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Quale amore? Quale felicità?
di Domenico Pimpinella – luglio 2007

- Capitolo 5 - Ipotesi sulla conoscenza
Paragrafo 7 - Logica,  Tempo e Libero Arbitrio
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Introdurre l’idea di un secondo cervello interfacciato con il mondo esterno tramite l’attività del primo cervello e che per questo motivo sarebbe in grado di “organizzarsi rapidamente” sfruttando l’architettura messa a punto empiricamente da quest’ultimo in milioni di anni di sperimentazione,  significa principalmente avere a disposizione un’ipotesi che, maggiormente indagata, può spiegarci tantissime cose.
In primo luogo ci potrebbe far comprendere in maniera davvero chiara perché esiste quella che noi comunemente chiamiamo Logica. Partendo da Aristotele, per il quale la Logica è la scienza che riguarda gli enunciati che possono essere veri o falsi, chiediamoci cosa significa, in base a quanto abbiamo sostenuto finora sulla conoscenza, sostenere che qualcosa sia vera o falsa. Evidentemente, per noi è vero tutto ciò che entrando dalla porta dei sensi trova una corrispondenza immediata, diretta, con insiemi di neuroni strutturati dall’esperienza e formanti una precisa ed univoca architettura.
Sostanzialmente, qualsiasi “cosa” o ente non è altro che una certa quantità di perturbazioni correlate tra loro che oramai trovano una corrispondenza interna pazientemente tessuta dall’intrecciarsi di milioni e milioni di neuroni. Neuroni che nel corso di quei milioni di anni che abbiamo impiegato  per divenire quello che siamo partendo da un minimo essere pluricellulare possono “rappresentare” qualunque cosa ci si presenti davanti.
Se “entra” qualcosa di nuovo, che non ha una corrispondenza interna, i neuroni la riescono a “coniarla” ex novo e la registrano mettendola in memoria. Quello che non riescono subito a sapere è come quel “qualcosa” interagirà con il normale svolgimento della vita, sia in senso positivo che negativo.
I neuroni del secondo cervello che, usando una metafora, sono come “affacciati” ad un balcone sul panorama sempre variabile, ma architettonicamente stabile, della infinita messe di enti che continuamente gli si formano davanti, possono “riprenderli” per configurare scenari sempre nuovi, stabilendo anche, in base alle affinità riscontrabili, il loro carattere di perniciosità.
Per poter configurare nuovi scenari devono però pur sempre metterli insieme, cosa che non può avvenire sulla base di esperienze dirette, totalmente empiriche; devono riuscirci su altre basi, come appunto lo “studio degli associazionismi” a prescindere  dalla qualità di ciò che viene associato, messo insieme. E’ per questo che la Logica può consistere nell’insieme delle possibilità espresse dal linguaggio matematico: perché queste possibilità ineriscono aprioristicamente principalmente alla quantità delle perturbazioni che si è sommato inizialmente e memorizzato.
Il “razionalismo” deriva dalla possibilità di conoscere a priori, perché è oramai nell’architettura stessa dei cablaggi neurali, in quei disegni ricorrenti, quei pattern” mediante i quali definiamo il mondo  a noi contiguo.
Il secondo cervello, volendo usare un’altra metafora,  usa un linguaggio avanzato per compilare il proprio programma e non più il linguaggio macchina usato dal primo.
Il vantaggio è in questo modo enorme. Cogliendo il tipo di relazione in cui sono connessi tra loro i neuroni, che hanno fatto di tutto per rispecchiare fedelmente quanto avviene al di fuori, si ha in mano uno strumento che ci consente per “similitudine” di “approntare” la simulazione di un esterno che potrà avere molta probabilità di essere realizzato, diventare cioè una realtà unitaria capace di entrare tutta insieme per la porta dei sensi.
La Logica, dunque, sarebbe  questo scrutare, questo indagare, a prescindere dalle porzioni elementari  che sono state messe insieme, associate, nel corso dei millenni. E se le costruzioni Matematiche possono essere viste come aspetti particolari di costruzioni logiche la ragione è che la base di ogni qualità, come sosteneva Engels,  è costituita sempre da una quantità. Come prima preoccupazione dei neuroni deve esserci stata quella di sommare perturbazioni omogenee, creando in questo modo quelle scale di valori che poi ci danno la qualità. La matematica resta infatti la stessa sia che si contano patate sia che si contano piselli.  Scoprendo la logica matematica Boole ha portato alla consapevolezza il meccanismo utilizzato dal “primo cervello” per assemblare la realtà, sommando delle perturbazioni; meccanismo che fino a quel momento era stato solo inconscio.
