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Quale amore? Quale felicità?
di Domenico Pimpinella – luglio 2007

- Capitolo 5 - Ipotesi sulla conoscenza
Paragrafo 1 - Verso una piena consapevolezza
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La differenza che abbiamo colto tra come dovrebbe essere formata una corretta individualità umana e come invece l’abbiamo fatta diventare, se, in teoria ci consente di capire con una certa chiarezza gli errori che avremmo commesso  una volta entrata in campo la razionalità e la maniera per rimediare, in pratica, non si traduce automaticamente in un utilizzo ottimale della razionalità al fine di migliorare la nostra personalità. Una grossa mano ce la potrebbe però dare la comprensione della differenza tra quella tipologia conoscitiva che abbiamo indicato come razionale e l’altra, più antica, che abbiamo chiamato emotività. Le due conoscenze sono ovviamente intrecciate tra loro. Non sono moduli nettamente separati. Riuscire a cogliere la differenza concettuale tra le due possibilità ci consentirebbe probabilmente di capire meglio come manovrare volontariamente il timone delle nostre azioni senza essere influenzati in maniera determinante dagli aspetti inconsci che vengono fatti affiorare dalle circostanze. Così la strada da percorrere diventa quasi sempre un labirinto di viuzze che si intersecano e in cui spesso ci smarriamo. E’ per riuscire ad evitare l’influenza massiccia della contingenza presa in considerazione dall’emotività che dobbiamo avere chiaro come il “libero arbitrio” in effetti sia riconducibile ad un progetto a lungo raggio che possiamo permetterci di formulare affinché ci trasferisca in una precisa condizione utilizzando qualcosa di simile alle autostrade. L’insidia di questa opportunità, l’abbiamo già detto ma lo ripetiamo per chi non l’avesse rilevato, sta nell’impossibilità di uscire fuori, di trovare il casello immediatamente dopo esserci accorti che stiamo andando  in una condizione che non ci piace. Un feed-back immediato, come quello offerto dalle numerose viuzze dell’emotività, in questo caso potrebbe non esserci. La razionalità ci consente di costruire strade ampie e comode in grado di portarci velocemente in determinate situazioni, ma se abbiamo fatto male i calcoli possiamo ritrovarci in poco tempo in un inferno piuttosto che in paradiso. E tornare indietro o individuare una direzione immediatamente alternativa non è assolutamente facile.
Con la sua tecnica fatta di passettino dopo passettino la conoscenza emotiva ha potuto permetterci di tracciare un percorso sperimentale, iniziato già con le primissime forme di vita, che non andasse mai completamente fuori rotta. Ed è sempre per questo che possiamo considerare valide le indicazioni che essa ci fornisce sempre ché riusciamo a decifrarle correttamente.
Questo significa che ai vari livelli conoscitivi e quindi ai vari stadi di autopoiesi c’è sempre stata una rotta preordinata da seguire? No, non credo che si possa sostenere una cosa del genere. Si può però certamente ipotizzare che ci sono sempre stati degli obiettivi a corto e a cortissimo raggio da raggiungere. Questo si! Una serie di obiettivi molto ravvicinati, quindi raggiungibili con una certa facilità, tra i quali poteva prevalere quello che al momento offriva robuste garanzie di continuità, di invarianza della “struttura” già  costruita, ma anche, nello stesso tempo, la possibilità di ampliare ancora la conoscenza complessiva aggiungendo altri parti alla struttura esistente.
Questa ipotesi implica ovviamente l’”idea egoistica” presentata da Dawkins e da Ciaravolo che non si può certo disconoscere, ma nello stesso tempo anche una tendenza a superarsi, a migliorarsi, come struttura conoscitiva, anche attraverso l’associazionismo con altri “mozziconi” di conoscenza, come ha intuito a suo tempo la biologa Lynn Margulis e come appare evidente già dallo scambio genetico attuato a livelli microscopici.
Lo scopo del singolo essere vivente è innanzitutto quello di sopravvivere procurandosi le migliori opportunità, ma anche quello di non precludersi lo sviluppo futuro in qualunque modo si dovesse presentare. In questo modo la conoscenza emotiva è quasi sempre riuscita ad evitare che l’essere vivente si perdesse in situazioni veramente drammatiche: di non ritorno. Facendo, come si suol dire, il passo più corto della gamba è quasi sempre riuscito a ritrarla senza cadere nel momento in cui ci si è accorti che si stava per imboccare un vicolo cieco. Magari queste cose possono essere successe nell’arco di più generazioni, ma immancabilmente sono accadute.

