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Quale amore? Quale felicità?
di Domenico Pimpinella – luglio 2007

- Capitolo 6 - Cosa possiamo  fare individualmente e politicamente
Paragrafo 3 - Concentrarsi inizialmente su un solo obiettivo
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In una prima fase è consigliabile concentrasi su un solo obiettivo, chiedendo a noi stessi un piccolo sacrificio indispensabile per iniziare a comprimere inizialmente quell’aspetto interno che desideriamo ridurre. La stessa tecnica volitiva non credo riuscirebbe, invece, a incidere più di tanto se cercassimo di mutare radicalmente l’attuale assetto individuale per ridurre tutto l’aspetto egoistico a sana soggettività. Le ragioni credo siano evidenti: dobbiamo contare intelligentemente sull’esiguità delle energie che ognuno ha a disposizione, che non possono farcela ad operare una trasformazione radicale. Facendo una piccola breccia e puntellandola di volta in volta con delle corrette relazioni, si possono attuare quei passettini che ci permettono le nostre forze. All’inizio un certo sacrificio e un certo lavoro sono indispensabili per riuscire a tirare fuori la prima pietra, o magari anche solo un ciottolo dal muro che desideriamo scardinare.
A tale proposito la prima operazione indispensabile è colorarsi razionalmente gli aspetti dell’individualità, non sulla base della loro preesistente colorazione emotiva che oramai non è più utilizzabile, ma sulla base di un ragionamento che proprio difficile non è. Tutte le azioni dovrebbero essere divise in due insiemi distinti, da una parte si metteranno quelle azioni svolte, insieme agli altri o anche da soli, che sono state indirizzate alla cura del gruppo, della società; nell’altro andranno ad essere depositate tutte le altre azioni che, invece, sono state svolte esclusivamente per la cura dell’Io, della soggettività, se vogliamo, del vecchio sistema sociale formato dalle cellule. Azioni come nutrirsi, curarsi, difendersi da ogni tipo di nemico, andranno ovviamente collocate in quest’ultimo contenitore. Mentre nell’altro andranno messe tutte quelle azioni che, sia ben chiaro, non devono essere svolte nell’interesse di questo o quel singolo, ma nell’interesse di una comunità, anche minima, anche solo riferita ad una coppia, a nuclei familiare, che abbiano saputo formare un qualche legame di una certa consistenza.
E’ uno sforzo che evidentemente non ci darà all’inizio grandi soddisfazioni, non arrecherà in noi alcun genere di piacere, come neppure gioia, ma servirà però ad abituarci a colorare diversamente e, quindi, a porre in evidenza quegli aspetti distinti dell’individualità che, pur essendo adiacenti, sono finalizzati a scopi differenti.
Possiamo immaginarci intenti a realizzare questa opera di identificazione al termine della giornata, nel momento in cui accingendoci ad andare a letto possiamo tirare le somme delle azioni svolte fin dal primo momento in cui ci siamo svegliati.
Proviamo ad immaginarci questo momento. Una riflessione brevissima può darci indicazioni importantissime. Sciorinando i vari momenti della giornata, al di là del fatto che possiamo aver operato da soli o in compagnia, possiamo passare in rassegna le varie azioni, chiedendoci a chi hanno giovato. Sicuramente gran parte di queste avranno giovato, almeno nelle intenzioni, a noi stessi, in quanto elementi isolati, circoscritti. Qualcuna, forse, potrà anche avere ottenuto di farci stabilire un qualche legame con altri individui e non mi riferisco a legami solamente emotivi che non possiamo razionalizzare. Mi riferisco a legami che possiamo individuare e tenere sotto osservazione per tempi lunghi. L’esperienza mi dice che la maggior parte dei legami emotivi, sentimentali, che senza alcun dubbio molti di noi riescono a stabilire nell’arco della giornata, sono come dei lampi passeggeri che non mutano le caratteristiche individuali di fondo. Ci possiamo rendere conto che magari li abbiamo intessuti ma non per questo possiamo sempre renderli elementi stabili capaci di entrare nella costituzione della nostra individualità.
L’analisi, quindi, che possiamo fare alla fine della giornata dovrebbe stabilire se siamo stati o meno capaci di quella razionalità sociale o socialità razionale che dir si voglia capace davvero di far intervenire nel computo degli equilibri interni  quel quadrante della nostra personalità importantissimo, che oggi è quasi sempre occupato da settori adiacenti mascherati.
