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Antropologia della morte

di Federico E. Perozziello - Febbraio 2014

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Un manifesto della morte nel XX secolo, lucido e quasi asettico nella propria disincantata evidenza, è fornito dalla celebre fotografia di Robert Capa, Morte di un miliziano, scattata nel 1936 dal fotografo ungherese durante la Guerra Civile Spagnola. Una fotografia da molti giudicata un artefatto, ma che non certo per questo ci appare essere meno significativa nella sua drammatica rappresentazione dell’attimo che apre all’eternità. Il combattente è colto nella frazione di tempo in cui è stato colpito da un proiettile, un istante prima che cada per sempre a terra. Tutto questo discorso rimane come sospeso, come una frase interrotta a metà, perché l’immagine si impone da sola ad unica interpretazione della realtà. Sembra affermare il proprio potere sull’istante e contemporaneamente dichiarare la non competenza a fornire spiegazioni per un dopo di cui manifesta la totale mancanza di esperienza e conoscenza. Certifica così  l’assenza di ogni ipotesi consolatoria.

L’antropologia ha cercato di definire i momenti legati all’origine ed alla formazione delle credenze e degli atteggiamenti riguardo della morte.  L’inglese Edward Burnett Tylor  (1832-1917), che fu uno dei primi studiosi dei momenti culturali e comportamentali legati alla morte, non fu un ricercatore sul campo. Permeato dalle idee dell’evoluzionismo darwiniano e servendosi dell’analisi erudita condotta su di un gran numero di modelli sociali, giunse a proporre una definizione di  civiltà di un popoloche individuò come un insieme di comportamenti e di usanze perseguite sulla base di una larga scala demografica. La cultura sarebbe consistita invece in una serie di ritualità consolidate e trasmesse alle generazioni che si andavano susseguendo, praticate incontesti sociali di dimensioni più  ristrette. (5)

Secondo Tylor, la cultura relativa alla morte non sarebbe stata acquisita semplicemente, ma appresa attraverso un lungo apprendistato. Nasceva il concetto di  inculturazione di un gruppo sociale. Sempre attraverso una visione di tipo evoluzionistico e figlia del suo tempo, Tylor interpretò l’intera storia umana come un progredire da alcune civiltà più semplici ad altre più complesse. Le popolazioni primitive avevano attribuito poteri soprannaturali alle forze trascendenti che pervadevano l’animo dell’uomo, da esso separabili solo in determinati momenti dell’esistenza, come appunto la morte. Questi primi interpreti della natura e della psicologia umana avevano ipotizzato l’inizio del sentimento religioso.

James George Frazer (1854-1941) approfondì gli studi di Tylor. Si interessò dell’origine delle pratiche magiche e del loro rapporto con le religioni. In particolare esaminò e descrisse la  Credenza del dio morente, il mito salvifico della divinità che moriva per poi risorgere e donare, attraverso questo sacrificio, la salvezza al genere umano. Un evento che egli ritenne comune a molte civiltà e religioni del passato e che si sarebbe manifestato attraverso diverse figure carismatiche, come quelle di Osiride, Dioniso, Mitra ed infine  Gesù. Il sacrificio nobile di questo dio avrebbe permesso il rinnovarsi della vita sulla terra, costituendo un elemento fondante di coesione sociale. Legati a questa credenza sarebbero poi stati sviluppati tutta una serie di tabù e di proibizioni, elaborate per circoscrivere l’angoscia della fine ed infondere negli uomini una speranza costruttiva nelle aspettative offerte dalla vita. Frazer elaborò la teoria del Re Mago, un personaggio che univa in sé il ruolo di sovrano e quello di sommo sacerdote, assicurando l’ordine sociale attraverso i tempi in modo ciclico, fino al sopraggiungere della decadenza fisica. Una condizione che ne avrebbe comportato la sostituzione da parte di un nuovo re, destinato a rinnovare il ciclo vitale e ad assicurare e perpetuare il benessere del proprio popolo, insieme all’armonia dei luoghi su cui gli era stata conferito il potere e la responsabilità.

