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Quale amore? Quale felicità?
di Domenico Pimpinella – luglio 2007

- Capitolo 4 - Ipotesi per una corretta individualità
Paragrafo 3 - Psicosintesi
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Per poter operare un confronto accettabile, occorre innanzi tutto fare chiarezza sull’etimo che si è utilizzato nei rispettivi ragionamenti.
La nostra esigenza è stata quella di utilizzare termini come “individualità”, “soggettività” e “socialità” che, pur avendo nell’uso comune significati  a volte molto diversi, ci sono sembrati idonei proprio per riformulare un’idea convincente di individualità che, proprio come l’atomo delle origini, non dovrebbe essere più considerata una realtà indivisibile. Un individuum, insomma, che diventasse un dividuum e potesse prestarsi ad una formulazione pseudo-algebrica come individualità = soggettività + socialità. In questo modo la socialità è diventata una componente essenziale e insostituibile dell’individualità ed è in grado di rappresentare uno sviluppo tentacolare dell’individualità pluricellulare. In questo modo l’individuo può essere visualizzato come una sorta di nuovo neurone che si scambia le informazioni con i vicini, attraverso il cablaggio di nuovi tipi di sinapsi.
La nostra autrice, invece, ha ritenuto più opportuno utilizzare termini come “esigenza di autorealizzazione”, laddove noi abbiamo utilizzato “soggettività”  ed “esigenza di rapporti interpersonali”, laddove noi abbiamo utilizzato “socialità”.
Spero risulterà facilmente intuibile che l’idea che in entrambi i casi si vuole esprimere è sostanzialmente la stessa: che in ognuno di noi ci sarebbero due esigenze che non andrebbero perseguite ognuna indipendentemente dall’altra, ma attraverso una loro opportuna sintesi in grado di apportare un equilibrio indispensabile. L’importante, per entrambi,  è realizzare un’unità armonica, un sé autentico, che non sia nessuna delle due polarità erette a monopolio, come pure una somma posticcia e disarticolata delle due.
Prima di vedere lo schema utilizzato da  Maria La Sala Batà,  ci preme ulteriormente specificare che l’autrice alla richiesta di chiarimenti su cosa intendesse per “coscienza di gruppo” abbia risposto che “coscienza di gruppo” significa molto più che “capacità di inserirsi in un gruppo” e collaborare. Significa aver superato l’identificazione con il proprio Io che ti fa sentire chiuso in te stesso e aver cominciato a sentire di appartenere ad una realtà più ampia, ad un “noi” che è tutta l’umanità”. Questa puntualizzazione credo che fughi ogni possibile dubbio sull’identità dell’obiettivo che proponiamo: il completo e totale superamento dell’identificazione con il proprio Io.
A questo punto introduciamo lo schema proposto da La Sala Batà, per coglierne le convergenze, ma anche le sostanziali differenze con il nostro, soprattutto per quanto riguarda il ruolo della conoscenza che qui non viene suddiviso tra differenti tipologie. Al posto del cerchio troviamo un triangolo, la cui base è formata da una linea che unisce i due poli menzionati: l’esigenza di “autorealizzazione” e quella di “rapporti interpersonali”, congiunti da due lati al Sé che viene a costituire il vertice di un triangolo isoscele.
La nostra autrice sostiene giustamente che all’inizio, l’uomo essendo inconsapevole del sé vive l’istinto di autoaffermazione come bisogno di affermare il proprio Io, come spinta a farsi valere, a lottare e a difendersi per sopravvivere…e poi come esigenza di autonomia e indipendenza. Sempre all’inizio, l’istinto gregario riflette, invece, l’amore del Sé, il suo senso dell’unità  e dell’armonia, in maniera distorta e ridotta. Cosicché queste due esigenze fondamentali, all’inizio, sembrano essere inconciliabili, tanto da creare due tipi psicologici completamente opposti; costituti da coloro in cui prevale solo una delle due esigenze, mentre l’altra viene ignorata e rimossa. Così invece che cercare di fondere due aspetti interni complementari che non possono essere disgiunti se non con gravi conseguenze, l’uomo ha cercato di identificarsi solo con uno dei due poli; il che è equivalso a portare l’individualità a scadere nell’individualismo, mentre l’interdipendenza  a trasformarsi nella gregarietà e nell’adattamento passivo.

La figura completa è quella di seguito riportata, dalla quale si  evince che per arrivare al sé occorre salire sulla mediana, sintetizzando sempre più, man mano che si “sale” si incontra prima il centro rappresentato dall’Io personale, poi il centro di autocoscienza ed infine alla sommità il sé, nel quale i due poli si sono fusi  e sono diventati indistinguibili.

