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Quale amore? Quale felicità?
di Domenico Pimpinella – luglio 2007

- Capitolo 4 - Ipotesi per una corretta individualità
Paragrafo 2 - L’individualità umana
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Eccoci arrivati all’individualità umana che cercheremo di delineare tramite un preciso percorso storico generalizzato partendo dallo schema dell’individualità animale totalmente emotiva.
Naturalmente anche l’uomo è da considerarsi a tutti gli effetti un animale, con la particolarità di possedere un robusto aspetto conoscitivo aggiunto che chiameremo razionale e che in forme meno sviluppate interessa anche molti altri animali dotati, anche loro, di cortecce o proto cortecce neurali.
Come ammette Penrose la mente dell’uomo non è più solo algoritmica, in quanto il cervello non è rimasto alle sole strutture neurali che mettevano in collegamento in maniera determinata causa ed effetto. La conoscenza, con l’aggiunta di nuove strutture che hanno modificato tutta l’architettura neurale, è diventata una conoscenza interpretativa, quantistica, che segna un salto di qualità evidente e di tale ampiezza che non ha più senso parlare di un’unica conoscenza. La conoscenza razionale cioè non è solo un miglioramento ed un ampliamento della conoscenza precedente, ma costituisce un salto qualitativo che per essere apprezzato e compreso deve essere concepito come una vera e propria nuova possibilità conoscitiva. Ovviamente, più questo nuovo tipo di conoscenza si è sviluppato è più si può parlare di sistemi conoscitivi che possono arrivare a confrontarsi tra loro, proprio come se si trattasse di due unità autonome.
Non vi è dubbio che nell’uomo siano quindi arrivate ad operare due tipi di conoscenza, che possono anche indurre due tipi di comportamenti in netta opposizione tra loro. Una cosa del genere, naturalmente, non dovrebbe mai accadere, poiché significherebbe ritrovarsi con la mente divisa (situazione che è propria degli schizofrenici) come se si venisse tirati per le maniche da forze che tendono a portare in situazioni diverse. Non dovrebbe succedere, pur tuttavia succede, proprio perché la razionalità pur costruitasi, come ammettono oggi parecchi neuroscienziati, sulle strutture che determinano la conoscenza istintivo-emotiva è comunque una struttura che possiede una propria autonomia operativa. Che possiede, quindi, circuiti alternativi per indurre l’azione. Sembrerebbe indubbio che la “normalità” pretenderebbe che tali circuiti  si sommassero tra loro per indurre quasi sempre ad uno stesso comportamento, che dovrebbe essere poi il “migliore comportamento possibile”.
Nell’approntare una corretta analisi storica dell’individualità occorre, quindi, tener conto di due livelli di conoscenza distinti, anche se ovviamente non stiamo ipotizzando l’esistenza di due apparati conoscitivi completamente autonomi tra loro, ma di apparati interconnessi che comunque si scambiano informazioni.
Abbiamo detto che questi due livelli conoscitivi sono rilevabili anche in altre specie animali, soprattutto superiori, ma che solo nell’uomo il livello conoscitivo razionale ha raggiunto quella ampiezza e complessità che gli permette oggi di tenere le redini del comando e di essere in grado di piegare alla propria visione, anche magari errata, la conoscenza più antica: quella algoritmica, istintiva.
Sulla base di una tale congettura dividiamo allora l’individualità con un’altra secante per individuare concettualmente, questa volta, due livelli conoscitivi, interconnessi, che possono trovarsi in sintonia tra loro, come pure possono dettare necessità divergenti. Lo schema risultante sarà di questo tipo:

conoscenza

Se per l’uomo, a differenza degli altri animali, possiamo individuare, semplificando notevolmente il concetto, due aree distinte, con una conoscenza razionale che comunque “poggia” su quella emotiva, dobbiamo anche riportare gli stessi aspetti interni complementari deputati alla soggettività e alla socialità che abbiamo visto nel caso degli altri animali.
Per cui combinando le distinte tipologie conoscitive, che abbiamo indicato come emotiva e razionale, con i due aspetti interni dell’individualità che si riferiscono alla realizzazione combinata di una soggettività e di una socialità, approdiamo ad uno schema dal quale dovrebbe essere possibile, in linea di massima, ricavare tutta la gamma delle infinite individualità, ognuna differente dall’altra, che possiamo ritrovare nella realtà. Lo schema risultante cambierà quindi in questo modo:

soggettività razionale emotiva

E’ questo lo schema ideale che combina le due tipologie conoscitive e i due aspetti interni dell’individualità, di modo che si possono avere indicazioni sulla possibilità che tanto la soggettività (il cui eccessivo ampliamento si porta a sconfinare nell’egoismo) quanto la socialità (il cui ampliamento significativo porta invece all’amore), che in origine potevano contare solo sulla conoscenza emotiva e istintuale ora possono contare anche sull’apporto potente della conoscenza razionale. I quattro “spicchi” si possono così configurare come aspetti conoscitivi specifici variabili che dovrebbero dare il loro apporto, modificando opportunamente i rapporti e le tensioni interne, affinché tutto il sistema possa diventare maggiormente sociale e, dunque, idoneo a costituire una nuova unità attraverso l’unione di più individualità.
Quattro “spicchi” che possiamo immaginare anche come quattro “corde” che  tirando con forze diverse spostano il baricentro del sistema in modo che si possa, di volta in volta, sperimentare la migliore configurazione possibile proprio al fine di creare una società di un certo tipo: una società stabile nella quale possono venir realizzati una mole maggiore di desideri sociali e quel minimo di desideri soggettivi che possono permettere di non “distruggere” l’unità individuale di secondo ordine. E’ evidente che solo una piena consapevolezza di questa idealità e l’uso di un dialogo veramente efficace possono permettere che tutto ciò avvenga.
Insomma ci si deve misurare e confrontare continuamente convinti che la nostra intrinsecanatura è tale che l’optimum si può raggiungere solo se si realizza un giusto mixer interno in grado di trascenderci in una nuova opportunità conoscitiva collettiva.
Un’opportunità a cui l’uomo, forse più delle altre creature, può efficacemente tendere proprio perché è in grado di sganciarsi da quella ancestrale conoscenza emotiva  che non sembra essere in grado di anticipare gli eventi, ma può solo seguirli.
Se fossimo rimasti ancorati all’infinito alla conoscenza emotiva, l’azione avrebbe continuato ad essere solo una reazione a degli stati perturbativi esterni e saremmo pervenuti ad una certa situazione interna solo se si fosse verificata una positiva congiuntura di determinate condizioni esterne. Lo sviluppo sarebbe stato necessariamente lento, legato a fattori del tutto casuali.
Con l’entrata in gioco della razionalità il sistema può ora disporre di strumenti in grado di accelerare enormemente lo sviluppo in ogni direzione, aggiungendo alla casualità una buona dose di causalità è stato possibile fare della vita un evento più sperimentale che nel passato.
E’ presumibile che l’equilibrio massimo verso la socialità, a cui si può arrivare disponendo solo dell’aspetto conoscitivo emotivo, non permette di realizzare una individualità in grado di compiere il salto, di trascendersi in un nuovo sistema. Con la razionalità e l’entrata in gioco di forze nuove il sistema può invece essere spostato verso una maggiore socialità, ma purtroppo anche verso una maggiore soggettività, poiché i due aspetti sono complementari tra loro. E’ l’inevitabile rovescio di ogni medaglia.
Ora, per immettere correttamente la causalità si sarebbe dovuta prevedere uno sviluppo corretto dell’individualità che, probabilmente all’inizio non si poteva prevedere. Ci sarebbe voluta un’interpretazione del mondo e di noi stessi priva di errori. Invece l’interpretazione iniziale è stata del tutto sbagliata e la razionalità, invece che puntare ad uno sviluppo futuro, ha puntato a consolidare quegli aspetti dell’individuo che già erano stati realizzati dall’emotività. Invece che puntare all’individuo autopoietico di terzo ordine ha puntato a quello di secondo ordine che, invece, avremmo dovuto  lentamente abbandonare.
Quanto Goleman sostiene che caratteristica comune delle psicologie di tutto il mondo è “la critica dell’essere umano così com’è, e il postulato di un modo ideale di essere che chiunque con l’impegno può raggiungere” credo che si riferisca più correttamente ad una ricerca, anche mascherata, che impegna le persone maggiormente emotive che non la psicologia in quanto scienza. E questo perché siamo in grado di avvertire il disagio che deriva da un uso inadeguato della possibilità di razionalizzare.
A causa di questo disagio nessuno riesce a dichiarare apertamente che lo scopo della propria esistenza è un aumento di soggettività che in pratica equivale ad uno  sconfinamento nell’egoismo. Quest’ultimo rimane uno scopo recondito anche se primario, e ci si riesce rivestendolo, addobbandolo, con la realizzazione di una socialità in grado di non sconfessarlo, in grado di prenderlo a braccetto e farlo restare al proprio fianco.
Se fossimo davvero consapevoli di come siamo fatti avremmo compreso che per aumentare effettivamente la socialità occorre che ci sia un reale calo di soggettività; che non significa doverla assoggettare ad altre soggettività, ma ad una propria accresciuta socialità.
Le porte e le finestre di un’ipotetica pelle concettuale si possono allargare realmente solo se davvero si fa strada il desiderio e la possibilità reale di consentire uno scambio di informazioni capaci di legare saldamente, a doppio filo, le diverse individualità.
Se il desiderio di pervenire ad una situazione di questo tipo non è maturato si può solo far finta di allargare porte e finestre. In realtà vi si tenderà a mettere maggiori barriere, mascherandole, come si fa con dei vetri anti-sfondamento, per dare comunque un’idea di apertura che però nella realtà non viene  realizzata, ma rimane al livello potenziale.
E’ come se la spinta ad una maggiore socialità, all’amore, fosse costretta a rimanere in filigrana, dietro un bisogno di sicurezza che solo una maggiore chiusura riesce, in condizioni di generale isolamento, a soddisfare.
Nonostante, dunque, si abbia l’impressione diffusa di un aumento massiccio di socialità nelle comunità umane, in realtà questa impressione è legata quasi esclusivamente alle apparenze che abbiamo saputo introdurre a poco a poco nella realtà effettiva.
Così la chiusura reale diventa lo strumento per determinare che l’aumento di socialità che c’è indubbiamente stato non è un aumento di quella socialità genuina che possa permetterci di costituire un nuovo e più ampio sistema unitario. E’ fondamentale quindi per compiere in futuro azioni corrette e coerenti ad uno sviluppo ottimale dell’individualità rendersi conto che possiamo trovarci di fronte a due tipi di socialità, ma che solo una, quella che determina parallelamente un calo di soggettività, è quella giusta.
Pretendere di aumentare la socialità e la soggettività in modo parallelo è un falso storico di notevole rilevanza! Che diventa un’operazione di camuffamento, di mascheramento,  come ho cercato di segnalare nel il  mio precedente romanzo Gusci di cristallo.