Gli studi di un altro antropologo, Arnold Van Gennep (1873-1957), illustrarono una distinzione tra i diversi ruoli sociali che venivano ricoperti davanti alla morte. Queste posizioni furono analizzate attraverso una ripartizione in tre diversi stadi. Si trattava della Teoria dei  Riti di passaggio (Les rites de passage), dal nome di un saggio dello stesso Gennep del 1909. Secondo questo studioso di origine olandese, ma francese di adozione, i riti di separazione e di aggregazione attraversavano tutta la vita umana, dalla nascita alla morte. Comportavano  il passaggio attraverso una serie di condizioni liminari, che segnavano il confine da uno stato esistenziale ad un altro, cioè da una condizione di separazione ad una di aggregazione. Una persona celibe si fidanzava ed in seguito  si sposava. Grazie a questo riconoscimento sociale acquistava un diverso status, il quale costituiva il presupposto all’assunzione di alcune responsabilità di nuovo tipo. Doveri che gli potevano ora essere richiesti dalla comunità di appartenenza di cui era entrato a far parte con il matrimonio. Anche il morire era contrassegnato da una sequenza di riconoscimenti di stato.  La condizione di morente rappresentava infatti un periodo liminare che il soggetto doveva attraversare prima di rientrare in una diversa comunità, quella dei defunti. L’insieme dei non viventi era parimenti soggetto a differenti simbologie culturali  ed interpretative, oltre che a ritualità differenti rispetto a quello dei vivi. (6, 7)

L’antropologo francese Robert Hertz (1881-1915), destinato a morire prematuramente nella Prima Guerra Mondiale, studiò con particolare interesse le ritualità connesse alla morte ed alla sepoltura nel trattamento riservato alle spoglie del defunto. Dopo la laurea in filosofia nel 1904, all’École Normale Supérieure di Parigi, Hertz trascorse un periodo di studi in Inghilterra e tornato a Parigi divenne allievo di Émile Durkheim, il fondatore della moderna sociologia ed amico di suo nipote, Marcel Mauss. Con altri studiosi diede vita al Collège de Sociologie, uno dei gruppi di intellettuali più importanti del primo Novecento. Tra gli scritti di Hertz ne deve essere ricordato uno in particolare, dedicato alla visione antropologica e sociale della morte. Si tratta del saggio  Contribution à une étude sur la représentation collective de la mort (Contributo ad uno studio sulla rappresentazione collettiva della morte) del 1907.  In questo lavoro venivano analizzate la religione, il folclore e la mitologia che interagivano intorno alla morte.  Ne scaturirono una serie di riflessioni sull’argomento che furono pubblicate postume  dall’amico Marcel Mauss. Arruolatosi volontario, spinto da un sincero idealismo che lo aveva portato a combattere come un  intellettuale romantico ed un po’ sprovveduto,  senza alcuna conoscenza per le armi, Robert Hertz morì  purtroppo agli inizi della Grande Guerra.

Secondo Hertz, nel caso della morte di un membro di un determinato gruppo sociale venivano utilizzate delle normative rigidamente codificate che garantissero il ripristino dell'equilibrio interno al gruppo una volta che questo fosse stato turbato da forze potenzialmente destrutturanti scatenate dall’evento luttuoso:

 

“… Ognuno di noi crede di sapere in un modo sufficiente che cosa sia la morte, perché si tratta di un avvenimento che ci è familiare e perché fa nascere dentro di noi delle emozioni intense. Può sembrarci a volte superfluo e quasi sacrilego mettere in dubbio la qualità di questa conoscenza intima e diretta del fenomeno morte e il voler utilizzare la ragione in una materia in cui solo il cuore appare essere competente. Per questi motivi si pongono in essere davanti alla morte alcuni interrogativi che il sentimento non è in grado di risolvere e preferisce ignorare. Per i biologi infatti la morte non costituisce un dato semplice ed evidente, ma viene considerata un problema meritevole di indagine scientifica.