E’ per questo che utilizzando correttamente la Logica è possibile costruire  a priori preposizioni “sensate”; costruzioni, cioè, che hanno un probabilità molto alta di essere “costruite” anche nel primo cervello, una volta acquisita tutta in una volta la gamma completa di perturbazioni corrispondente.
Non a caso Galileo ha sottolineato come il “creatore” avrebbe scritto le “leggi naturali” utilizzando la Matematica. E non a caso gli scienziati utilizzano la matematica per dialogare pressoché in modo perfetto tra di loro. Per mettere a frutto la  nostra  condizione di esseri razionali dovremmo, quindi, utilizzare un linguaggio adeguato con margini esigui di interpretazione. Per socializzare occorre che una comunità entri in possesso di un progetto comune da realizzare. Perché avvenga ciò occorre che tutti siano in grado di padroneggiare la Logica, anche se non ad un livello ancora basso, “assembler”, come la matematica, ma magari ad un livello più evoluto  come il linguaggio comune. Basterebbe probabilmente, per iniziare, che ogni proposizione fosse in qualche modo avvertita come una costruzione verificabile e confutabile. La proposizione “un asino vola”, ad esempio, non può essere evidentemente avvertita in questo modo ed infatti ci appare irrazionale. Per ragionamenti complessi diventa oggettivamente più difficile basarsi su delle sensazioni, ma è sempre possibile, come ha sostenuto Cartesio, scomporlo in proposizioni più elementari, verificabili. Riflettendoci bene si può effettivamente sostenere che è solo una questione di metodo!  L’importante è non tentare di far apparire come verità quelle che possono essere solo delle opinioni, perché l’altro o gli altri non riscontrano le stesse probabilità di realizzarsi.
Da queste poche battute credo si possa però già delineare la grande importanza che riveste la possibilità di dialogare logicamente, evitando di far entrare negli “scambi” quelle costruzioni fantasiose che tentano in fin dei conti di trasmettere delle emozioni. Nel dialogo si può anche tentare di mischiare preposizioni poetiche, che cercano di trasmettere emozioni e sensazioni con proposizioni prosaiche che tentano di trasmettere concetti, purché non le si mischi tra loro facendo confusione, ma le si tenga separate.
La scienza ha portato questo meccanismo conoscitivo-dialettico all’apice delle sue possibilità, consolidando di volta in volta, con l’esperimento, le ipotesi deduttive che se non fossero fatte rientrare come perturbazioni nel primo cervello resterebbero delle eterne ipotesi con cui sarebbe sempre più difficile costruire realtà “pensate”.
Si pensi a cosa sarebbe oggi la fisica se non si fossero fatti esperimenti come quello di Michelson e Morley e tanti altri. L’unico rammarico è che il metodo scientifico l’abbiamo utilizzato quasi esclusivamente per manipolare, trasformare, riformulare l’ambiente esterno in modo da poterlo adeguare alle nostre sole esigenze di carattere soggettivo che praticamente è un sinonimo di individuale.
Cerchiamo di pensare a come potrebbe essere diverso il nostro aspetto sociale se avessimo utilizzato il metodo scientifico per dialogare tra noi in ben altre profondità. Purtroppo Bacone  ci ha soggiogati, sviati, traditi, con la sua visone tutta concentrata sulla trasformabilità del mondo e per nulla comprendente anche la nostra trasformabilità interna che occorre mantenere elastica se si vuole dialogare per davvero. E’ evidente che se vogliamo davvero migliorare il nostro aspetto sociale dobbiamo trasformarci, adeguarci vicendevolmente alle esigenze comuni.
Se la filosofia non ha ottenuto finora gli stessi successi della scienza è proprio perché le è mancato fondamentalmente l’esperimento, che solo ultimamente la psicologia sperimentale, sta iniziando ad introdurre con non poche difficoltà.
La Filosofia, almeno fino a Marx, è stata un susseguirsi di interpretazioni che non avevano la pretesa di cambiare “il mondo”, ma solo di descriverlo correttamente.
In cosa dovrebbe consistere l’esperimento filosofico? Nella possibilità di mettere in pratica quello che di nuovo si riesce a pensare, senza che meschini interessi di parte lo ostacolino. Se esperimenti, che pure sono stati fatti, come la creazione di falansteri o di Comuni, fossero stati visti come “esperimenti” utili a tutta la comunità avrebbero avuto sicuramente ben altri sviluppi. Lo stesso dicasi per l’esperimento forse più noto e più ampio mai realizzato: il Comunismo, il cosiddetto Socialismo Reale che ad un certo punto ha diviso l’intero pianeta in due fazioni opposte. Concependolo diversamente avrebbe potuto fornirci delle utili indicazioni, invece ha lasciato solo disorientamento e confusione. Le stesse cose potremmo dire per altri metodi che sono stati usati per mettere in pratica un socialismo. Mi riferisco, ad esempio, a quello, per tanti aspetti paradossali, del Fascismo o del Nazismo. Una concezione di socialismo che non era basato sull’idea di eguaglianza ma su quello, di complementarietà, di sussidiarità. Comunismo, Fascismo, Nazismo, sono stati esperimenti “forzati”, con l’utilizzo di parametri del tutto arbitrari, dove il modello societario era dettato da un capo e da una élite di potere.