Riflettendoci sopra in maniera serena non dovremmo più aver dubbi sul fatto che l’entrata in campo della razionalità ci abbia consentito di diventare consapevoli del fatto che ognuno di noi è un individuo circoscritto da una pelle che lo delimita e gli conferisce qualità tali da rappresentare un completo essere autopoietico di secondo ordine. Su questa consapevolezza però ci siamo bloccati! Abbiamo cioè posto il processo che chiamiamo di individuazione al centro dei nostri pensieri e non abbiamo pensato che potessero esserci altri compiti importanti.
Altri compiti ci sono indubbiamente stati ma legati al processo di individuazione: come, ad esempio, trovare il modo di far convivere pacificamente più individui; come riuscire a produrre più risorse, più energia, collaborando, come si suol dire, al momento della semina, lasciando però che il momento del “raccolto” ridiventasse un fatto privato e non più pubblico.
Tutto ciò si è potuto fare perché una socialità artificiosa che riconfluisse, come giustamente ci ha detto Ciaravolo, sull’egoismo ha bisogno di linguaggi sofisticati che siano capaci di fare demagogia. E demagogia indubbiamente ne è stata fatta tanta! Il risultato è quello che ci troviamo davanti. Una società dove gli individui continuano a pensare sostanzialmente ai fatti propri, dove il progetto per arrivare agli esseri autopoietici di terzo ordine abbozzato dall’emotività è stato messo nel dimenticatoio.
E’ per questo che l’uomo si ritrova con un’esistenza fatta di mille contraddizioni. Un’esistenza che a volte può apparire come la più sociale messa in opera nel mondo animale e subito dopo ce la ritroviamo come la più egoistica e crudele. Il che significa che una certa ambivalenza dell’individualità si è comunque mantenuta, ma dovuta a differenti tipologie conoscitive, che, a seconda delle circostanze riescono a far risaltare un aspetto piuttosto che l’altro. E’ sotto gli occhi di tutti il fatto che ci sono circostanze in cui l’emotività riesce a manifestarsi, a farsi ascoltare in modo massiccio, quasi fosse un’esplosione ed è allora che l’aspetto sociale autentico riesce a trovare i suoi momenti di gloria. In circostanze normali, nei momenti che non hanno i caratteri della straordinarietà, è la razionalità che tiene le redini del comando e l’aspetto fortemente soggettivo, egoistico, prevale.
La conseguenza della polarizzazione che si è configurata, dovuta a differenti tipologie conoscitive che sono diventate le paladine di differenti aspetti interiori, è che la complementarietà tra questi è venuta a cadere. Si ha così una netta divisione del nostro mondo interiore che viene lacerato continuamente e non riesce più a raggiungere dei punti di completo equilibrio. C’è una continua crescita ontogenetica verso l’egoismo poiché la conoscenza razionale è diventata mille volte più potente dell’altra, finendo per assumere in condizioni normali un ruolo dominante.

