento quelle istanze presenti nella nostra intima natura che ci spingono al salto di paradigma e ad una maggiore complessità. Per ora trattiamo la razionalità come una sorta di scatola chiusa che tenteremo di aprire nel prossimo capitolo.

 

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Bibliografia

Questo saggio è un testo in fieri, l’autore offre ai lettori l’occasione di partecipare alla sua composizione e quindi al suo sviluppo. Per proporre correzioni, miglioramenti o altro, scrivere a suggerimenti@riflessioni.it verranno presi in considerazione solo scritti sostenuti da valide spiegazioni.

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