 

psicosintesi

 

La Sala Batà così si esprime: la salita interiore può continuare fino alla realizzazione del che rappresenta la sintesi e la totalitàE’ qui che ci si rivela la reale individualità che è amore, fratellanza, unità con tutto e con tutti, pur conservando la sua identità e la sua centralità… La rivelazione che emerge, quindi, dall’equilibramento e dalla sintesi dei due poli formati dall’esigenza di rapporti interpersonali è che il nostro vero Io, che è il Sé, è allo stesso tempo individuale e universale, cosciente di sé stesso e cosciente del Tutto…E, inoltre, i rapporti con gli altri non ci impediscono di essere noi stessi, ma anzi, ci permettono di esserlo, perché ci offrono l’occasione di esprimere tutte le energie e le facoltà della nostra individualità in quel processo chiamato “adattamento creativo”.

Da questa breve esposizione credo si possa intuire che i nostri ragionamenti sarebbero perfettamente sovrapponibili, se non fosse per l’esigenza, che crediamo estremamente importante, di dividere la conoscenza totale nei due distinti aspetti conoscitivi che oggi supportano i differenti poli. Se le cose non funzionano come dovrebbero la causa è da addebitare alla disomogeneità, alla disparità di energie che i due poli  mettono in campo grazie alle differenti tipologie conoscitive.  Se la conoscenza fosse unitaria, come lascia trasparire la nostra autrice,  ne seguirebbe automaticamente una sintesi corretta, come accadeva probabilmente  quando eravamo guidati dalla sola conoscenza emotiva.
Se i due poli ci si presentano separati e inconciliabili è perché l’elemento di divisione è introdotto dalla razionalità, come abbiamo ampiamente fin qui congetturato.
A noi non sembra assolutamente esatto affermare, come fa La Sala Batà  che il riconoscimento della coesistenza nell’uomo di fondere ambedue le esigenze e di equilibrarle sia già avvenuto. E’ avvenuto certamente per qualche mente ma non per tutti! Ed è accaduto più con l’intuito che con il ragionamento. Tanto è vero che proprio per far affiorare l’intuito, quasi fosse panna, la Psicosintesi, al pari di tutte le filosofie orientali ha posto l’accento sull’importanza della meditazione, che può puntare alla concentrazione oppure alla consapevolezza oppure a tutte e due.

E’ però  una realtà innegabile, di cui bisogna tenere conto, che l’uomo è oramai un essere razionale e come tale non può prescindere da questo tipo di conoscenza che, per essere utilizzata correttamente,  deve poter riconoscere entrambi gli aspetti interni dell’individualità in maniera da coordinarli e sintetizzarli nel modo giusto. Su questo punto non smetteremo mai di insistere, sottolineando fino alla nausea, che riconoscere gli aspetti interni autentici significa riconoscere a sé stessi la possibilità di formare l’essere autopoietico di terzo ordine, la società, andando a combinare sapientemente delle unità di secondo ordine portate al giusto punto di apertura in maniera da ritrovare nel gruppo, nella società un nuovo punto di stabilizzazione gratificante.
L’individuo autopoietico di secondo ordine che si ristrutturasse in maniera corretta, senza però puntare a formare l’essere autopoietico di ordine superore,  avrebbe fallito le sue opportunità. Fino a che permangono divisioni profonde tra individuo e individuo non si può sostenere che si è capaci di amare. D’altronde, finché non si ama le divisioni non possono che sussistere e ingigantirsi. Cosa fare? Sembra la questione insolubile di stabilire se sia nato prima l’uovo o la gallina. E invece è solo un paradosso apparente che può essere eliminato nel momento stesso in cui si scinde la conoscenza in due precise tipologie, rilevando che è solo alla razionalità che appare ovvia la frammentarietà del mondo e le sue divisioni, che arriva così a credere che debbano essere mantenute. Alla conoscenza emotiva, invece, appare chiara ed evidente una visione unitaria del mondo. E che sia così ce lo dimostrano i forti legami che siamo capaci di stabilire attraverso i sentimenti.
Lo schema della psicosintesi è indubbiamente corretto ma a nostro avviso incompleto. Lascia aperta la questione importantissima di come debba venir utilizzata la razionalità, che, ripetiamo, non può assolutamente  essere tenuta in disparte, perché è oramai parte integrante della conoscenza.
Lo schema proposto da noi è invece in grado di comparare i due aspetti conoscitivi e rendere conto del perché l’uomo pur continuando tutto sommato a possedere un’individualità ambivalente si è trovato spaccato tra i suoi due aspetti interni senza possibilità di conciliarli. E’ per questo assurdo motivo che gli uomini, oggi, si dividono pericolosamente tra egoisti ed altruisti, in quanto sia gli uni che gli altri si possono identificare completamente con l’una o l’altra conoscenza.

 

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Bibliografia

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