Con l’allenamento costante ci possiamo abituare a considerare un Io e un Non-Io personalizzato nelle figure a noi più vicine e nei sistemi sociali più spontanei, per capire se sono o meno separati da un abisso incolmabile. Il punto qualificante per intraprendere un nostro eventuale cambiamento migliorativo è rendersi bene conto della situazione in cui effettivamente ci troviamo. Prendere coscienza della qualità delle nostre azioni può farci comprendere quanta socialità autentica e quanto egoismo c’è effettivamente nelle nostre esistenze. Stare insieme agli altri, condividere le speranze, spartirsi informazione sul vissuto, e quant’altro si possa fare abitualmente nella convinzione di attuare un comportamento sociale, in realtà può essere fatto, come abbiamo evidenziato attraverso le note teorizzazioni all’inizio del libro, con l’idea, più o meno palese, di alimentare l’aspetto egoistico.
Per valutare cioè la nostra reale, effettiva, condizione non dobbiamo stabilire quanto siamo stati sociali, secondo i canoni in uso, ma semmai quanto siamo egoisti. Gli strumenti che ci indicano oggi il nostro grado di socialità sono chiaramente taroccati; non sono per nulla attendibili. Così ci conviene utilizzare quegli strumenti che misurano il nostro egoismo in quanto non vi è alcun motivo  per cui possiamo averli manomessi.
Inizialmente, quindi, l’obiettivo dovrebbe essere quello di renderci conto, senza la minima ombra di dubbio, quanta razionalità sociale possiamo mettere in conto nella caratterizzazione della nostra individualità, poiché non sarà certo quel poco di emotività sociale, che ognuno riesce ancora ad esprimere, ad imporre gli obiettivi da perseguire.
Attuata questa fase, resoci conto della nostra effettiva condizione, il tentativo dovrà essere quello di ristabilire un equilibrio dinamico che, di volta in volta, dovrà caratterizzare la crescita di un’effettiva  socialità globale.
Il rendiconto serale ci potrà aiutare nel corso della giornata successiva, messo a nudo uno spiazzo interiore dove ci rendiamo ora conto di avere scambiato per buoni ortaggi ciò che era solo volgare gramigna, ad individuare delle possibili azioni che possono permettere di gettare dei “ponti” tra noi ed altri individui. Più ponti saremo capaci di costruire e più avremo una struttura individuale diversa, migliore.
Ovviamente, non saranno sufficienti per ottenere ciò delle azioni unilaterali. Questo deve essere assolutamente chiaro. Alla motivazione consapevole dei singoli che aspirano a mutare la propria struttura individuale deve affiancarsi la possibilità di un dialogo in grado di consentire alle due sponde di rimanere solidali tra loro, in quanto entrambe possono trarre vantaggio da una tale mutata situazione.
Non è prendendoci cura dell’altro, non è elemosinando carità, che possiamo far progredire la nostra ricerca di felicità, ma stabilizzandoci di nuovi sistemi sociali, aiutandoci vicendevolmente a spogliarci delle nostre corazze per mettere al loro posto tutta una serie di legami affettivi, sia su base emotiva sia, soprattutto, su base razionale.
A questo punto la domanda che più di ogni altra starà facendosi strada nella mente del lettore non può che essere una sola: come capire che tipo di legame intrecciare, per fare in modo che il singolo possa diventare gioiosamente e piacevolmente funzionale alla società? Tutti i legami vanno bene, purché accettati e sostenuti bilateralmente. Anche la semplice “chiacchiera”, il semplice scambio di parole su argomenti di varia natura può contribuire allo scopo se diventa rivelatore di un nostro stato d’animo, di una nostra necessità. E’ intuitivo che dei ponti non possono essere gettati tra sponte che diffidano le une dalle altre, che desiderano rimanere chiuse, che sono impietrite dal timore, dalla paura.
La semplice chiacchiera può diventare uno “ionizzatore” perfetto, purché finalizzata allo scopo che stiamo dibattendo. Se la chiacchiera rimane, invece, un semplice parlarsi a distanza, senza che venga avvertita la necessità di annullare quella distanza, allora la chiacchiera può ritorcersi contro e diventare un obiettivo in sé da perseguire, un diversivo pericoloso.