Questa situazione può essere ancora una volta schematizzata, in maniera da risultare più chiara, ricorrendo allo schema ideale già visto e togliendo di fatto da esso quello spicchio che dovrebbe rappresentare l’area conoscitiva deputata alla socialità razionale. Il suo posto sarà occupato da un vuoto conoscitivo come nella figura seguente.

soggettività razionale emotiva

Ragioniamo per un po’ su questo schema.
La soggettività emotiva è una conoscenza ancestrale che si è da sempre posta il compito di “assemblare” l’individuo pluricellulare e di perfezionarlo in questo suo essere provvedendo affinché l’omeostasi interna si mantenesse costante. Questo compito è stato sicuramente potenziato  con l’entrata in campo della razionalità che ci ha permesso di utilizzare mezzi più potenti per intervenire sull’ambiente e piegarlo così alle nostre reali o presunte necessità. Dominare la natura  per evitare di andare incontro a pericolose trasformazioni è stato il motivo principe che ci ha spinto ad un continuo e celere progresso delle scienze.
Questo significa che sull’aspetto soggettivo abbiamo avuto un’unificazione degli obiettivi dell’emotività e della razionalità. Le due tipologie conoscitive si sono coalizzate ed integrate affinché l’essere autopoietico di secondo ordine diventasse sempre più una realtà ben piantata e solida. Potremmo anche dire che questa sintesi è consistita in una “razionalizzazione” della precedente conoscenza che è stata così fatta salire dall’inconscio per sedere sul trono della consapevolezza.
In questo modo tante necessità vitali che ci si manifestavano attraverso sensazioni, come la fame o la sete, il desiderio sessuale, ed altre ancora sono state “anticipate” in modo da poterle soddisfare meglio. La consapevolezza di una  necessità prima che si giungesse ad una situazione deficitaria ci ha consentito, per esempio,  di pianificare l’assunzione di alimenti, evitando di metterci in moto in largo anticipo per procurarceli e non dopo avere avvertito i morsi della fame.
Un discorso analogo può essere fatto per la sessualità e per ogni altra situazione in cui è diventato possibile “anticipare”  di cadere in una situazione troppo negativa. Inoltre, l’aspetto soggettivo, curato ora anche dalla razionalità, ha potuto avvalersi dell’”invenzione” di tutta una serie  di nuovi desideri artificiali da soddisfare e da sostituire ad altri desideri che magari avrebbero continuato a spingerci verso un’autentica socialità.
Entrambe le tipologie conoscitive si sono così potute dedicare alla cura dell’aspetto soggettivo  che in questo modo ha potuto avere risorse quasi illimitate per ampliarsi ulteriormente. E poiché tra la soggettività emotiva che continua ad agire underground e quella razionale che agisce alla luce del sole c’è stata una comunione d’intenti gestita dalla razionalità, possiamo ancora modificare lo schema precedente ponendo nel cerchio dell’individualità i due aspetti guidati sostanzialmente: uno, dalla razionalità;  l’altro, dall’emotività, come emerge chiaramente dallo schema seguente.