Con l’entrata in gioco della razionalità, che non è consistita in un semplice ampliamento della precedente conoscenza, ma in una trasformazione radicale, in una rivoluzione della modalità conoscitiva stessa fino ad allora utilizzata, si sono potuti fare sondaggi e previsioni a più lungo termine. Si sono potute prendere delle scorciatoie; si è catalizzato il cambiamento baypassando l’immediato collaudo ambientale e questo ha significato inevitabilmente la perdita di un’autoregolazione efficace. Ma l’autoregolazione deve comunque esserci! Ed è quella che i filosofi inseguono da quando siamo diventati esseri più razionali che emotivi. Se i “calcoli”, se le previsioni  non sono state fatte correttamente, come crediamo,  è possibilissimo che siamo sconfinati in situazioni così difficili, da averci addirittura precluso la possibilità di autocorreggersi. Ecco perché insistiamo prolissamente sull’idea che l’uomo sta girando a vuoto, come farebbe un naufrago in mare o in un deserto immenso dove non è più possibile contare su punti di riferimento sicuri per orientarsi.
Non so quanti sono disposti a sostenere un’idea del genere: che l’uomo si trovi a “girare a vuoto” e sembra non rimanergli altro che continuare a “sperperare” energie fino a quando non resterà a secco, come un automobile senza più benzina, e non gli rimarrà altro che fermarsi anche come specie.
Per mettere fine a questa “pazzia” non resta, dunque, che ritrovare la “ragione”; costruirsi una bussola capace di farci orientare anche con quei pochi segni e indicazioni che possiamo ancora recuperare dalla conoscenza emotiva e rimetterci così sulla corretta rotta.
E’ indispensabile per fare ciò capire bene come utilizzare al meglio il sofisticato sistema conoscitivo di cui oggi disponiamo, che non possiamo vederlo solo come utile strumento per andare sulla luna e sugli altri pianeti, spezzare o fondere  violentemente gli atomi per ricavarne energia, ma anche per possibilità per ritrovare quell’equilibrio interiore che è la nostra unica possibilità per capire cosa davvero sia più conveniente fare, quale calcolo e quali azioni non ci porterebbero di fronte al “muro dell’impossibilità del possibile” di fronte al quale oggi perlopiù naufraghiamo.

Se davvero, come supponiamo, abbiamo “fatto male i calcoli” per poterli rifare nella maniera corretta, occorre capire il motivo per cui saremmo finiti fuori rotta. Forse perché davvero abbiamo smarrito un senso più autentico dell’esistenza a tutt’oggi  custodito dall’emotività.
Il nostro obiettivo, allora  dovrà essere quello di fare in modo che la razionalità diventi una sorta di cassa di risonanza di tutte le istanze emotive: sia soggettive che sociali per poterle ricombinare razionalmente con la stessa sapienza di un tempo ma in maniera più potente e fruttuosa; dopo naturalmente dopo avere messo da parte la vecchia presunzione che ci ha portato a dare per scontato cose che scontate non sono affatto.
Riesaminando la situazione, occorre fare e fare in modo che la “fredda razionalità”, l’”asettico calcolo” non continui a soppiantare, come è accaduto in passato, la “calda emotività”, il “battito passionale” del cuore. Semplicemente, gli si deve porre a fianco e capire come continuare a far si che l’equilibrio interiore tra istanze complementari non si rompa più a beneficio di questo o quell’aspetto. Le intuizioni del taoismo di vari millenni fa, a quanto ci è dato di capire,  appaiono quindi quanto mai attuali.