L’idea di come strutturare una società può anche nascere da un unico cervello ma deve poi riuscire a “contagiare” tutti quelli della comunità fino a  diventare una sorta di DNA culturale interno, al quale ognuno deve potersi riferire e intorno al quale sperimentare con assoluta obiettività.
L’unica forma di governo non dispotica, non totalitaria, riconosciuta, pur con tutte le sue deviazioni demagogiche, è stata finora la Democrazia, proprio perché in teoria chi governa dovrebbe cercare di farlo attraverso un sincretismo in grado di attingere dalle esigenze e dalle speranze di tutti.
 
Ritorniamo, dopo questa breve digressione, questo “fuori pista” causato dal legame indissolubile che tiene insieme Logica, Filosofia e Politica, alla nostra riflessione sui “rapporti” tra primo e secondo cervello, che ci ha fornito finora una possibile interpretazione di cosa sia sostanzialmente la Logica.
L’interazione tra primo e secondo cervello riesce a far emergere alla consapevolezza quell’ampliamento di dimensione che si ottiene aggiungendo il Tempo alla Spazio. E’ infatti questo rapporto che omogeinizza interno ed esterno e ci mette nelle condizioni di “muoverci” con una buona autonomia in una dimensione allargata come lo spazio-tempo.
Riandando alla famosa riflessione che Agostino d’Ippona esplicitò nelle Confessioni cercando di rispondere alla domanda “Cosa è il tempo?”, credo che si possa  comprendere il motivo di una frase per certi aspetti controversa che recita: “Se nessuno me lo domanda, lo so. Se voglio spiegarlo a chi me lo domanda, non lo so più. Finché, infatti, il secondo cervello guarda da spettatore passivo lo svolgersi delle “vicende” esterne, riassunte nel primo cervello, si è solidali con esso. Allora, si avverte la sensazione che è possibile traslare solo provenendo da un passato per avviarsi in un futuro, ma non viceversa. Il tempo, infatti, appare nel senso comune come uno scorrere incessante di attimi che si susseguono e trasformano ogni cosa irreversibilmente. Se però si esce da questa fase è si diventa spettatori attivi, iniziamo ad elaborare dei pensieri, cioè delle configurazioni totalmente interne, andando a prendere momenti, attimi, sia dal passato che dal presente o anche da quel futuro prossimo che “emerge” come intuizione. Una tale possibilità evidenzia le nostre capaci di muoverci nello spazio-tempo, seppure ancora come bambini malfermi,   utilizzando il secondo cervello come un arto (o forse sarebbe meglio dire “una coppia di arti”, riferendoci ai due lobi frontali) in aggiunta agli altri arti che ci permettono di muoverci con migliore padronanza nello spazio. Quando compiamo una tale operazione non possiamo rendercene conto per cui non ci è possibile neppure riuscire a  spiegarlo. Il secondo cervello per vedere se stesso all’opera ha bisogno di uno specchio come ne ha bisogno l’occhio per riuscire a guardarsi. Figurandoci la dinamica interattiva tra primo e secondo cervello possiamo però, servendoci di un parlare metaforico, riuscirci.
La spazializzazione del tempo operata dai matematici ad iniziare da Einstein riesce a darci oggi un senso appropriato di cosa significhi pensare: riuscire a muoversi nel tempo, oltre che nello spazio, andando quasi immediatamente da una condizione ad un’altra e valutando contemporaneamente più di un modo di essere.
E’ per questo che ci è possibile, su basi razionale, un dialogo che ci faccia vivere non solo la nostra vita emotiva, ma anche quella degli altri, della comunità che interagisce quotidianamente con noi e con la quale ci dobbiamo porre il problema di come intensificare i legami senza che questi diventino dei pericolosi cappi, delle manette, dei legacci.
Come giustamente sostiene Ramachandran,  l’uomo, l’essere razionale, è, in pratica, una macchina per produrre modelli. E, aggiungerei, per produrli contemporaneamente perché solo così ci è possibile relazionarci con gli altri. non ovviamente per imporre un singolo modello, non per imporre una visuale inevitabilmente ristretta, ma per allargare l’orizzonte di possibilità esistenziali attraverso un modello superiore in via di costruzione, su cui è necessario operare per perfezionarlo.