soggettività razionale emotiva

Appare subito evidente che con l’avvento della razionalità si è formata nell’individualità una polarità “anomala”, nel senso che l’aspetto sociale ha continuato ad essere supportato dalla conoscenza emotiva, mentre l’altro aspetto, quello soggettivo, ha preso a godere delle cure e delle maggiori potenzialità della razionalità.
E’ questa la situazione reale che ad un certo punto della nostra storia razionale avremmo ritrovato all’interno dell’individualità se avessimo potuto averne una chiara visione concettuale.
Da una parte, la socialità autentica che dispone delle vecchie conoscenze emotive, solo molto tempo dopo elevate in qualche modo dalla razionalità a sentimento; e dall’altra la soggettività, oramai conclamatasi in egoismo, che ha a sua disposizione armi di una tale efficacia da poter rompere qualunque rapporto di complementarietà e sottomettere a sé la socialità, svuotandola, così,  di ogni suo contenuto originario.
In pratica più che di una polarità, di un duopolio,  dovremmo parlare di un monopolio della soggettività, che solo al di sotto della coscienza più avanzata rimane contrastata da una emotività capace di continuare a prendersi cura dell’aspetto sociale. Quanto è cioè l’emozione, il sentimento, a dettare la socialità da realizzare si può essere sicuri che si sta andando nella direzione giusta. Cosa però molto difficile che avvenga, e che nell’ordinarietà diventa una vera eccezione. Perché l’emotività riesce a “dettar legge” si ha bisogno che accada qualcosa di straordinario, come magari può essere un innamoramento.
Con la mancanza, la lacuna, da parte della consapevolezza di dover costruire un certo tipo di società, una società in grado di trascendersi essa stessa in una nuova unità, ma con il pungolo della conoscenza emotiva che comunque spingeva affinché si occupasse lo spazio dedicato alla socialità, si arriva pian piano a riempire il “vuoto conoscitivo” con una socialità che, pur avendo un obiettivo diverso, riesce a farci vivere delle relazioni, importanti per non smarrirci completamente in situazioni contrarie alla vita. Questo nuovo tipo di socialità l’abbiamo indicata come “socialità ipocrita” perché con le relazioni altruistiche si cerca solo di ottenere dei “depositi bancari”, da riscuotere quando se ne presenta la necessità. E’ chiaramente un veicolare la socialità sull’egoismo. Per sopperire alla qualità delle relazioni che diventavano sempre più scadenti si è pensato allora di aumentarne la quantità, credendo che ciò potesse bastare per apportare una compensazione.
La situazione che si è così venuta a creare è quella schematizzata nella figura seguente, dove al “vuoto conoscitivo” è subentrata una  soggettività che si avvale di una socialità ipocrita in grado di fare calcoli egoistici con un cinismo tutto umano.

soggettività razionale emotiva

Non può certo essere questa la situazione ideale nella quale invece dovremmo trovarci.
Con tre quarti dell’individualità colonizzata dalla razionalità, la razionalità ha puntato, sia pure non esplicitamente, ad una migliore stabilizzazione dell’unità autopoietica di secondo ordine, perché è così che è stata sostanzialmente interpretata l’individualità da parte della razionalità.
Una stabilizzazione dunque errata perché errata è stata e continua ad essere l’interpretazione razionale dell’individualità. Ciò ha portato all’instaurazione di un permanete equilibrio tra i due aspetti interni con l’identificazione sempre più marcata della soggettività con l’intera individualità.
Sul piano pratico, comincia a farsi strada la tendenza ad una vita da single piuttosto che a una di coppia o di comunità. Il mondo con l’entrata in gioco della razionalità si è Mundugumorizzato, se ci è consentito usare questa espressione, ma con una furbizia capace di trarre in inganno chiunque.
In questo modo i rapporti con il mondo esterno, laddove una  conoscenza emotiva come l’innamoramento riusciva a creare dei nuclei di vita sociale con una qualche stabilità, ha iniziato pian piano a non riuscirvi più. L’innamoramento, la sessualità, si sono commutati in valori consumistici, in quanto l’altro è divenuto possibilità per amplificare la nostra soggettività. L’altro diventa possibilità per provare “piacere” anche in assenza di legami.