Finora abbiamo ipotizzato che il disguido che c’è stato tra razionalità ed emotività sia derivato dal fatto che la razionalità abbia d’acchito preso in considerazione la sola soggettività, l’interesse privato, il tornaconto del singolo, non avendo potuto rendersi conto, all’inizio, che la situazione era invece più complessa e che la socialità non poteva essere liquidata semplicemente come un optional, come un arricchimento estetico e basta. Quest’ultima costituisce, invece,  un aspetto fondamentale dell’essere vivente, sia pure in fieri per quanto riguarda l’ultimo obiettivo che si è profilato sul nostro orizzonte: la società. Per raggiungere questo obiettivo occorre fare in modo che la socialità intesa come aspetto interno diventi una conoscenza ben strutturata e oltremodo significativa. Cosa che, evidentemente non è accaduto in tutti questi millenni che abbiamo continuato a sviluppare e utilizzare le possibilità razionali.
Così per un errore di fondo, epistemologico, ci siamo privati di un efficace meccanismo di autoregolazione, e ciò ci sta costando caro. Senza una autentica socialità razionale, quello che a Leibniz e a molti suoi epigoni riesce ancora ad apparire come il migliore dei mondi possibili, è in realtà divenuto il peggiore che potessimo costruire.
E questo perché la polarità interiore, che pure continua ad esserci e si fa anche sentire, è rimasta bloccata da una forte crescita  della soggettività, ora razional-emotiva, e non è più in grado di esprimersi, di  condizionarci come dovrebbe. Siamo diventati dei fanciulli paralizzati di fronte all’apparizione di un grosso orso che ci terrorizza. Riuscire a guardare abbastanza in là nel nostro futuro ci ha messo davanti a tutta una serie di eventualità che abbiamo cercato, senza che ce ne fosse veramente bisogno, di allontanare da noi. Così quell’orsacchiotto che dovrebbe rimanere la soggettività è diventato lo spauracchio dell’egoismo, della presunta volontà colta negli altri di volerci utilizzare, annientare, annullare. La visione del sofista Trasimaco “dell’uomo giusto che viene costantemente sopraffatto dall’uomo ingiusto” entra, magari di soppiatto, nella mente di ognuno e scava, approfondisce sempre più il solco tra uomo e uomo.
La polarità interna dovrebbe sbloccarsi, diventare un vero rapporto di coppia, dove le forze si pareggiano e diviene possibile una sintesi degli opposti. Una situazione del genere eviterebbe l’attuale tendenza degli opposti ad escludersi l’un l’altro. Solo così sarebbe possibile  dare un senso alle parole di E. Morin quando  specifica che: Ogni essere vivente integrato in un essere di grado superiore (la cellula nell’organismo, la formica nel formicaio) è votato ad un tempo all’egoismo e all’altruismo (pag. 244). Altrimenti si commette l’errore di credere che egoismo e altruismo possono avere una crescita indipendente. Invece no! Nella complementarietà la crescita di un aspetto è accompagnata inevitabilmente dal calo dell’altro. Il presupposto di una crescita sociale corretta, quindi, è la parallela diminuzione della soggettività, il suo indietreggiare per permettere a delle nuove conoscenze di costruire tenaci legami con gli altri.
Questo genere di meccanismo non è immediatamente intuibile. Si può comprenderlo  meglio andando ad esaminare aspetti simili: quello che, per esempio, avviene nell’innamoramento. Se l’innamoramento non è adulterato dalla razionalità che, sbagliando, valuta l’altro un oggetto di possesso, la conoscenza emotiva è in grado di far ritrarre la soggettività, l’egoismo, al punto che quasi ci si annulla di fronte all’altro. Ci si annulla cioè in quanto possibilità isolata, chiusa, ma ci si ingrandisce come possibilità comune, aperta, come nuova struttura unitaria. Certo la soggettività non può scomparire del tutto come quando ad esempio due gameti si uniscono al punto che la loro completa fusione porta ad un individuo di ordine superiore. Nell’innamoramento lo scopo è quello di fondere solo temporaneamente le due possibilità spaziali, che devono riuscire a rimanere unite secondo modalità che non sono le stesse, come vedremo, di quelle che sono state adottate per le forme autopoietiche inferiori.