A coloro che sostengono che è impossibile uscire fuori da una condizione egoistica, che non può esservi altro destino per l’uomo, come di ogni altra creatura vivente, bisognerebbe gettare in faccia l’evidenza di poter lavorare in una dimensione superiore proprio per costruire una realtà che non può appartenere ad una dimensione ristretta come quella ridotta alla sola spazialità a cui possiamo appartenere solo come esseri aotopoietici di secondo ordine.
Se possedessimo solo la possibilità di incontrarci nello spazio, allora sì che sarebbe giustificata l’idea di fondare una socialità che dovrebbe provvedere solo a farci coesistere pacificamente come singoli individui. Tanti individui, gli uni vicini agli altri, che pensano ai fatti propri, che convivono pacificamente è più utopia di quella che lo sembra oggi: costruire insieme un nuovo organismo. Non solo lo dimostrano migliaia e migliaia di anni di storia in cui l’uomo ha combattuto continuamente grandi guerre e piccoli conflitti quotidiani, ma lo si riesce a dedurre dal fatto che vivendo ognuno per conto proprio, possedendo razionalmente il solo aspetto soggettivo, non si può riuscire a frenare in alcun modo la voglia di ampliarlo, di potenziarlo. E come riuscirci se non a scapito degli altri?
La sola idea che può salvarci è dunque solo quella di andare a costruire razionalmente l’unità autopoietica di terzo ordine, operando con la consapevolezza che l’incontro profondo, il legami indissolubili, possono realizzarsi nella dimensione temporale, con l’individuo autopoietico di secondo ordine lasciato libero di esprimersi nella tridimensione spaziale.
Se ognuno si crea, attraverso il dialogo serrato con gli altri, il modello, l’idea comune da perseguire, è come se fosse agganciato saldamente con il resto degli uomini attraverso un DNA culturale, che modificandosi opportunamente può finire per rappresentare il modello finale di una società perfetta in cui trova realizzo l’equilibrio necessario per amare ed essere felici.

Raffigurandoci il tempo come quella dimensione aggiuntiva dello spazio nella quale possiamo imparare a “muoverci” con sempre maggiore padronanza ed autonomia, possiamo anche dare al concetto di Libero Arbitrio una nuova raffigurazione.
Il Libero Arbitrio diventa così la capacità di muoversi con sempre maggiore padronanza nello spazio-tempo per andare a realizzare, tra una gamma di situazioni  possibili, quella che ci appare come la più desiderabile o magari la più conveniente. Situazioni che potrebbero non essere tutte completamente realizzabili, soprattutto nel lungo tempo, e potrebbero sfumarsi come quelle strade che terminano in località impervie, non più ulteriormente percorribili.
Il vero libero arbitrio, quindi, non porta quasi mai a scegliere tra soluzioni equipollenti, tutte egualmente percorribili, ma, ad anticipare eventuali errori per non incamminarci su strade che ci porterebbero in quale situazioni intricate e negative.
Usando correttamente la Logica è possibile prevedere come andrà a finire qualora si tentasse di mettere insieme moduli inconciliabili tra loro.
La Logica, cioè, può farci evitare l’errore di rincorrere quelle situazioni in cui ci sembrerebbe possibile avere contemporaneamente la “botte piena e la moglie ubriaca”.
Un’idea simile è quella di cercare di realizzare contemporaneamente una maggiore soggettività (traducibile in egoismo) ed una maggiore socialità. Evidentemente come abbiamo fin qui sostenuto, non si può che utilizzare una socialità falsa, un aspetto che non può essere complementare alla soggettività. I tentativi per riuscirci sono falsificazioni evidenti e non possono derivare dalle potenzialità di un “Libero Arbitrio”  ma derivano dalle potenzialità di una “Libera Menzogna”.
Il Libero Arbitrio è una conquista dell’essere vivente razionale evoluto  che può scegliere anche strade sbagliate che potrebbero portarlo a ridosso delle fatidiche sabbie mobili, come accorgersene per tempo e ritornare indietro per riprendere il cammino possibile e auspicabile.
Sulla strada non è raro incontrare ostacoli e ogni genere di avversità. L’importante è avere sempre a disposizione soluzioni che ci permettano di aggirarli e andare avanti.
La sperimentazione su cui si basa lo sviluppo della vita può farci sbagliare; l’importante  è riuscire a ritrovare la strada abbandonata per riprenderne un’altra.
E’ così che possiamo e dobbiamo continuare a camminare sui sentieri della vita!

 

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Bibliografia

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