Quando poi ci si occupa di un essere umano, ci si accorge che i fenomeni fisiologici non sono tutto a riguardo della morte. All’avvenimento di natura organica si intrecciano e sovrappongono un insieme complesso di credenze, emozioni e  azioni che gli conferiscono un carattere particolare. Si osserva la vita che si spegne e tuttavia si descrive questo evento attraverso un linguaggio particolare: è l’anima, si dice, che se ne va in un altro mondo a raggiungere i suoi antenati. Il corpo del defunto non viene considerato come il cadavere di un animale qualunque: occorre sottoporlo a cure particolari, a una sepoltura secondo le regole e questo non unicamente per un motivo d’igiene, ma per un obbligo prima di ogni cosa morale.

La morte inaugura infine per i sopravvissuti un periodo di lutto, su cui regnano alcuni doveri particolari cui adempiere. Quali che siano i sentimenti personali, i congiunti sono tenuti per un certo tempo a manifestare il loro dolore, a mutare il colore dei vestiti, a modificare il loro quotidiano modo di vivere. In questo modo la morte viene a ricoprire per la coscienza sociale un significato ben preciso, diventa obiettivo di una vera e propria rappresentazione collettiva. Una rappresentazione che non è né semplice né mai eguale a sé stessa …”

 

da Robert Herzt, Contribution à une étude sur la représentation collective de la mort, (8)

 

La pratica della doppia sepoltura, che Hertz aveva studiato sulla scorta del materiale etnografico riguardante il popolo dei Dayak del Borneo, risultò importante proprio in funzione di testimonianza del ruolo che questo rito aveva nel permettere il superamento di momenti considerati socialmente pericolosi. Presso quel popolo era usanza sottoporre il corpo del defunto a due cerimonie religiose ad una determinata distanza di tempo una dall’altra. In questo modo si riteneva che l’anima del defunto potesse ricongiungersi in modo pacifico con i propri antenati e non turbare più, attraverso una presenza silenziosa, ma ancora ingombrante, il mondo dei vivi. L’occasione di festeggiamento che era offerta dalla seconda sepoltura del corpo ridotto a scheletro costituiva inoltre un momento di rafforzamento del tessuto sociale e di ripianamento delle asperità e tensioni tra i membri del gruppo dei viventi. La morte di un individuo, visto nella sua doppia accezione di essere sociale e biologico, doveva pertanto essere superata attraverso lo svolgersi di rituali complessi, in grado di garantire una sorta di continuità esistenziale e comunitaria al defunto. In tal modo si otteneva il risultato di non indebolire il corpo sociale e di mantenere coerente e ben strutturato un sistema di ruoli che proprio la scomparsa di un individuo importante e dalla figura significativa avrebbe potuto incrinare e mettere in pericolo.

Le usanze sociali cui era subordinata l'intera pratica della doppia sepoltura andavano ad inserirsi all'interno di un più vasto insieme di normative predisposte al funzionamento della società. Creavano un contesto di regole grazie alla comprensione delle quali diveniva possibile spiegare in maniera oggettiva i meccanismi di mantenimento dell'equilibrio interno di quella cultura. Anche in Europa, in società ben diverse da quelle dei Dayak, erano state praticate delle ritualità simili. Nella reggia dell’Escorial, residenza ed insieme mausoleo della Spagna imperiale, esisteva un locale dal nome sinistro di el putridero, adibito alla decantazione del corpo dei reali di Spagna. Il re, i suoi familiari e i congiunti vi sostavano a lungo dopo il decesso, prima di trovare il loro posto definitivo nei loculi definitivi dell’attiguo pantheon, in base al rango ed alla gerarchia nobiliare rivestita in vita. Anche per la gente comune è oggi previsto qualcosa di simile, con la riesumazione del cadavere che avviene dopo alcuni anni di sepoltura e la sua collocazione nelle cellette degli ossari. Un’occasione questa che riveste la possibilità di un ultimo saluto e di commemorazione per il defunto. Il trapassato esercita così, ancora una volta, un compito di aggregazione del proprio gruppo sociale di appartenenza. Di solito si tratta della famiglia, oppure di un contesto di persone più ampio e diversificato nel caso il morto sia stato una personalità pubblica che in vita aveva ricoperto incarichi di potere o di prestigio nelle più diverse istituzioni.