Gli organuli hanno fatto uso di una modalità intra-cellulare, le cellule di una modalità di continuità-cellulare, noi evidentemente dovremo far uso di altre modalità di compattazione, perché agiamo in un universo più ampio, a più dimensioni.
Il nostro obiettivo ragionato dovrà essere quello di riuscire ad “attuare un’ambivalenza perfetta”. Un modo di essere che non è dettato aprioristicamente. Nessuno può sapere in anticipo quanto si può e quando si “deve” essere sociale; bisogna scoprirlo con la pratica, con l’uso costante sperimentale di relazioni.  L’importante è non forzare la mano, come si è cercato di fare in passato. E questo è possibile solo se comprendiamo in modo chiaro che la razionalità consente una nuova possibilità conoscitiva che ci permette di operare in una condizione diversa dal passato.
In base a questa logica, ad esempio, è fuori luogo sostenere a priori che due perfetti innamorati devono esistere solamente l’uno per l’altro. Solo l’esperienza concreta può stabilirlo, tenendo ferma l’idea che la direzione del loro impegno deve essere orientata in modo da permettersi quanti più legami possibili. Un impegno ad “aprirsi” “solo” con il partner potrebbe portare al paradosso che intorno alla coppia si realizzi un’altra chiusura, magari ancora più intransigente. Se non dimentichiamo che oltre a rimanere precise possibilità esistenziali abbiamo il compito di intrecciare una società, un’umanità e che questo è possibile ora allentando alcune “corde” ora stringendone “altre”, ottenendo così l’elasticità necessaria.
Come un computer può oggi dar vita ad una variabilità infinità di disegni nei tessuti, così la razionalità può originare una variabilità infinità di comportamenti sperimentali, in modo da valutare quali potrebbero essere quelli da utilizzare più frequentemente in quel nuovo “telaio incantato” che dovrebbe essere oggi l’umanità.
L’umanità non si costruisce rimanendo gli uni accanto agli altri, sia pure in modo estremamente pacifico, ma intrecciandosi con legami in grado di andare al di là di quelli puramente emotivi elaborati nel passato da una conoscenza che non aveva possibilità raziocinanti. Questi legami non devono però costituire dei vincoli odiosi, ma gioiosi, e l’unico modo per riuscirci è poter continuare a rimanere comunque “liberi” in quelle dimensioni inferiori dove lo siamo sempre stati sia pure con delle personalità diverse. Una cosa del genere si può quindi ottenere cambiando personalità, acquisendone un’altra più  idonea alla circostanza, per tenere ferma l’idea comune da realizzare. Un’idea come si comprende estremamente dinamica che dinamicizza di conseguenza anche i suoi membri. Solo in questo modo si può realizzare un DNA culturale in grado di fissarsi in ogni mente della “cellula individuo”. Una cellula che non può agire solo in uno spazio tridimensionale come in passato, ma che deve imparare ad agire in un iper-spazio, dove il tempo costituisce una dimensione aggiuntiva molto importante, intorno alla quale  “spostarsi” ed unirsi.
Per riuscire a muoverci nell’iper-spazio con la libertà necessaria che possa consentirci di “incontrarci” non solo superficialmente, è importante comprendere bene come la razionalità ha cambiato il nostro vecchio modo di conoscere e in definitiva come ci ha cambiato e come ci potrebbe ancora cambiare.

Ricordando a noi stessi che l’immutabilità è una trappola mortale dalla quale dobbiamo assolutamente uscire, proviamo a ripercorrere mentalmente la nostra storia biologica e culturale nelle sue parti più significative, ad iniziare dalle forme viventi procariote.

 

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Bibliografia

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