Ben venga, quindi, quella chiacchiera genuina che si poggia sull’esigenza emotiva di non rimanere trincerati entro un guscio. Significa che l’emotività ha ancora una sua forza  cogente che può emergere, come un fiume dapprima sotterraneo, in superficie e rinverdire le aride vallate della vita umana. Spinti magari inizialmente da una semplice curiosità, ma interessandosi dei familiari, dei vicini di casa, degli amici degli amici, coloro che “non riescono a pensare solo ai fatti propri” possono diventare degli Hub (1) strategicamente importanti. Laddove la chiacchiera non viene utilizzata con freddo cinismo per farsi “accettare”, per ammorbidire le difese altrui, per poi “approfittarne” egoisticamente, è senza dubbio una manna in grado di nutrire lo spirito e non solo. Nelle antiche civiltà rurali i nostri antenati passavano le loro serate a “discorrere” tra loro in gruppi di una certa consistenza. Lo scambio vicendevole di notizie, anche se razionalmente non miravano ad uno scopo, emotivamente però cucivano un destino di partecipazione, di aiuto reciproco, di empatia e simpatia notevole.
Oggi che ce ne stiamo perlopiù chiusi nelle nostre case a guardare passivamente un televisore, non riusciamo neanche più a conoscere sia pure superficialmente il vicino di casa, perfino di pianerottolo.
Non vi è dubbio allora che si può indicare la chiacchiera come una pre-condizione importante, dalla quale si può pervenire ad un contatto più intimo e magari ad un dialogo razionale in grado di mirare a costruire sperimentalmente nuove individualità trascendenti. Certamente è molto difficile svegliarsi al mattino e vedere mutata di colpo la voglia di interloquire col proprio vicino o con il compagno di lavoro o semplicemente con il conoscente generico. Se ci si presenta però consapevolmente un obiettivo a cui mirare, per riuscire a dare una svolta significativa in senso positivo alla nostra vita, quel qualcosa che prima appariva ineluttabile e irreversibile può cominciare ad incepparsi e, come la “celebre maniglia bloccata” di Heidegger, riuscire a catturare la nostra attenzione per cercare di risolvere il problema.
Se nella mente umana fosse oltremodo chiaro che il progresso ci ha portato indubbiamente a star meglio come “soggettività”, come Io, ma sicuramente a stare molto peggio come socialità, come Noi, potremmo capire che ciò che conta, che è importante, è, in definitiva, il bilancio complessivo. Cosa me ne faccio di una vita vissuta da nababbi, se poi quella vita occorre custodirla necessariamente in una cassaforte, dove rimarrà isolata? La gente è però convinta che si possa e si debba essere nababbi “sociali”, che il “guscio cristallino” può essere tirato a lucido per permetterci una socialità senza “legami” veri, impegnativi. E’ il paradosso di cui ha parlato Fromm. E’ l’essere convinti, come sostiene la celeberrima massima, che si possa avere la botte piena e la moglie ubriaca. Ma non è assolutamente così! Lo sentiamo, lo avvertiamo dal vivere e dalla cronaca quotidiana: i “valori” stanno sempre più degradando verso chine insostenibili. Ci siamo sempre più separando gli uni dagli altri come molecole di gas che nessun contenitore alla fine riuscirà a mantenere insieme. Per costruire un società, come qualsiasi altra struttura che possa essere considerata un’eccezione all’aumento generalizzato di entropia, di caos, occorre investire sempre più energia  nei legami e non certo sull’aumento di potere dei singoli elementi-individui.

 

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Bibliografia

 

(1) Hub: termine inglese il cui significato letterale è mozzo, perno.
In informatica il compito del hub è quello di mettere in comunicazione le macchine per creare una rete.
Il termine è usato anche in senso figurato.

 

Questo saggio è un testo in fieri, l’autore offre ai lettori l’occasione di partecipare alla sua composizione e quindi al suo sviluppo. Per proporre correzioni, miglioramenti o altro, scrivere a suggerimenti@riflessioni.it verranno presi in considerazione solo scritti sostenuti da valide spiegazioni.

(C) Domenico Pimpinella 2007, divieto di riproduzione anche parziale su qualsiasi supporto comprese pagine web senza l'esplicito consenso dell'autore.

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