Deve essere ribadito come il discorso sociale intorno alla morte venga interamente creato da coloro che piangono il defunto, mentre il cadavere diventa un veicolo passivo delle modalità attraverso cui si esplicita e si organizza la cultura materiale a riguardo dell’exitus. Tuttavia prima del morire esiste il vivere e con esso una condizione di malattia e di sofferenza, il desiderio di riacquistare la salute, oppure la rassegnazione per una fine che si intuisce come imminente. Come si pongono i medici e gli operatori sanitari nei confronti del morire? L’interrogativo possiede una rilevanza costituita dal fatto che le professioni sanitarie sono da sempre quelle più coinvolte nell’esperienza diretta del morire altrui.

Può trattarsi di un tema che nella pratica medica venga spesso dimenticato. Si preferisce posare lo sguardo sulle vittorie della scienza e solo sui vantaggi conferiti dalla tecnica, cancellando o minimizzando il problema in un angolo remoto della coscienza razionale, quasi la morte riguardi unicamente gli altri e mai chi vi assiste quotidianamente per lavoro. La morte è sentita in un contesto sanitario come una sconfitta, un’esperienza negativa da superare e dimenticare oppure come un ostacolo da  rimuovere per evitare che invada e renda più triste lo spazio della vita e tolga la lucidità necessaria al lavoro del medico. Eppure la morte dovrebbe interessare chi considera la professione della salute non solo come un’esibizione tecnologica, ma come un confronto con la realtà multiforme del contesto antropologico in cui la si esercita.

Nella Teoria del Lutto, elaborata dalla psichiatra di origine svizzera e vissuta a lungo negli Stati Uniti (1926-2004) Elisabeth Kübler Ross, molti interrogativi inespressi al riguardo hanno trovato una loro risposta. Questa studiosa ha esaminato il comportamento e la psicologia dei malati terminali ed il loro atteggiamento di fronte alla morte.  Le sue valutazioni possono essere applicate, oltre che ai processi psicologici causati dalla morte di un essere umano, all’evenienza del distacco e dell’abbandono da parte di una persona amata, oppure al sottrarsi ad un conforto esistenziale cui si era molto attaccati, come il fumare tabacco o l’utilizzare alcune droghe che aumentino ed esaltino apparentemente  le possibilità fisiche e mentali. Dalle esperienze con i malati terminali è stato elaborato il saggio La morte e il morire, pubblicato la prima volta nel  1969. Secondo la Kübler Ross, chi viene colpito da un lutto riguardante un proprio congiunto attraversa alcune tappe di elaborazione che appaiono essere tendenzialmente costanti. Queste sono dapprima costituite dal rifiuto, legato ad una prima fase di non accettazione dell’evento luttuoso. A questo momento segue la rabbia, la ribellione ad una condizione di privazione affettiva. Con il trascorrere del tempo subentra poi una disponibilità alla contrattazione dell’evento luttuoso, che non significa accettarlo quale esso sia o appaia, ma rendersi disponibili, anche solo inconsciamente, ad una possibile revisione delle idee al riguardo. La rassegnazione all’ineluttabilità del lutto che ci ha colpiti porta infine ad uno stato di depressione, cui lentamente consegue l’accettazione dello stato esistenziale nuovo e radicalmente diverso in cui la perdita della persona amata ci ha sospinti.  Possiamo quindi definire elaborazione del lutto quel particolare processo mentale, lungo e complesso, che conduce ad una rassegnazione consapevole della perdita subita. Per potersi svolgere l'elaborazione del lutto necessita della messa in opera di un insieme di modi e di comportamenti. Si tratta pertanto di un complesso di tattiche interpersonali e di atteggiamenti psicologici e sociali che fanno parte di una strategia per rendere più tollerabile il dolore. (9)