Se idealmente la situazione dovrebbe essere simile a quella prospettataci da Rousseau, realmente ci troviamo calati nettamente nella situazione dipinta da Hobbes. Non vi è dubbio che al di là delle apparenze esista una  guerra di tutti contro tutti. Manca in effetti un’idea generalizzata ragionata di sperimentare un “collante” che possa unirci insieme  in modo piacevole. L’idea di comunità, di umanità è affidata alla sola emotività che ha così poche forze per combattere la sua battaglia da non avere quasi possibilità di misurarsi con la razionalità. Ci siamo privati quasi del tutto dell’amore autentico e ci accontentiamo così di un amore che soddisfi l’abnorme crescita di egoismo, di narcisismo. La razionalità non ha alcun terreno su cui coltivare anche la più piccola possibilità d’amore.  Tutto per esso si è trasformato in un modo di essere freddo ed incolore.
Finché ognuno rimarrà convinto di non avere altro scopo nella vita che provvedere a se stesso, che vivere nel chiuso della propria un’unità esistenziale, perché mai dovrebbe aderire con sincerità e convinzione ai Patti sociali e alle Leggi che tendono a limitarne la potenza? Perché mai dovrebbe esporsi al rischio della violenza altrui?
Di fronte alla credenza generalizzata che non può esservi alcuna fusione soddisfacente di individui per costituire una nuova entità esistenziale, non può esserci emozione, sentimento sociale, che tenga! Di fronte ad una tale credenza ogni polarità perde di consistenza: diventa una polarità apparente. Ognuno sarà obbligato dalle proprie convinzioni a perseguire, in primo luogo, la realtà che si trova già ad essere, mettendo da parte ogni altro aspetto complementare che gli si potesse adombrare, insinuare, farsi avanti.
In questo modo però non facciamo altro che aggravare sempre più la nostra condizione, svuotandoci della nostra naturale identità di esseri viventi.

I problemi impellenti da risolvere sono, quindi, quelli di fondo. Ed il principe di tali problemi è senza alcun dubbio quello di realizzare una sintesi corretta tra i due aspetti interni dell’individualità, andando ad utilizzare una tipologia conoscitiva come la razionalità, che è si molto più potente di quella emotiva, ma anche più fallibile, più legata ad una visione corretta della realtà.
Non siamo certo noi i primi a sostenere una tesi del genere. Altri illustri pensatori hanno giustamente posto l’accento  sull’opportunità di capire preventivamente come poter realizzare un sé, diverso dall’attuale Io, ottenendolo da una sintesi equilibrata di quelle tante polarità che possiamo scoprire dentro di noi. Uno dei precursori di questa corrente di pensiero è stato sicuramente Lao zi o Lao tse che fu il fondatore del taoismo.

Prima di affrontare gli ulteriori sviluppi dell’individualità con lo schema concettuale che abbiamo proposto, crediamo sia utile aprire una breve parentesi e provare a fare un confronto con un altro schema concettuale, simile al  nostro, e derivante proprio dalla rielaborazione di alcuni principi del Tao operata da pensatori occidentali. Nella fattispecie, proveremo a presentare le similitudini, ma anche le differenze, con uno schema esposto dalla psicologa, allieva di V. Assagioli, Angela Maria La Sala Batà, nel suo lavoro La via del Tao.

 

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Bibliografia

Questo saggio è un testo in fieri, l’autore offre ai lettori l’occasione di partecipare alla sua composizione e quindi al suo sviluppo. Per proporre correzioni, miglioramenti o altro, scrivere a suggerimenti@riflessioni.it verranno presi in considerazione solo scritti sostenuti da valide spiegazioni.

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