Lo storico francese Philippe Arìes (1914-1984) ha esaminato nei suoi lavori le diverse modalità di affrontare il problema della morte nel corso della storia del Mondo Occidentale. Collaboratore e amico di un’altra grande figura della storiografia francese, Georges Duby, Arìes ha svelato la complessità dei meccanismi sociali, religiosi ed antropologici che rimangono sottesi alla visione della morte. Un’ideologia articolata, divisa storicamente in diversi momenti,  quale si è progressivamente sviluppata e istituzionalizzata nel continente europeo. Nei suoi saggi, dal titolocomplessivo di Essais sur l’histoire de la mort en occident: du Moyen Age à nos jours (Storia della morte in Occidente: dal Medioevo ai giorni nostri) Ariès ha descritto e analizzato  la differente considerazione della morte a seconda del periodo storico e dell’organizzazione sociale di riferimento presa in esame. Nell’Alto Medioevo, durante il periodo misterioso e povero di fonti documentali costituito dai Secoli bui,  la morte era un evento familiare, presente quasi ogni giorno nella vita di una comunità per la precarietà delle condizioni materiali dell’esistenza. Un evento da vivere con rassegnazione nel proprio letto, quando si aveva la fortuna di possederne uno. Il morire diventava una cerimonia pubblica, in cui colui che si accingeva al trapasso forniva le coordinate dei propri semplici desideri a chi rimaneva su questa terra. Le tombe alto medievali, per lo più anonime e prive di riferimenti epigrafici, erano contrassegnate dalla quasi totale assenza di corredi funerari e testimoniavano la precarietà della vita materiale di quel periodo storico, insieme alla contemporanea fiducia in un destino ultraterreno. La ritualità più importante dei momenti che segnavano il trapasso consisteva nell’assoluzione dai peccati da parte del religioso accorso al capezzale dell’infermo, seguita dall’attesa della fine con la maggiore serenità possibile in rapporto alla propria condizione, sicuri di andare incontro ad una consolazione ultraterrena migliore della povertà in cui si era vissuti. Per quanto conservasse il carattere angosciante, nel periodo alto medievale la morte veniva circoscritta ed esorcizzata nel suo sopraggiungere grazie ad una ritualità che si svolgeva con la partecipazione dell’intera comunità familiare e spesso di tutto il piccolo agglomerato di abitazioni, il villaggio, in cui il morituro aveva vissuto e stava terminando la propria esistenza. Persone che erano ognuna parte integrante di un rito consolatorio, pervaso di fede religiosa, il quale si svolgeva con rassicurante puntualità. Se la morte avveniva durante il rigido periodo invernale il morto era conservato nella stalla o in un cantuccio fuori dall’abitazione, in attesa che i primi tepori della primavera permettessero di scavare la fossa e di seppellirlo nella terra non più gelata. In questo modo il distacco risultava lento e graduale, mentre il defunto continuava a rivestire un ruolo di presenza silenziosa nella comunità dei viventi e dei propri cari. (10)

 

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NOTE
5) Burnett Tylor  E., Primitive Culture: Researches into Developmento of Mithology, Philosophy, Religion, Language, Art and Custom (1871),  Cambridge, 2010.
6) Frazer J. G., Il Ramo d’oro. Studio sulla Magia e la Religione, Torino, 1990.
7) Van Gennep A., I Riti di passaggio, Torino, 1985.
8) Hertz R., Contribution à une étude sur la représentation collective de la mort, in Année sociologique, première série, tome X, Paris, 1907.
9) Kübler Ross E., La Morte e il Morire, Assisi, 1992.
10) Arìes P., Storia della morte in Occidente: dal Medioevo ai giorni nostri, Milano, 1975.

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